La politica israeliana è sotto scacco da due diverse coalizioni che non riescono a divenire maggioranza.
Se il tramonto di King Bibi è possibile ma mai certo, nel frattempo si avvicenda un nuovo manovratore degli intrecci interni alla Knesset

La lunga crisi interna che assilla la politica israeliana non accenna a terminare.
La composizione attuale della Knesset, l’assemblea monocamerale che detiene il potere legislativo, è frutto di un sistema elettorale proporzionale puro, che non attribuisce quindi premi di maggioranza.
E’ frutto, anche, di un verdetto dalle urne che non indicava numericamente una coalizione sufficientemente più forte dell’altra.

Ben due, per ora, le consultazioni che durante l’anno solare sono state indette dal Capo dello Stato per rinnovare il Parlamento. Entrambe inconcludenti.
La prima, avvenuta il nove aprile scorso, ha assegnato esattamente 35 seggi a testa sia alla coalizione Blu e Bianco di Binyamin Gantz, sia al Likud, il partito dell’allora Primo Ministro Benjamin Netanyahu.


Quest’ultimo si è concitatamente prodigato affinché si riuscissero a stringere le necessarie alleanze che permettessero al nuovo governo di ottenere la fiducia da almeno 61 rappresentanti della Knesset.
King Bibi, così viene chiamato Netanyahu con un velo di ironia, cercava di estendere la sua longa manus sul Paese dopo averlo governato per oltre un decennio.

La riconferma sarebbe stata particolarmente utile anche per aggiustare le tribolazioni giudiziarie che lo inseguono.
Ad inizio 2019, infatti, l’avvocato generale dello Stato Avichai Mandelbit ha richiesto l’incriminazione del Premier per bene tre diverse accuse. La prima indaga il sospetto che l’ex capo dell’esecutivo abbia accettato cospicui regali da parte di imprenditori in cambio di favori, la seconda è relativa a contatti non cristallini con l’editore di Yediot Ahronot, quotidiano di Tel Aviv a cui sarebbe stata assicurata una coperta informativa di favore a discapito di un giornale concorrente, e la terza, nuovamente, per torbidi rapporti con la compagnia di telecomunicazioni proprietaria del portale internet Walla.
I reati che si configurerebbero sarebbero di frode, abuso di ufficio e, per l’ultimo caso, anche di corruzione.
Una matassa spinosa, insomma, che Netanyahu sperava di sciogliere in assenza di nuove elezioni.

L’incapacità di comporre una maggioranza netta ha però condotto lo Stato di Israele ad una nuova tornata elettorale neanche tre mesi fa, il diciassette settembre.
I risultati espressi, come si poteva immaginare, non si sono allontanati troppo dalla votazione di aprile, seppur con un cambiamento che resta però è più simbolico che sostanziale.
Blu e Bianco, ottenendo 33 seggi, riesce a fare meglio del Likud, fermo a 32.
Entrambi i principali partiti si rilevano però in lieve calo rispetto alla consultazione primaverile.


Ciò non ha comunque esentato il Presidente Reuven Rivlin dall’affidare l’incarico di formare un governo prima nuovamente a Netanyahu, e successivamente, naufragato anche l’ultimo tentativo del leader del Likud, a Binyamin Gantz.
Benny Gantz, come altri celebri politici israeliani, è sceso nell’arena elettorale dopo aver dismesso la divisa militare.
Ha partecipato sia alla guerra del Libano del 1982 sia alla prima ed alla seconda intifada, arrivando a fine carriera a ricoprire il ruolo di Capo di Stato maggiore delle forze di difesa israeliane.


Avigdor Lieberman, fondatore e leader del partito Israel Beitenu

Esperienze che gli conferiscono una tempra rara e l’autorevolezza necessaria per fondare, nel 2018, il partito Israel Resilience, confluito appunto un anno dopo nell’alleanza Blu e Bianco, di stampo liberale e centrista.
Anche lui, come King Bibi, ha ottenuto da Rivlin i canoni 21 giorni che la legge israeliana gli concede per provare a formare un esecutivo.

Operazione che, si sapeva in partenza, difficilmente avrebbe raggiunto il suo obbiettivo. E così è stato.
Inutile è stato l’appello del Presidente ad un governo di unità nazionale, come inutile è stata l’ennesima rincorsa ad una insperata maggioranza, cercata come una chimera.

Il 20 novembre scorso anche Gantz ha rimesso il mandato nelle mani del Capo dello Stato, il giorno dopo, il 21 novembre, il procuratore Mandelbit ha annunciato il rinvio a giudizio di Netanyahu su tutte e tre le inchieste che lo coinvolgono.


Sabbie mobili per entrambi gli sfidanti, che rendono il terreno della politica interna di Israele una palude dalla quale è difficile districarsi.
Spina nel fianco di chiunque provasse a trovare – numeri di parlamentari alla mano – una quadratura del cerchio è stato senza dubbio il leader del partito Israel Beitenu: Avigdor Lieberman.

Membro della Knesset di lungo corso, ha ricoperto negli anni diversi incarichi ministeriali, principalmente a capo del Dicastero degli Esteri e della Difesa.
Fu proprio lui che, circa un anno fa, in opposizione alla scelta di cessate il fuoco sui territori di Gaza, lasciò il governo, scuotendone vigorosamente gli equilibri al suo interno.


Negli ultimi convulsi mesi non ha risparmiato dalle critiche né a Gantz né, tantomeno, a Netanyahu, rifiutando alleanze con entrambi.
Ha custodito gelosamente gli otto seggi che la formazione da lui guidata ha ottenuto alle elezioni di settembre, e contestualmente ha sbandierato ambiziose riforme che restano però vuota retorica nella conclamata assenza di una maggioranza.


Si propone come ago della bilancia all’interno della compagine dei partiti di destra, dai quali si differenzia per un nazionalismo spiccatamente laico, dichiaratamente contro il sistema clericale e contro il sionismo religioso.
Sfrutta le vaste praterie di una sinistra evanescente ed orfana di un leader credibile, e cerca di approfittare degli ostacoli giudiziari del suo ex Primo Ministro Bibi, che nonostante le indagini – che non porteranno, eventualmente, ad una condanna definitiva prima di qualche anno – resta saldamente alle redini del Likud.

Arroccato nel suo rifiuto al dialogo, aspetta solo i tempi tecnici che a breve costringeranno il Presidente Rivlin ad indire altre “nuove” elezioni.
Probabile che ciò avverrà a marzo, e Israele andrà alle urne per la terza volta in meno di dodici mesi.
Difficile pensare a grandi stravolgimenti, nel caso – però – occhi puntati sul falco Lieberman.

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Davide Agresti

Davide Agresti

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