La normalizzazione dei rapporti diplomatici fra Emirati Arabi Uniti e Israele, benedetti dal placetdell’amministrazione a stelle e strisce a firma Donald Trump, è il segno più marcato di nuove traiettorie che stanno ridisegnando gli equilibri del Medio Oriente. Trump ha salutato l’occasione, sostenendo che la firma degli accordi di Abraham “cambierà il corso della storia” e segnerà “l’alba di un nuovo Medio Oriente“, Netanyahu, invece, ha descritto la giornata come un “perno della storia, una nuova alba di pace“. Effettivamente si ha l’impressione che muovimenti storici stiano prendendo forma, da Tel Aviv a Abu Dhabi, passando per Manama. Basti pensare alla cornice della firma dei trattati: la Casa Bianca americana.

L’ultima volta che una cerimonia del genere ha avuto luogo a Washington è stato nel 1994, quando il presidente Bill Clinton ha visto il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin e il re giordano Hussein firmare una dichiarazione che ha aperto la strada a un accordo di pace mesi dopo. Gli indizi di una così decisa virata da parte di due Stati arabi verso il “confine” israeliano, però, si poteva cogliere già da qualche anno: si prenda ad l’alta missione presso l’Agenzia internazionale per le energie rinnovabili ad Abu Dhabi aperta da Israele nel 2015, o la visita di Stato dell’allora Ministro Regev  alla Grande Moschea emiratina nel 2018, o l’invito ricevuto da Israele per l’Expo di Dubai del 2020. In egual modo, seppur in maniera più timida, aveva agito il Bahrein, che ha una comunità ebraica piccola ma sostenuta, con uno dei suoi membri che serve come ambasciatore del paese negli Stati Uniti dal 2008 al 2013. Legami e connection che indicano l’orizzonte delle nuove alleanze strategiche. Il particolare per il Regno di Re Hamad bin Isa al-Khalifa che, tramite i recenti accordi, può implementare il proprio arsenale, accedendo alla tecnologia militare israeliana come il sistema di difesa missilistica Iron Dome, e lubrificare la cooperazione in materia di economia, salute e turismo.

Risultati che, se raggiunti, sarebbero molto apprezzati anche dalle parti di Riyad, capitale dell’Arabia Saudita, che – dietro le quinte – è l’attore più soddisfatto del consolidamento dei rapporti fra paesi del Golfo e Israele, tassello fondamentali nel mosaico anti-iraniano della corona dei Saud. Il Bahrein è da tempo sotto la tutela dell’Arabia Saudita, in particolare da quando quest’ultima ha aiutato Manama a sedare le rivolte della componente sciita del paese, quella che – verosimilmente – tende sempre un orecchio alle indicazioni in arrivo dalla Repubblica Islamica dell’Iran. La fresca collaborazione fra Bahrein e Israele, infatti, potrebbe essere “la mossa del cavallo” di Riyad in attesa che, con il giusto tempismo, si avvicinino sempre di più anche Arabia Saudita e lo Stato della stella di Davide.

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Davide Agresti

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