Il Mar Glaciale Artico non è un luogo in cui imperversano soltanto i giganti dell’economia mondiale. Con l’apertura delle rotte artiche, si parla con frequenza crescente di quest’area, in relazione agli interessi degli stati e delle corporation minerarie e petrolifere. Tuttavia, l’aspetto che sembra poco considerato è relativo all’impatto che tutto questo “traffico” può avere sulla popolazione locale, in particolare gli inuit, popolo abituato a ritmi meno serrati di quelli che la corsa polare sta importando in quell’area.

Si stima che gli Inuit siano circa 160.000 e che risiedano in maggioranza tra Canada, Groenlandia e nord dell’Alaska.  Oggi, questa popolazione con il proprio insieme di culture, tradizioni ed abitudini è sottoposta a molteplici minacce, che mettono in discussione anche la stessa sopravvivenza. Una delle cause è  sicuramente da ricercare nei cambiamenti climatici, che stanno intaccando quella che è l’arcaica routine della popolazione, i loro schemi e le loro conoscenze trasmesse in forma orale, basate sui ritmi della formazione dei ghiacci e del disgelo. Poi c’è da considerare anche, l’attività di estrazione e sfruttamento delle risorse naturali della Groenlandia da parte delle multinazionali occidentali, la quale sta sottraendo risorse e spazi, costringendo queste popolazioni ad abbandonare il loro stile di vita tradizionale.

La conseguenza è un’impennata dei casi di depressione e spaesamento tra gli uomini e le donne Inuit, condizione che spesso sfocia in alcolismo e suicidi, in particolare tra i giovani. Infine, paradossalmente, le forti pressioni da parte di organizzazioni a tutela dell’ambiente per il divieto di caccia alle foche sottrae a questa popolazione la loro principale fonte di sostentamento. La struttura sociale Inuit, priva di un capo, priva di struttura politica e priva del concetto di proprietà privata, collide con la sfrenata corsa alle risorse che sta invadendo il loro territorio.

Tuttavia se il destino di questa popolazione appare comune, in qualche caso è stato avviato un percorso inclusivo. In Canada, infatti si cerca di coinvolgere i nativi nel processo decisionale inerente l’aspetto del governo del territorio. Il lavoro che si sta svolgendo è di progressiva decolonizzazione; un processo complicato, atto a cancellare un passato segnato da marginalità e tumulti, oppressione e violenze. La popolazione Inuit vive nel cosiddetto “Inuit Nunaat” (terra degli Inuit), una zona che va dal Labrador settentrionale ai territori a Nord-Ovest, ed include un terzo delle terre emerse del Canada. Il 99,7% della popolazione canadese vive a sud del 60° parallelo; pertanto la regione artica del Canada è pressappoco disabitata . Qui vi vivono solo le popolazioni indigene, perlopiù Inuit, meticci e membri delle First Nations.

Come se non bastasse, in quelle zone, mancano infrastrutture pubbliche come le scuole; vi sono problemi di abitabilità e di approvvigionamento delle risorse, problemi di accesso alla sanità ed una condizione socio-economica più svantaggiata. Il rapporto tra il Nord ed il Sud del Canada è stato lungamente simile a quello di uno Stato colonizzatore con la sua colonia: Ottawa, ha sempre considerato il Nord come deposito di risorse. Il Nord come fornitore di materie prime. Da quest’area il Canada ricava oro, ferro, nichel,rame, cobalto, petrolio, gas e diamanti. A nord-ovest dello Stato di Alberta, si trovano riserve di petrolio seconde soltanto all’Arabia Saudita in forma di sabbia bituminosa. Gli investimenti industriali per le sabbie bituminose sono pari a 14 miliardi di dollari, ma in costante aumento . L’Artico ha le potenzialità per diventare un elemento molto importante nell’economia canadese, basata sulle risorse naturali. Ciò chiaramente non indifferenti le popolazioni indigene della regione, dato che le miniere, i gasdotti  e gli oleodotti passeranno proprio sulle loro terre. Il Canada, molto sta facendo nella direzione della sostenibilità ambientale, ma resta comunque da lavorare sul piano del dialogo con gli autoctoni. La valorizzazione delle risorse deve passare inevitabilmente per un processo di sviluppo che integri anche le popolazioni locali.

