Nello Stato di Israele, costante attore protagonista delle vicende mediorientali e non solo, il Primo Ministro può risultare ad uno sguardo superficiale sopraffatto dalle vicende sia politiche che giudiziarie. I risultati ottenuti in questi anni, però, sono destinati ad incidere a lungo.

Theodor Herzl è stato avvocato, giornalista ed anche scrittore. Una mente vivace che ha partecipato al fermento culturale della seconda metà del diciannovesimo secolo.  Nacque in Ungheria, studiò in Austria e lavorò in Francia.  Le sue origini, però, sono ashkenazite, appartenenti, quindi, a quella cultura yiddish raccoltasi qualche centinaio di anni fa nella valle del Reno che ha contribuito a formare le comunità ebree nell’est Europa, Ungheria compresa. Cultura, inoltre, che ha concorso alla formazione delle idee di Herzl che da Parigi teorizzò il movimento sionista, di cui è uno dei padri fondatori della corrente politica, promuovendo la nascita di uno stato ebraico. Quando nel maggio del 1948 David Ben Gurion, forte della risoluzione 181 delle giovani Nazioni Unite, proclamò la nascita dello Stato indipendente di Israele, lo fece proprio sotto un ritratto del compianto Theodor Herzl, al quale ogni anno la nazione della Stella di David tributa un giorno di festa per commemorarne vita e pensiero. Quelli intrapresi da Ben Gurion furono i primi, ufficiali passi della costituzione dell’autorità statale che cambiò inequivocabilmente storia e destino del Vicino Oriente e non solo. Il politico israeliano guiderà da Primo Ministro per un totale di circa tredici anni.

14 maggio 1948: Davide Ben Gurion legge la dichiarazione di indipendenza dello Stato di Israele

A superare il record di longevità del primo Premier è stato recentemente il Primo Ministro odierno Benjamin Netanyahu, personaggio tanto carismatico quanto controverso e chiacchierato, che indipendentemente dal giudizio che gli si possa attribuire, si è guadagnato un posto di riguardo fra le figure di spicco della storia israeliana, proprio come i sopracitati Herzl e Gurion. Prima militare e successivamente alla guida del Paese già dal 1996 al 1999, è attualmente in carica dal 2009. Dopo le elezioni dello scorso aprile, e dopo che il Likud, componente politica sotto la sua leadership, è stato partito più votato con poco più del 26 per cento dei voti totali, si è dovuto rimboccare le maniche per costruire una coalizione di governo che fosse in grado di avere una maggioranza definita all’interno della Knesset, il parlamento monocamerale di Israele. La colazione centrista Blue and White, principale sfidante di Netanyahu, grazie ad una percentuale di voti che sfiorava quella ottenuta dal Likud, si era guadagnata, come i concorrenti, 35 seggi parlamentari. Nei mesi successivi le trattative per acquisire alleati e trovare nuovi equilibri nella bilancia del potere israeliano, complice un sistema elettorale proporzionale puro che non aveva conferito alle urne un verdetto marcato, hanno monopolizzato la vita politica della nazione. Una matassa che, nonostante gli sforzi, neanche l’esperto Premier Bibi è riuscito a sbrogliare, non riuscendo ad ottenere una maggioranza che lo legittimasse.

Una nuova tornata elettorale, quindi, aspetta i cittadini israeliani il prossimo settembre, con l’auspicio di veder definito un responso più netto. Netanyahu, che aveva ricevuto dal Capo dello Stato, il Presidente Reuven Rivlin, l’incarico di formare il governo, appare ad oggi come il contendente battuto, incapace di aggregare le varie anime dei partiti di destra, e di mettere d’accordo i rispettivi leader. Per il leader del Likud, inoltre, le preoccupazioni giungono non solo dai palazzi della politica, ma anche dai palazzi di giustizia. Ad inizio 2019, infatti, l’avvocato generale dello Stato Avichai Mandelbit ha richiesto l’incriminazione del Premier per bene tre diverse accuse. La prima per il sospetto che abbia accettato cospicui regali da parte di imprenditori in cambio di favori, la seconda per dei contatti non chiari con l’editore di Yediot Ahronot, quotidiano di Tel Aviv a cui sarebbe stata assicurata una coperta informativa di favore a discapito di un giornale concorrente, e la terza, nuovamente, per torbidi rapporti con la compagnia di telecomunicazioni proprietaria del portale internet Walla. I reati che si configurerebbero sarebbero di frode, abuso di ufficio e, per l’ultimo caso, anche di corruzione. Le vicende, sia partitiche che giuridiche, possono far quindi apparire Benjamin Netanyahu ormai fragile e prossimo alla sconfitta. Se si allarga lo sguardo, invece, appare chiaro come la dottrina Bibi abbia ormai influenzato il Paese ed il dibattito pubblico tanto da assurgere ad egemonia culturale.

