La Battaglia di Poitiers si svolse nell’ottobre del 732 tra l’esercito arabo-musulmano di Abd al-Rahman e quello dei Franchi di Carlo Martello. L’esito volse a favore del “maggiordomo di palazzo”[1] franco che riuscì a contrastare le velleità espansionistiche del comandante arabo: l’influenza berbera si arrestò ai Pirenei, ergendo la figura di Carlo come quella di difensore della cristianità. Se così non fosse stato, parafrasando Gibbon, [2] “forse oggi nelle scuole di Oxford si insegnerebbe il Corano e dai suoi pulpiti si mostrerebbe ad un popolo circonciso la santità e la verità della rivelazione di Maometto”. Dopo la disgregazione dell’Impero romano d’Occidente, si crearono negli ex territori dell’impero nuove entità politiche formatesi in seguito alla convivenza – spesso pacifica – tra gli invasori e le popolazioni residenti. Gli arabi conquistarono gran parte dell’ex provincia africana e nel 711 ultimarono la conquista della penisola iberica. Nello stesso anno l’emiro Musa ibn Nusair inviò tarik al Tarik a compiere delle razzie, con l’obiettivo di depredare i siti dei monasteri e delle abbazie più ricche non ancora sotto il controllo arabo. A lui si deve il nome dell’attuale stretto di Gibilterra, tra la penisola iberica e l’Africa. La battaglia di Poitiers stessa ebbe il suo antefatto nel desiderio di far bottino degli arabi: molte delle scorrerie berbere avevano il comune denominatore di accumulare ricchezze e non di attuare una vera e propria conquista militare. Gli arabi in poco più di 100 anni – dal 632, anno delle predicazioni di Maometto – si espansero dalla penisola arabica (Siria, Palestina, l’attuale Israele, Egitto), a est sino ai territori dell’antica Persia, in Nordafrica e in Spagna.

L’obiettivo del comandante arabo nel 732 fu quello di depredare le enormi ricchezze che si diceva contenesse la famosa abbazia di San Martino, una specie di una specie di sacrario nazionale dei franchi, famoso per la sua devozione e le sue ricchezze, distante poco più di 200 chilometri da Parigi, quindi di varcare i Pirenei e stabilirsi nella ex Gallia. Nel 732 i musulmani varcarono i Pirenei, Abd al-Rahman sconfisse Oddone – duca di Aquitania – nei pressi di Bordeaux e proseguì verso nord, in direzione di Tours, dove gli storici contemporanei individuarono come teatro dello scontro principale proprio Poitiers.[3] Carlo Martello, il comandante franco, era nato nel 685 da una concubina di Pipino di Heristal, amministratore dei beni di Austrasia e di Neustria, la parte più nord orientale della ex Gallia. Si deve la nascita del regno franco grazie al primo re, tale Clodwig (Clodoveo), che sottomise le popolazioni germaniche degli Alamanni, dei Burgundi e dei Visigoti. Egli si convertì al Cristianesimo, assicurandosi così le simpatie della chiesa romana. Alla morte di Clodoveo, si formarono quattro diversi regni: l’Austrasia a nord-ovest, la Neustria a nord-est, l’Aquitania a sud-ovest e la Bugundia a sud-est. L’obiettivo degli arabi fu quello di penetrare dai Pirenei e, sfruttando le gelosie interne ai quattro regni romano-barbarici, indebolire il potere centrale penetrando nella ex-Gallia. Secondo le stime dell’epoca, il comandante arabo era a capo di più di ottantamila uomini, che perirono sotto i colpi della forte fanteria franca. Carlo Martello, ribattezzato così in onore del dio Marte, signore della guerra, fu un grande comandante. Piegare l’attacco arabo non fu affatto un’impresa di poco valore, considerando la tenacia e l’esperienza militare dell’espertissimo esercito arabo.[4] Fino alla sua morte, fu impegnato in una serie di campagne militari che gli permisero di estendere la sua autorità su tutti i territori franchi e di gettare le basi per la nascita, settant’anni più tardi, dell’Impero carolingio, capeggiato dal ben più celebre nipote Carlo Magno.

La battaglia di Poitiers è descritta dalla storiografia germanica come uno dei più esaltanti fatti d’arme nella storia, viene così descritta nel “Monumenta Germaniae Historica”: «i fanti di Carlo Martello fronteggiarono l’urto della cavalleria nemica restando saldi come un muro e uniti come un blocco di ghiaccio» sottolineando, poi, come quella vittoria sia stata decisiva per non snaturare la vita e i costumi di un intero popolo, ottenendo così un risvolto nazionalistico.[5] Il monaco Isidoro Pacensis, nelle sue Cronache, usò per la prima volta l’aggettivo “europei” attribuendo un’identità collettiva, all’epoca in realtà inesistente, ai guerrieri che per la prima volta avevano fermato gli invasori musulmani. [6] E’ difficile sostenere che se gli arabi fossero usciti vincitori avrebbero assoggettato l’intero territorio franco: probabilmente non avrebbero avuto i mezzi umani, militari ed economici per difendere i territori conquistati. Tuttavia, la storiografia moderna soprattutto ha fornito l’immagine di Carlo come quella di difensore della cristianità contro la barbarie musulmana.  Questo perché l’esercito cristiano era formato da genti diverse, il ceppo etnico dei Franchi era differente ma unito dal comune denominatore della cristianità. Inoltre i confini dell’epoca sono grosso modo anche quelli attuali, con i Pirenei a fare da spartiacque tra la Spagna e la Francia.

 

[1] Dal latino maiores, domi o maestri di palazzo. Erano una sorta di “capi dell’esecutivo” dell’epoca, ufficialmente soggetti ai re merovingi ma praticamente signori indipendenti dei regni, nonché proprietari di immensi patrimoni fondiari. In tale periodo difatti si comincerà a parlare di feudalesimo.

[2] Relazione presentata agli incontri di studio del MAES  del 27 ottobre 2005. Da Carlo Martello e la Battaglia di Poitiers: nuove proposte interpretative per un mito storiografico, Alessandro Angelucci.

[3] Robert (Editor) Cowley, Stephen E. Ambrose , John Keegan , David Mccullough , James M. Mcpherson , Robert Crowley, What If? the World’s Foremost Military Historians Imagine What Might Have Been, G P Putnam’s Sons, 1999

[4] Livio Agostini, Piero Pastoretto, Le grandi Battaglie della Storia, Viviani Editore, Il Giornale, 1999

[5] http://www.arsbellica.it/pagine/medievale/Poitiers/poitiers.html

[6] Isidori Pacensis, Chronicon, 59, col. 1271. Mentre all’inizio del paragrafo il cronista ricorda l’incursione araba nelle terre dei Franchi («Abderraman terras Francorum intus experditat»), i guerrieri che avevano affrontato gli invasori sono indicati per ben due volte come «europei», sia quando il giorno successivo allo scontro osservavano l’accampamento arabo abbandonato nella notte («prospiciunt Europenses Arabum tentoria, nescientes cuncta esse pervacua»), sia in seguito quando, dopo aver recuperato parte di quanto era stato saccheggiato, erano rientrati alle loro sedi: («Europenses vero (…), spoliis tantum et manubiis decenter divisis, in suas se laeti recipiunt patrias»)

The following two tabs change content below.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: