L’alleanza tra la Repubblica islamica di Iran ed il secolare regime siriano della famiglia Assad, contrassegnata nella sua lunga storia quarantennale da fasi di apoteosi alternatesi ad altre altalenanti e di indubbia ambiguità, ad otto anni dallo scoppio della guerra civile in Siria non sembra mostrare segni di cedimento e l’asse Teheran-Damasco continua ad essere percepita dalle altre potenze regionali (Arabia Saudita ed Israele) e dalla loro alleata d’oltre mare (USA) come una costante minaccia al fragile equilibrio geopolitico medio-orientale [1].

Le origini del pragmatismo della politica estera iraniana

Il sodalizio islamico-secolare nasce all’indomani della rivoluzione khomeinista (1979) quando la Siria di Hafez al-Assad è l’unico paese all’interno del mondo arabo a riconoscere la legittimità della neonata Repubblica islamica. Tuttavia è l’invasione irachena dell’Iran nel settembre del 1980 a fungere da catalizzatore al consolidamento di un’alleanza definita da molti analisti politici dell’epoca come “contro-natura” perché espressione di due ideologie antitetiche ed inconciliabili (una secolare e l’altra religiosa) e dunque destinata a spezzarsi dinanzi alle prime divergenze.

L’attacco delle truppe irachene di Saddam Hussein si inserisce in un quadro politico-regionale di grande tensione: i continui tentativi da parte del neo-governo islamico di esportare la rivoluzione sono percepiti dai paesi arabi ed in primis dall’Arabia Saudita, come una minaccia contro i rispettivi modelli statuali. L’Iran è una potenza emergente che deve essere isolata e sconfitta.

Lo scoppio della guerra Iran-Iraq (1980-1988) risulta tuttavia funzionale alla Repubblica islamica poiché è proprio attraverso tale traumatica esperienza bellica che essa definisce la propria politica estera (tutt’ora in auge), di forte connotazione pragmatica ed essenzialmente finalizzata al raggiungimento di due obiettivi: garantire da un lato la propria sopravvivenza e dall’altro, assicurarsi un ruolo di primo piano nel frammentario scacchiere medio-orientale.

Teheran (che non considera le relazioni internazionali come un gioco a somma zero) a partire dagli anni ’80 imposta una strategia di azione simultaneamente difensiva ed offensiva: minimo comune denominatore è l’impegno da parte dell’amministrazione iraniana alla costruzione ed al consolidamento di alleanze “endogene” dove il fattore ideologico o la variabile confessionale-religiosa non ne rappresentano di certo l’aspetto cardine.

L’alleanza con la Siria di Hafez al-Assad viene formalizzata nel Marzo del 1982 con la visita a Teheran di una delegazione siriana presieduta dal Ministro degli Affari Esteri Abd al-Halim e dove, per l’occasione, vengono stipulati una serie di accordi bilaterali di natura commerciale (nello specifico viene affrontata la questione del petrolio) e militare-strategica.

La guerra civile libanese (1982-1990) sancisce sia l’apoteosi del sodalizio Teheran-Damasco (parliamo nello specifico degli anni 1982-1985 coincidenti con la prima invasione israeliana del Paese dei Cedri) che il periodo di massima tensione (1985-1988), dove i divergenti interessi geo-strategici del più ampio contesto regionale portano le due potenze a sviluppare in un Libano martoriato dal conflitto etnico-confessionale agende e priorità differenti. La Siria preme per la creazione di uno stato secolare da inscrivere nella propria sfera di influenza. Se per Damasco le “faccende libanesi” sono cruciali al perseguimento di un ruolo di leadership nel Levante, per la Repubblica Islamica (che preme per il mantenimento di un regime confessionale che conceda ampi poteri alla comunità sciita), la questione libanese risulta essere funzionale alla creazione di un’asse sciita Teheran-Damasco-Beirut capace di controbilanciare la minaccia irachena di Saddam Hussein e quella saudita-wabbita in Arabia Saudita. Il sodalizio politico-militare con Hezbollah e con Hamas in Palestina deve essere inscritto nel doppio filo strategico difensivo (costruzione di alleanze) ed offensivo (intervento su specifici scenari di guerra) su cui si muove tutta la politica estera iraniana. Teheran guarda al Levante per imporsi come attore egemone nel Golfo Persico.

“La War on Terror” ed il rafforzamento dell’asse Teheran-Damasco

L’Invasione dell’Iraq nel 2003, la caduta di Saddam Hussein e l’entrata in scena degli statunitensi negli affari regionali (e nello specifico in quelli del Golfo Persico) rinvigoriscono l’alleanza tra i due paesi e contemporaneamente plasmano la politica estera di Teheran che inizia ad interrogarsi sul come far fronte alla nuova minaccia atlantica ed alla sua “War on Terror” (lanciata dall’amministrazione Bush all’indomani degli attentati del 9/11/2001). Nello specifico sono due le grandi sfide con cui l’Iran deve confrontarsi: da un lato ridefinire il proprio ruolo nella comunità internazionale e che la condurrà ad un avvicinamento al fronte orientale di Russia e Cina e dall’altro, la ridefinizione delle proprie relazioni diplomatiche e militari con il mondo arabo. Un approccio pragmatico ed in sintonia con la realtà geopolitica, quello iraniano, che vede l’amministrazione di Teheran intensificare le relazioni con la Siria, unico paese arabo da sempre fedele alla Repubblica islamica. Leggere tale alleanza come prodotto di una convergenza di interessi regionali comuni (Hezbollah in Libano) oppure enfatizzandone l’affiliazione confessionale (sciismo) risulta riduttivo: il successo dell’asse Teheran-Damasco è riconducibile alla presenza di bisogni ed aspettative differenti ma tra di loro in armonia e tenute unite da una comune minaccia, quella imperialista e colonialista incarnata dagli USA nello scenario post Seconda Guerra del Golfo.

E’ grazie a Damasco, capitale del nazionalismo arabo dopo l’impero degli Omayyadi, che Teheran riesce a rompere il proprio isolamento internazionale e logisticamente parlando a sostenere lo sforzo bellico durante la “Guerra Imposta” (altro nome per definire il conflitto Iran-Iraq). Ed è sempre grazie a Damasco che l’Iran può dispiegare nel paese dei Cedri i Pasdaran (Corpo delle guardie della Rivoluzione Islamica) al fine di combattere lo Stato di Israele, dipinto come il cavallo di Troia dell’imperialismo occidentale.

Da tale inquadratura storica emerge come la Siria per tutti gli anni ’80 abbia indubbiamente rappresentato il partner dominante all’interno dell’alleanza; complice la guerra Iran-Iraq che aveva fortemente indebolito la Repubblica islamica e gli accordi di Camp David del 1980 firmati dall’Egitto di Saadat, che avevano innalzato il paese a paladino del nazionalismo arabo. La Siria inoltre fino al 1991 godeva del patronage politico. militare ed economico dell’URSS.

La Guerra civile siriana e la ridefinizione dell’alleanza

Lo scoppio nel 2011 della guerra civile in Siria sposta la “balance of power”, rendendo tra i due l’Iran il partner muscoloso. Teheran dichiara apertamente il proprio coinvolgimento nel conflitto in supporto del governo di Bashar al-Assad solo nel 2015 (informalmente parlando, la sua presenza risale all’inizio della guerra) .

La retorica[2] adottata dal governo come giustificazione, ovvero come legittimazione, dell’azione militare intrapresa (presente in ogni discorso pubblico), è una narrativa facente capo ora alla securitizzazione della dimensione settaria e dunque finalizzata all’esacerbazione del conflitto irrisolto tra sunniti e sciiti mediante un processo di demonizzazione dell’”altro”(securitization of sectarianism), ora di difesa della sovranità e dell’integrità territoriale (un discorso che fa appello ai principi fondamentali del diritto internazionale).

Il contesto è quello di una guerra di procura che vede il governo di Teheran opporsi a quello di Riyad (che si avvale esattamente della medesima strategia narrativa per legittimare il proprio coinvolgimento a sostegno delle forze anti-Assad secolari e dei gruppi jihadisti) e di Tel-Aviv. Al di là delle motivazioni ufficiali di difesa del territorio siriano (che sia in nome dell’unità territoriale o per la difesa dei luoghi sacri alla comunità sciita), l’intervento iraniano è sostanzialmente dettato da condizioni pragmatiche e che inevitabilmente ci rimandano agli obiettivi strategici da sempre caratterizzanti la politica estera offensiva e difensiva della Repubblica Islamica di cui si è accennato precedentemente: la deterrenza nei confronti di Israele (elemento imprescindibile per la sopravvivenza e per un ruolo di leadership nel contesto regionale) può essere garantita solo attraverso il mantenimento dell’attuale regime damasceno. Garantire continuità al governo di Bashar al-Assad è condizione preliminare al rafforzamento dell’asse con Hezbollah ed è contemporaneamente lo strumento per evitare di ricadere in quel senso di “solitudine strategica” post rivoluzione Khomeinista.

Il supporto iraniano al governo di Damasco spazia dal settore militare e dell’intelligence (addestramento militare e diretto supporto logistico sul campo di battaglia mediante il dispiegamento di unità del Corpo dei Guardiani della Rivoluzione) a quello finanziario a sostegno delle aree sotto il controllo governativo, passando per la dimensione economica [3]. Nello specifico, il controllo dei settori strategici dell’economia siriana mediante la penetrazione di varie compagnie iraniane nei settori dell’elettricità, delle telecomunicazioni e dell’industria petrolifera, è una delle carte vincenti giocate da Teheran per mantenere la Siria sotto la propria sfera di influenza. Stati Uniti ed Unione Europea hanno largamente contribuito al potenziamento dell’interscambio economico tra i due paesi: le sanzioni economiche imposte dall’Occidente su una Siria martoriata dalla guerra civile hanno dato ampi spazi di manovra all’Iran permettendogli, per esempio, di incrementare il proprio coinvolgimento nel paese mediante la creazione di linee di credito volte a finanziare l’importazione dei prodotti di prima necessità (prodotti alimentari, carburante, petrolio).

L’entrata in scena nel 2015 di “Putin d’Arabia” ha senza dubbio ridimensionato il ruolo privilegiato di cui Teheran ha sempre goduto, senza tuttavia oscurarne la rilevanza, come dimostra il suo potere negoziale durante il processo di Astana ed il triumvirato di Sochi. Turchia, Iran e Russia nel “joint statement” pubblicato dopo l’incontro dell’Aprile 2018 ad Ankara (e ribadito nel vertice tenutosi nella capitale turca il 22 settembre di quest’anno), ritornano sull’importanza del mantenimento dell’integrità territoriale della Siria e del supporto alla Commissione Costituzionale approvata nel gennaio dello stesso anno a Sochi in occasione del Congresso sul Dialogo Nazionale Siriano.

Will an anti-Iran military alliance be formed?”

Questa è la domanda che si pone l’Arab Center Washington DC (ACW) in una recente analisi. Donald Trump ed il suo alleato Benjamin Netanyahu sono i principali promotori di una narrativa che vuole dipingere l’Iran come l’attore anti-sistemico per antonomasia nel contesto regionale.

