Tre australiani su quattro nutrono un pregiudizio implicito nei confronti delle popolazioni aborigene australiane. All’esame i risultati di un nuovo studio della Australian National University.

Un nuovo studio condotto dalla Australian National University ha rivelato che tre australiani su quattro nutrono un pregiudizio nei confronti delle popolazioni aborigene australiane. Partendo da tale premessa e prima di analizzare i risultati della ricerca, un breve cenno al contesto storico sugli abitanti autoctoni dell’Australia e al quadro giuridico internazionale sulle popolazioni indigene è doveroso.

Considerata la cultura vivente più antica al mondo, la storia degli aborigeni australiani risale a circa 60.000 anni fa. Riconosciuti come i primi abitanti dell’Australia, gli aborigeni sono popolazioni nomadi, con un legame intimo e sacro con la propria terra, che vivevano originariamente di caccia, pesca e attività di raccolta. Agli inizi del XVII secolo, la loro esistenza, organizzazione sociale e cultura vennero sconvolte dall’arrivo degli europei che cominciarono ad esplorare il loro territorio. I primi a sbarcare furono gli olandesi che si disinteressarono ben presto a qualsiasi progetto di colonizzazione perché ritenevano l’Australia una terra arida e inospitale. Fu con James Cook, esploratore e navigatore britannico, che inizia alla fine del XIII secolo il vero processo di colonizzazione dell’Australia, il cui territorio venne inizialmente sfruttato dal governo inglese come colonia penale per accogliere i suoi galeotti.  In seguito alla scoperta di giacimenti di oro durante la seconda metà dell’800, l’opera di esplorazione e conquista continuò a farsi sempre più intensa. Da questo momento in poi, gli inglesi presero letteralmente il sopravvento sulle popolazioni indigene dando avvio ad una fase violenta di scontri e massacri tra le due culture che, insieme alla diffusione delle malattie che i flussi migratori portarono con sé, determinarono una massiccia riduzione della popolazione autoctona australiana. Tra gli effetti devastanti della colonizzazione, gli aborigeni vennero espropriati delle proprie terre e costretti ad abbandonare la propria cultura, le proprie tradizioni ed usanze, e la propria lingua, per adottare lo stile di vita europeo ed essere sottoposti ad una politica di assimilazione che aveva, soltanto apparentemente, l’obiettivo di civilizzare e integrare i nativi australiani nella società bianca. Il principio giuridico che aveva legittimato l’invasione era quello della “terra nullius”, in base al quale l’Australia veniva considerata a quei tempi una “terra non appartenente a nessuno”, disabitata, e pertanto occupabile dagli inglesi che erano, tuttavia, pienamente consapevoli del fatto che il territorio era abitato da gruppi aborigeni. Si trattava di una finzione giuridica che è rimasta in vigore per circa 200 anni, fin quando l’Alta Corte Australiana ha emesso una sentenza di un’importanza storica per la comunità aborigena. Nel caso Mabo del 1992, essa ha infatti annullato lo status giuridico di “terra nullius”, affermando il diritto per i popoli indigeni di possedere le proprie terre in virtù della forte connessione spirituale che nutrono. In seguito a questa decisione e alla promulgazione del Native Title Act 1993 – vale a dire una legge emanata dal Parlamento australiano che riconosce la possibilità per i suoi nativi di reclamare una serie di diritti terrieri, come per esempio il diritto di cacciare, accamparsi, usare l’acqua, tenere riunioni e celebrare cerimonie – molti aborigeni hanno avanzato rivendicazioni territoriali.

 

Senza dimenticare i maltrattamenti, le sofferenze e la brutale colonizzazione a cui le popolazioni aborigene sono state sottoposte per due secoli, a partire dagli anni ’60 si è aperta una nuova fase nella storia australiana. È iniziata una politica di riconciliazione volta a favorire un dialogo, un rispetto reciproco e una maggiore armonia tra gli aborigeni e il governo. Sebbene siano stati fatti passi importanti in questa direzione, come per esempio l’istituzione nel 1998 del National Sorry Day ogni 26 maggio e le scuse ufficiali rilasciate dal Primo Ministro Rudd nel 2008, la strada è ancora lunga e in salita, in quanto la “questione aborigeni” resta un tema delicato nella società politica e civile australiana.

Attualmente, gli aborigeni australiani rappresentano il 3.3% della popolazione totale. Nonostante la forte presenza sul territorio, l’Australia, tuttavia, non figura tra gli stati che hanno ratificato la Convenzione n.169 dell’Organizzazione Internazionale del Lavoro (ILO). Adottata nel 1989 e volta a sostituire la Convenzione n. 107 del 1957, essa è l’unica convenzione vincolante sui diritti dei popoli indigeni che si pone l’obiettivo di assicurare loro la piena realizzazione dei diritti, come il diritto alla proprietà collettiva della terra, il diritto all’autodeterminazione, il diritto di partecipare attivamente alla vita politica e il diritto di vedersi riconosciute, al pari di ogni altro essere umano, le libertà fondamentali. Gli stati che hanno attualmente ratificato la Convenzione, attribuendole pertanto una forza giuridica vincolante, sono solo 23. A tal proposito, oltre alla ratifica da parte degli stati privi di una presenza indigena sul proprio territorio, sarebbe auspicabile che la Convenzione venisse ratificata in particolar modo da quei paesi in cui vivono popolazioni indigene.

In riferimento al contesto giuridico internazionale applicabile, rileva anche la Dichiarazione sui Diritti dei Popoli Indigeni, che è stata adottata dall’Assemblea Generale (AG) nel 2007. Con il voto favorevole di 143 paesi, 11 astensioni e il voto contrario di Canada, Stati Uniti, Nuova Zelanda e Australia, che hanno deciso di adottarla in un secondo momento, la Convenzione rappresenta una conquista importante verso il “riconoscimento, promozione e protezione dei diritti e delle libertà fondamentali delle popolazioni indigene”. Tuttavia, la Dichiarazione si pone nel panorama internazionale come una dichiarazione di principio, alla quale gli stati hanno il dovere morale, e non giuridico, di conformarsi visto il carattere non vincolante degli atti dell’AG.

A questo punto, dopo aver delineato brevemente le tappe fondamentali della storia degli indigeni australiani e il quadro giuridico di riferimento, verranno esposti i risultati dello studio che Siddharth Shirodkar – autore del report e ricercatore presso l’Australian National University – ha pubblicato sul Journal of Australian Indigenous Issues. La ricerca presenta dei dati inediti, che sono stati raccolti a partire dal 2009 su un campione di circa 11.000 persone di genere, età, origine etnica, istruzione, occupazione, fede religiosa ed orientamento politico diverso. I partecipanti sono stati sottoposti ad un test gratuito online, impiegando il cd “Implicity Association Test” (Test di Associazione Implicita) che trova la sua principale applicazione nel settore della psicologia sociale. Nel caso specifico, a coloro che hanno preso parte allo studio veniva richiesto di associare parole positive e negative ad immagini che ritraevano persone bianche e aborigeni australiani. A seconda della latenza della risposta, se un partecipante era più veloce ad accostare termini positivi alla vista di un volto di un aborigeno australiano, e più lento a collegare un termine positivo di fronte ad un volto caucasico, ciò significava che l’individuo aveva un’attitudine implicita favorevole nei confronti delle popolazioni aborigene australiane. Se invece il partecipante associava più velocemente parole positive all’immagine di volti caucasici si riteneva avere un pregiudizio implicito verso gli indigeni australiani. Ed è proprio questo il risultato che è emerso dallo studio. Il 75% delle persone che hanno partecipato al test ha infatti una visione negativa inconscia contro gli aborigeni australiani. Di per sé il fatto di provare un pregiudizio implicito, del quale non ci rendiamo conto, non significa essere razzisti, anche se questa predisposizione può potenzialmente dare luogo a episodi di razzismo e discriminazione.

In linea generale, sulla base del genere, dell’etnia e dell’area geografica, si è giunti alla conclusione che coloro che mostrano livelli più alti di pregiudizio inconscio sono uomini; caucasici australiani, anglosassoni ed europei; residenti nell’Australia occidentale e nel Queensland; a prescindere dal livello di educazione ricevuto. Infatti, in relazione a questo ultimo aspetto, non è riscontrabile alcuna interrelazione tra livelli avanzati di istruzione e più bassi livelli di pregiudizio.

Shirodkar ha definito i dati raccolti come “scioccanti ma non sorprendenti”, la cui analisi deve andare oltre il contesto australiano perché il problema del pregiudizio razziale non ha confini e riguarda ogni società. Egli ha infatti evidenziato che il pregiudizio subito dagli aborigeni australiani può essere equiparato a quello che sta provando la comunità di colore negli Stati Uniti, nonostante il numero di afroamericani è estremamente più alto rispetto a quello degli indigeni australiani (circa 48 milioni di afroamericani nel 2018 contro 850.000 aborigeni australiani nel 2019). I risultati di questo studio, insieme alle proteste che si sono seguite in America ed estese al resto del mondo per l’uccisione ingiusta di George Floyd, continuano a mettere in evidenzia come il problema del razzismo sia ancora forte e purtroppo presente nella nostra società. Seppur diversi, si tratta di scenari simili, che dovrebbero portare ognuno di noi a riflettere ed impegnarsi affinché si possa costruire una nuova società più inclusiva, imperniata sul rispetto reciproco e sulla convivenza tra culture differenti. È necessario sviluppare uno spazio politico e sociale nel quale sia possibile attuare una riconciliazione tra etnie diverse, a prescindere se si tratti di neri con i bianchi o bianchi con gli aborigeni.

 

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Federica Donati

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