(Mappa degli insediamenti Inuit)

Popolazioni che non restano inermi, e grazie a numerosi attivisti si sono opposte più volte alla realizzazione degli oleodotti. Dal punto di vista politico, per molti gruppi indigeni del Nord, le rivendicazioni territoriali si sono esplicitate essenzialmente in forme di autogoverno e forme svariate di autonomia. Le più significative rivendicazioni,  che hanno anche rilevanze giuridiche, sono sicuramente il Labrador Inuit Land Claims Agreement del 2005 , il Nunavut Land Claims Agreement del 1993, l’Umbrella Final Agreement del 1993 e il Western Arctic Claim del 1984 . Il primo tra questi, però, è il più attinente l’area in questione perchè prevede la costituzione di un governo regionale a maggioranza Inuit nel territorio del Nunatsiavut. Sulla base di questo accordo, gli indigeni si arrogano anche i diritti sulle risorse minerarie su una grossa porzione di territorio . La voce degli indigeni sembra essere venuta fuori, ma non senza intoppi e riluttanze da parte di Ottawa. Nella sostanza, qualcosa di simile c’è anche in Groenlandia, laddove gli indigeni sono riusciti a mettere le mani sulla propria terra, gestendo risorse naturali e minerarie . Tuttavia, in Canada come in Groenlandia, gli Inuit hanno difficoltà a gestire la situazione, mancando in entrambi i casi figure amministrative ben strutturate.

Il Canada, a seguito delle trattative, e sulla base della prassi di common law ha disposto che le industrie private consultassero gli indigeni per lo sfruttamento e la ricerca di risorse naturali nelle aree abitate dagli Inuit. Più precisamente, in attesa di soluzioni definitive si è optato per la gestione condivisa: presenza di commissioni composte da elementi del governo federale ed altri rappresentanti della comunità indigena. Un maggior coinvolgimento degli Inuit potrebbe portare a riscontri positivi sul piano della crescita economica e della tutela ambientale. Proprio l’ambiente, con i suoi numerosi problemi legati al riscaldamento globale costituisce un nuovo problema per gli indigeni.

Oggi gli Inuit stanno incontrando difficoltà nella gestione dei fenomeni meteorologici, delle alte temperature, del clima non più prevedibile. Fenomeni come scioglimenti delle strade di ghiaccio utili al trasporto, migrazioni anticipate di orsi polari e caribù, fonte di sostentamento per le popolazioni, rendono più difficili attività già ardue come l’approvvigionamento di cibo e gli spostamenti. Alcune abitudini vanno stravolgendosi come il ricavo di acqua da fonti naturali, la conservazione di cibo nel permafrost. Senza contare poi che i mutamenti provocano anche problemi di salute ad una popolazione come quella del Nord del Canada, già fortemente provata da difficoltà di accesso materiale alla sanità pubblica e privata. Assistenza medica scarsa, che si rivela decisiva, quando a causa dello scioglimento dei ghiacci, le strade si rivelano pericolose e l’assenza di cure tempestive è fatale. Altri problemi sono legati allo stress respiratorio dovuto alle alte temperature, e problemi derivanti dalle sostanze inquinanti provenienti dallo sfruttamento delle risorse.

Ad ogni modo, l’organismo a tutela degli interessi degli Inuit, è una ONG attiva dal 1977: l’Inuit Circumpolar Council , un organo che raccoglie le istanze di tutti gli Inuit sparsi per il Mar Glaciale Artico. Gli Inuit sono stati tra i primi a denunciare il cambiamento climatico rivendicando a livello internazionale un ruolo primario nel dibattito. La  sfida degli Inuit canadesi non è quella di fermare il progresso, ma di ripensarlo sotto il segno di un nuovo e più equilibrato rapporto con la natura . Da undici anni è questa la missione di Sheila Watt-Cloutier,ambientalista e attivista canadese per i diritti delle popolazioni Inuit, tanto che è stata anche candidata al premio Nobel per la pace. Quella degli Inuit è una cultura in piena trasformazione ma, che vive oggi nell’incertezza di un futuro condizionato dal problema dell’ambiente, sempre più compromesso . Affinché essi continuino ad avere un ruolo importante nel futuro della regione circumpolare sia localmente che a livello internazionale, il Canada, ha promesso che continuerà a lavorare strettamente con i sei gruppi indigeni internazionali che sono membri permanenti del Consiglio Artico, tra cui il Consiglio Circumpolare degli Inuit .

Oggi, gli Inuit hanno costituito l’ICC (Inuit Circumpular Council), un’organizzazione non governativa che tutela l’ambiente e le istanze culturali di circa 160.000 indigeni che abitano in Groenlandia, Alaska e Siberia, allo scopo di sensibilizzare i governi delle nazioni sulle loro necessità.

FONTI

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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