Vista di Gerusalemme, città santa nell’ebraismo, nel cristianesimo e nell’islam

Il primo elemento che conduce a determinate conclusioni viene rivelato proprio dai principali temi affrontati nella campagna elettorale delle elezioni di aprile – e delle elezioni che verranno – durante le quali la questione palestinese è stata pressoché dimenticata, se non snobbata. La forza del Likud di imporre la propria agenda all’interno dell’arena politica ha permesso al suo leader non solo di relegare la sinistra israeliana al di fuori del palcoscenico principale, ma anche di dividere i maggiori partiti arabi che alle ultime consultazioni si sono presentati senza unitarietà, minandone l’influenza.

L’intenso sforzo volto ad integrare l’elemento arabo dentro i confini nazionali, contenendolo e controllando, anche dal punto di vista legislativo, unito ad una gestione degli insediamenti sempre più permissiva, è un’eredità destinata a durare a lungo, anche nel caso il Primo Ministro fosse costretto ad uscire di scena. L’impegno diplomatico profuso nell’ultimo decennio ha fatto sì che ambasciatori e delegati esteri israeliani fossero sempre più accreditati anche presso le capitali arabe, appiattendo l’eterna disputa dei “due Stati” in vuota retorica, oramai assente nei proclami elettorali. Ulteriore elemento, che è sia causa che conseguenza del precedente, è la fine dell’isolamento internazionale patito più o meno intensamente nelle ultime decadi. Il ritrovato legame forte con gli Stati Uniti d’America, in particolare con il Presidente Donald Trump ed il genero nonché consigliere Jared Kushner, ha rinvigorito il posizionamento dello Stato sullo scacchiere mediorientale, partendo dal riconoscimento del tycoon di Gerusalemme capitale, fino all’annessione delle alture del Golan.

Forte anche dell’alleanza fra Washington ed Arabia Saudita, Israele gode oggi di maggiori sicurezze nel braccio di ferro con l’Iran degli ayatollah, estesosi definitivamente anche in Siria, Iraq e nel fragile Libano, con il quale viene condiviso un ribollente confine conteso. I rapporti, formali ed informali, fra Tel Aviv e Riyadh hanno di fatto inflitto una spina nel fianco sia all’organizzazione della Lega Araba, sia all’interno del Consiglio di cooperazione del Golfo, dove il blocco sunnita, Egitto incluso, trova convenienza nel dialogo con lo Stato ebraico soprattutto per l’interscambio di tecnologia militare ed intelligence.

Inaugurazione dell’Ambasciata USA a Gerusalemme. Netanyahu e la moglie Sara, assieme a Kushner e la moglie Ivanka Trump

I ritrovati rapporti con l’Egitto, inoltre, permettono all’amministrazione Netanyahu di trarre vantaggio competitivo dall’attuale quiete del Mar Rosso, ristabilitasi dopo le tribolazioni di inizio decennio, e di imporre il suo controllo anche sul piano politico-economico. Oltre alla recente inaugurazione del secondo aeroporto internazionale nella località di Eliat, infatti, Israele ha scelto di investire nel comparto energetico proprio con il paese dei Faraoni. Yuval Steinitz, Ministro israeliano dell’Energia, è tornato dal Cairo a fine luglio scorso ottenendo un’importante accordo di collaborazione per la costruzione di un impianto di liquefazione dei gas, che costituirebbe un canale preferenziale all’export in Asia, e frutterebbe intese commerciali per oltre quindici miliardi di dollari.

Per figurare quindi il tracciato del futuro prossimo israeliano, oltre alle elezioni nazionali di settembre, sarà importante valutare anche la stabilità del potere nei paesi limitrofi. Sarah inoltre fondamentale attendere quale impatto avranno le presidenziali americane del 2020. Un possibile cambio di regia all’interno dello Studio Ovale, che, per quanto imprevedibile, offre attualmente ad Israele un passe-partout per scardinare le relazioni diplomatiche più complesse, potrebbe pericolosamente mischiare le carte in mano a Benjamin Netanyahu, e disorientarne la l’eredità. Consapevoli, comunque, che l’impronta di Bibi rimarrà impressa a lungo.

https://time.com/5624445/netanyahu-israel-annexation-west-bank

https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-07-24/egypt-israel-set-to-change-gas-deal-to-avoid-supply-disruption

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