Resta altissima la tensione nella striscia di Gaza il giorno dopo un attentato terroristico che ha colpito le forze di polizia controllate da Hamas. L’organizzazione islamista ha imposto un coprifuoco, dichiarato lo stato di emergenza e sta procedendo ad arrestare diverse decine di sospetti militanti di organizzazioni eversive islamiste vicine agli ambienti salafiti o cellule ideologicamente affini allo Stato Islamico. Il mortale incidente terroristico ha colpito un posto di blocco della polizia nella parte sudorientale della capitale della striscia di terra uccidendo tre militari: Salameh al-Nadim, 32 anni, Wael Khalifa, 45 anni e Alaa al-Gharbali, 32. A breve distanza di tempo un’altra esplosione, questa volta non mortale, ha colpito un installazione militare nel nord.

Se inizialmente la leadership di Hamas ha incolpato lo stato di Israele è apparso subito chiaro che i colpevoli dovevano essere cercati all’interno della galassia islamista che lotta contro l’”occupazione israeliana” e ha in Hamas un nemico parimenti allo stato ebraico. Le indagini, tra omissioni e segretezza, sono ancora in corso mentre le autorità si stanno prodigando per rassicurare la popolazione e garantire l’arresto dei colpevoli oltre che eliminare i fiancheggiatori. Una dichiarazione del ministero degli interni ha definito gli attentati incidenti isolati e ha affermato di avere informazioni sull’identità degli aggressori, ma non ha rilasciato ulteriori dettagli. “Assicuriamo al nostro popolo che la situazione della sicurezza è stabile nella Striscia di Gaza e affermiamo che queste esplosioni sospette – che cercano di causare confusione nell’arena interna – sono eventi isolati che non avranno alcun impatto su questa situazione dell sicurezza”, afferma la nota.

Il recente fatto di sangue scoperchia la tensione latente nella striscia di terra densamente popolata; dove il disordine per le precarissime condizioni economiche e sociali si mescola con l’acrimonia che l’opinione pubblica sempre più manifesta verso le politiche plutocratiche di Hamas. L’organizzazione terrorista, infatti, ha il pieno controllo della striscia e dei destini della popolazione civile dal giugno del 2007, anno in cui gli islamisti si impadronirono della zona rimuovendo gli ufficiali vicini a Fatah. Da allora la striscia è precipitata in un inferno di radicalismo islamico, violenza, peggioramento degli indici sociali che le continue guerre con lo stato di Israele hanno acuito. Di fronte alle necessità, alle proteste e alle rimostranze dei gazawi gli accoliti di Hamas hanno risposto con la repressione e la violenza. I già esigui fondi donati dalle monarchie della Penisola arabica o dalla comunità internazionale sono stati, inoltre, incamerati dalla corrotta leadership al potere o usati per incrementare la dotazione di armamenti da utilizzare nelle schermaglie dirette contro i sionisti.

La bandiera di Jahafil Al-Tawhid Wal-Jihad fi Filastin ,il gruppo palestinese islamista sunnita emanazione della rete mondiale di Al Qaeda in Palestina. I salafiti rappresentano dal 2008 una sfida (assieme ad altre sigle di diverso orientamento politico o religioso) nei confronti del controllo autocratico di Hamas della Striscia di Gaza

Dal 2007 la situazione sociale è peggiorata aprendo la strada a una sempre maggiore emigrazione all’estero degli esasperati gazawi oltre che incrementare il supporto verso movimenti islamisti paralleli. Si sono radicati; di conseguenza; Jihad islamica palestinese, le Brigate di  resistenza nazionale e i salafiti di Tawhid al-Jihad oltre a diversi gruppuscoli galvanizzati dall’esperienza dello Stato Islamico. Tutte queste realtà conducono una personale e trasversale battaglia contro lo stato ebraico spesso sfuggendo dalle direttive o apertamente sfidando l’autorità quasi monarchica di Hamas all’interno dei confini di Gaza. Mentre Hamas deve fare i conti con la crescita del dissenso interno, con il radicarsi di sentimenti salafiti e wahabbiti, non cessa la competizione delle diverse potenze mediorientali nei confronti dei cuori e delle menti dei palestinesi e il recente protagonismo armato di talune formazioni eversive farebbe indovinare un collegamento con Riyadh, Doha o Abu Dhabi intenzionate a rompere il monopolio di Hamas (e dei suoi sponsor iraniani) nella regione.

I recenti scontri con Israele, gli omicidi mirati e il fitto lancio di missili hanno incrementato la tensione tutt’ora bollente anche grazie all’assertività militare delle forze armate israeliane, impegnate in ambiziose campagne di annichilimento delle installazioni paramilitari di Hezbollah in territorio libanese o di qualunque milizia vicini ai Pasdaran in Siria e Iraq. L’attentato terroristico di ieri solleva un dubbio sull’effettiva capacità di Hamas di controllare il suo retroterra oltre che rafforzare il prestigio e la mediaticità dei diversi gruppi della galassia islamista presenti all’interno di Gaza; finora contenuti dal dirigismo violento delle brigate vicine alla Fratellanza musulmana. Nei prossimi anni assisteremo a un ulteriore radicalismo di Hamas che non può permettersi di perdere terreno all’interno della crociata violenza volta a sovvertire l’esistenza dello stato ebraico.

Seppur annichilito sul campo e quasi cancellato nella leadership (se si esclude l’evanescente califfo) l’ideologia dello Stato Islamico persiste all’interno delle aree di fragilità, di insurrezione e instabilità all’interno e all’esterno dell’umma islamica. Le bandiere nere fanno capolinea e proseliti a livello mediatico tra una popolazione sfiancata dall’apocalittica situazione sociale alzando i toni, incrementando disordine e violenza sia nei confronti di Israele che nei confronti della leadership di Hamas, giudicata inefficace, corrotta e eccessivamente prudente. Israele e la comunità internazionale devono continuare a tenere alta l’attenzione nei confronti della Striscia evitando la crescita incontrollata di un disordine foriero di una guerra civile interna devastante. L’amministrazione Netanyahu dovrà impegnarsi nel combattere attivamente la resilienza della galassia islamista all’interno del territorio autonomo palestinese evitando in tal modo la frammentazione anarchica del potere e incrementando il numero degli attori inaffidabili. Un impegno che deve procedere di pari passo con tentativi di dialogo con i riluttanti islamisti minacciati a loro volta anche dal flirtare del maggiore sponsor finanziario e politico, l’Iran, con le diverse sigle dell’insurrezione.

Emblematica è, ad esempio, la contorta vicenda del Movimento Sabireen, gruppo armato nato dalla scissione dalla Jihad islamica palestinese, formato da convertiti allo sciismo e ideologicamente vicini ad Hezbollah e Iran. Il movimento localizzato a Shuja’iyya (popoloso quartiere ad est della città di Gaza) ha sposato pienamente gli ideali di rivoluzione islamica e il khomeinismo aprendo una faglia settaria nella già travagliata situazione della regione. Seppur prontamente smantellata dalla polizia di Hamas, il movimento resta tutt’ora un potere (seppur minoritario) alternativo e imprevedibile frutto del profondo stato di incertezza tra la frastornata popolazione palestinese.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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