In mattinata le autorità del Bahrein hanno applicato la pena di morte contro tre cittadini nonostante la pressione internazionale e delle Organizzazioni non governative. I tre sono stati giustiziati per accuse di terrorismo, omicidio di un ufficiale di polizia e di un imam di una moschea Ali Mohamed Hakeem al-Arab e Ahmed Isa Ahmed Isa al-Malali fanno parte di un piu nutrito fronte di oltre 60 imputati in un processo di massa dalle tonalità oscure e imprecise. Un appello dell’ultimo minuto per fermare la loro imminente esecuzione da parte del relatore speciale delle Nazioni Unite sulle esecuzioni extragiudiziali, Agnès Callamard, è stato ignorato dalle autorità governative mentre la Callamard ha anche dichiarato di avere prove inconfutabili sul fatto che gli accusati avrebbero subito torture fisiche e psicologiche per impedirgli di partecipare al processo e di conseguenza condannarli in contumacia. Lynn Maalouf, direttore della ricerca di Amnesty International Middle East, ha anche avvertito che le esecuzioni sono “uno spettacolo assolutamente vergognoso di disprezzo per i diritti umani”.“La pena di morte è un attacco odioso al diritto alla vita e alla massima punizione crudele, disumana e degradante. Il suo uso è spaventoso in ogni circostanza, ma è tanto più scioccante quando viene imposto dopo un processo iniquo in cui gli imputati sono stati torturati per “confessare”.

Il Bahrein, piccolo stato insulare del Golfo non è nuovo a prese di posizioni e violazioni dei diritti umani e nell’isola stato è in corso una delle peggiori repressioni governative largamente ignorata dai media internazionali. La famiglia reale degli Al Khalifa regge una monarchia debolmente costituzionale occupando tutti i gangli del potere. L’attuale capofamiglia e re del Bahrein, Hamad bin Isa al Khalifa, si è proclamato re nel 2002 superando l’emirato e trasformando il paese in una monarchia e aumentando di conseguenza i suoi poteri e quelli della sua ristretta cerchia familistica e tribale. Ad oggi circa la metà dei ministri sono membri della famiglia reale di Al Khalifa e l’unico primo ministro del paese, Khalifa bin Salman Al Khalifa (in servizio dall’indipendenza nel 1971), proviene dai ranghi della famiglia reale oltre ad essere lo zio dell’attuale re. La dinastia al potere è, inoltre, esponente della minoranza autoctona sunnita mentre piu del 70% dei bahreiniti professa lo sciismo duodecimano. Dall’indipendenza dalla corona britannica il piccolo stato, ricco di idrocarburi, si è contraddistinto per un incrollabile alleanza con l’Occidente (Stati Uniti e Gran Bretagna in primis) e l’Arabia Saudita con i Saud reali decision maker in politica interna ed estera del giovane stato. Dalla sommosse popolari del 2011 (sulla scia delle primavere arabe) schiacciate nel sangue dalle truppe del Consiglio di cooperazione per gli Stati arabi del Golfo (l’organizzazione emanazione del potere saudita nella penisola arabica), di fronte alla possibilità concreta di defenestrazione dell’attuale monarchia, questa ha portato avanti, e recentemente ulteriormente inasprito delle decise modalità di repressione del dissenso della maggioranza sciita, soppressione di legittimità e partecipazione democratica e privazioni dei piu naturali diritti umani.

Il governo bahreinita, costantemente supportato da Ryadh, sta portando avanti, anche grazie al silenzio assordante dei media internazionali, una campagna di spoliazione di ogni residua volontà di partecipazione elettorale e civile dell’opinione pubblica e forze di opposizione democratica con arresti arbitrati, esecuzioni fulminee, condanne e chiusura di istituti religiosi, centri culturali, scuole oltre al rifiuto di fornitura di servizi elementari. Ulteriormente gravi le recenti iniziative governative atte e privare della cittadinanza oppositori, leader di partito e religiosi sciiti all’interno di un preciso piano di ricomposizione demografica e pulizia etnica. Gli Al Khalifa, grazie alla recente immigrazione nel paese di forza lavoro proveniente dall’Asia stanno perseguendo, infatti, un preciso piano di riduzione coatta della maggioranza demografica sciita privando questa frangia demografica dalla possibilità di accedere alle forze armate fortemente monopolizzate da un nucleo sunnita fedelissimo alla monarchia e da mercenari pakistani e sudanesi. Una campagna di oppressione di una maggioranza che prosegue con arresti di leader religiosi e politici come Ali Salmane (2014 e 2017) e Issa Qassim, esponenti degli unici partiti non allineati con la monarchia, “Waad” e “al-Wefaq”. Le recenti esecuzioni costituiscono l’ennesima manifestazione dell’impunità con cui le autorità monarchie proseguono in precisi piani di oppressione inserendo questa nelle linea di faglia geopolitiche che attraversano la regione.

L’alleanza di ferro con i sauditi e la necessità di schiacciare la maggioranza sciita ha giocoforza permesso ai reali di evocare una fittizia influenza iraniana dietro ogni movimenti di opposizione accusando un complotto pan sciita ad oggi assolutamente irrilevante. Fondamentale per la preservazioni di tali politiche oppressiva il supporto offerto dal presidente Donald Trump che ha offerto luce verde per continuare la sua politica di repressione. Nonostante il piccolo regno ospiti la “Quinta Flotta” statunitense, Barack Obama aveva congelato la vendita degli aerei militari F-16, considerando che Manama non aveva fatto abbastanza progressi nel campo dei diritti umani. L’amministrazione Trump a settembre è tornata su questa decisione per autorizzare la vendita. Negli ultimi anni il Bahrein è nell’occhio del ciclone per il Gran Premio e per il lusso turistico e tutto questo è servito come utile paraocchi per la comunità internazionale che (con l’eccezione di alcune organizzazioni internazionali come Amnesty e HRW) ha mantenuto il silenzio su questa oppressione sistematica.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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