I disordini che stanno interessando il Golfo Persico (e nello specifico lo stretto di Hormuz), teatro di assalti e di sequestri di petroliere ad opera dei Pasdaran iraniani, contribuiscono di certo ad alimentare e giustificare questo tipo di narrazione. Tralasciando il fattore discorsivo, tali atti sono soprattutto sintomatici della percezione attuale che Teheran ha di sé: un paese che dopo il ritiro statunitense a Maggio 2018 dal JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action) ed a seguito, sempre ad opera dell’amministrazione Trump, della reintroduzione nello stesso anno delle sanzioni economiche, sta rivivendo una nuova fase di isolamento internazionale (nonostante gli sforzi dell’Unione Europea di mantenere aperti i canali economici e commerciali mediante il meccanismo INSTEX) alla quale deve sommarsi una forte crisi interna dovuta al deterioramento dei conti pubblici ed ad un crescente malcontento popolare (il paese sta vivendo una grave fase di recessione, forse la peggiore dal 1988).

L’inquilino della Casa Bianca ed il premier uscente israeliano stanno collaborando per la creazione di un’alleanza militare, una sorta di NATO 2.0 medio-orientale, includente oltre a tutti i paesi del GCC (Gulf Cooperation Council) anche Egitto e Giordania. Il progetto esiste veramente, si chiama Middle East Strategic Alliance (MESA) [4] ed è annunciato per la prima volta a Maggio del 2017 in occasione della visita del presidente statunitense in Arabia Saudita. La dichiarazione di Riyad descrive tale alleanza come funzionale “alla pace ed alla sicurezza nella regione e nel mondo” ma de facto risulta piuttosto essere un progetto di contenimento dell’espansionismo iraniano e nell’ottica israeliana e statunitense di destabilizzazione ed infine di rovesciamento della Repubblica Islamica stessa. Un intento, quest’ultimo, reso pubblico dall’ormai ex premier Netanyahu e dal presidente statunitense Donald Trump in occasione della “Middle East Peace Conference” tenutasi a Varsavia il 13 ed il 14 Febbraio di quest’anno [5]. I grandi assenti alla due-giorni sono stati i due triumviri di Sochi Vladimir Putin e Recep Tayyip Erdogan, impegnati nel meeting con Rouhani propio per discutere sul futuro della Siria post ritiro americano. E’ importante sottolineare come entrambi i paesi si oppongano alla strategia americana di “pressione” sull’Iran.

La conferenza di Varsavia si dimostra tuttavia inconcludente, non conduce alla sottoscrizione di un concreto piano d’azione verso il “pericolo Iran” poiché sono gli stessi Stati partecipanti ad avere pareri discordanti sulla strategia più opportuna da adottare: “premere per un cambiamento di regime o insistere affinché la Repubblica Islamica modifichi il proprio atteggiamento aggressivo?”.

La questione di fondo, dalla quale dipenderà o meno il successo dell’alleanza, è che non tutti i paesi arabi sono realmente interessati ad impegnarsi in una escalation militare con il governo di Teheran: paesi come l’Egitto o la Giordania si dimostrano scettici ed altri come Kuwait, Qatar ed Oman preferiscono il confronto allo scontro armato.

Se andasse in porto, tale alleanza strategica risulterebbe essere il primo sodalizio arabo-israeliano: un fronte comune che inevitabilmente andrebbe a rimettere in discussione le dinamiche e gli equilibri regionali e che, di riflesso, imporrebbe all’Iran di ridefinire e riformulare la propria politica estera: in ballo non c’è solo il suo status di potenza egemone, ma la sua stessa sopravvivenza.

Bibliografia:

[1] Sulle origini del pragmatismo della politica estera iraniana e sulla “War on Terror” ed il rafforzamento dell’asse Teheran-Damasco:

  • Caret, Charles. “L’alliance contre-nature de la Syrie baasiste et de la République islamique d’Iran”, Politique étrangère, Vol. 52, No. 2, 1987, pp. 381-387, Institut Français des Relations Internationales, available at: https://www.jstor.org/stable/42674859

[2] Sulla retorica adottata dall’Iran per giustificare il proprio intervento nel conflitto siriano:

[3] Sull’interventismo iraniano nella dimensione economica siriana:

[4]Sul Middle East Strategic Alliance (MESA):

[5] Sulla Middle East Peace Conference in Warsaw:

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: