Come è stato più volte ribadito, l’Artico negli ultimi anni ha assunto un’importanza mai vista prima. Il Polo Nord è passato dall’essere considerato un’estrema periferia ghiacciata e inaccessibile, a luogo di interesse strategico.

Una reputazione che quest’area si è guadagnata negli ultimi anni, diventando scenario dove si concentrano tensioni, dibattiti, aspirazioni ed interessi; ad oggi quindi, l’Artico vive situazioni e vicende che la rendono centrale nell’attenzione geopolitica mondiale, al pari di zone “calde” del pianeta come il Medio Oriente. Ma quali sono stati i motivi scatenanti che hanno caratterizzato questo cambiamento? Due aspetti su tutti: la scoperta delle risorse ed il riscaldamento globale. In primo luogo le risorse: oro, petrolio, piombo, zinco, rame, terre rare, giacenti da secoli nel sottosuolo artico, sono stati scoperti in tempi recenti, ed è iniziata la corsa tra le varie superpotenze mondiali per accaparrarsi la fetta più grossa della torta artica. In secondo luogo invece, vi è il surriscaldamento globale, fenomeno preoccupante che ha portato a repentini cambiamenti climatici, e al quasi annullamento delle quattro stagioni così come le conoscevamo. Nella zona del globo, più fredda e quindi, più facilmente esposta a rischi di surriscaldamento, le conseguenze sono state visibili ad occhio nudo: scioglimento di ghiacciai, assottigliamento della calotta polare, e immagini di orsi affamati, costretti a lunghe marce per trovare del cibo, hanno fatto il giro del mondo. Un fenomeno preoccupante, ma non per le compagnie petrolifere, e le potenze artiche, che vedono, nello scioglimento dei ghiacciai, l’apertura di nuove piste e nuove rotte navigabili; un vero e proprio toccasana per turismo e approvvigionamento energetico. L’Artico sotto questo punto di vista, ha il fascino e l’attrattiva di una terra vergine, ancora da sfruttare, probabilmente l’ultima terra vergine del pianeta.

Il Mar Glaciale Artico: la bomba di carbonio e metano oltre le risorse. Implicazioni e rischi

(Ghiacciai in scioglimento)

In un mondo così strettamente interconnesso, ciò che accade in un determinato luogo, può avere conseguenze anche altrove. Di conseguenza i fenomeni che ultimamente stanno preoccupando l’opinione pubblica, a vario titolo, preoccupano anche chi si occupa di Artico, pensando alle possibili conseguenze. Ad esempio è sotto gli occhi di tutti quanto sta accadendo in Antartide, dalla parte opposta del pianeta. Una zona totalmente ghiacciata anch’essa, ma che ha regalato immagini suggestive ed inquietanti, di intere aree completamente prive di ghiaccio e con temperature superiori ai 20 gradi. Se la stessa cosa dovesse succedere nell’Artico quali sarebbero le conseguenze? È ormai un dato conclamato che vi siano numerose risorse sotto i ghiacci, ma purtroppo non ci sono solo quelle. Lo scioglimento del ghiaccio artico, infatti provocherebbe nel lungo termine, una fuoriuscita di metano e carbonio senza precedenti, in quanto si stima che il quantitativo di questi due elementi nascosto nell’Artico sia davvero incalcolabile. Il rischio è che il metano, libero dai ghiacci, possa liberarsi nell’aria generando un livello di inquinamento notevole, e le conseguenze, inutile a dirlo, sarebbero disastrose, oltre che globali. A ciò va aggiunto che sotto lo strato di ghiaccio che si sta scongelando affiorano antichi veleni del passato, tra cui una quantità stimata di 15 milioni di tonnellate di carbonio, circa il doppio del quantitativo contenuto nell’atmosfera e tre volte rispetto a quello stoccato nelle foreste mondiali. Per capire l’entità del percolo, basti pensare che quel carbonio rappresenta circa 150 miliardi di tonnellate di CO2, pari alla quantità che potenzialmente emetterebbero gli Stati Uniti in circa 80 anni. Come se non bastasse, a completare il quadro, ci sarebbero spaventose quantità di antrace, mercurio tossico e scorie nucleari che per ora rendono l’area una bomba quiescente, ma che, con lo scioglimento del ghiaccio, finirebbero nel circolo della catena alimentare.

Oceano Artico: il deposito dei patogeni dormienti

(Ghiacciaio artico)

In questo periodo, l’opinione pubblica non fa altro che parlare del Coronavirus, questo virus di cui si sa ancora poco. Quotidianamente cresce il numero di contagiati, di pari passo all’aumento del numero di paesi interessati. Anche i paesi artici non sono stati risparmiati. Negli Stati Uniti si contano 126 contagi, 45 in Canada, 36 in Norvegia, 30 in Islanda. Nel mondo interconnesso vi è la preoccupazione crescente per il dilagare del virus per cui è in atto una corsa contro il tempo per trovare una cura. Tuttavia Gli esperti che si occupano di Artico, nel chiedersi cosa si nasconda tra i ghiacci artici, hanno più volte considerato la possibilità di uno scenario che, se confermato, risulterebbe anche peggiore di quello attuale, con un potenziale in grado di fare ancora più danni. Infatti, stando ad una serie di studi in corso nel Mar Glaciale Artico, tra tonnellate di risorse, utili e sfruttabili vi sarebbero anche batteri, virus ed agenti patogeni, potenzialmente letali. Un Polo sempre più libero dai ghiacci potrebbe liberare nell’aria esseri viventi invisibili all’occhio umano, di cui nulla o quasi si conosce. Quali sarebbero le conseguenze a livello mondiale? A dire il vero, la conseguenza di temperature più miti si sta verificando già da qualche anno,facendo riscontrare l’aumento di virus e patologie, che già colpiscono alcune specie animali, tra cui le renne, che si stanno ammalando con maggiore frequenza rispetto al passato. È da riscontrare però, anche l’incremento di malattie letali per l’uomo. Infatti già nel 2016 alcuni pastori nomadi di renne si sono ammalati in circostanze poco chiare, con una sintomatologia ed una frequenza che ha fatto temere a molti il ritorno della “peste siberiana”. In realtà si tratta proprio di questo: i patogeni che starebbero emergendo, hanno “dormito” per secoli, sotto il permafrost, ma adesso potrebbero venire alla ribalta. Alcune ricerche svolte in precedenza, hanno individuato nell’Artico, alcuni vecchi virus come la peste, l’influenza spagnola ed il vaiolo. Altre ancora, come la ricerca effettuata dalla NASA nel 2005 in Alaska, rivelò la presenza di batteri del Pleistocene, ritornati a galla in un lago formatosi da un ghiacciaio disciolto. ma potrebbe esserci altro.

Epidemie e inquinamento. Cosa ci aspetta?

Secondo gli scienziati, potremmo avere la prima estate artica, totalmente priva di ghiacci, già tra 30 anni. Cosa accadrebbe in questo caso? Le conseguenze da valutare riguardano gli aspetti legati alla vita sul pianeta, ma anche agli aspetti economici e geopolitici. Le quantità di carbonio, che verrebbero rilasciate, non essendo considerate nel calcolo totale delle emissioni di CO2, renderebbero necessario un totale ripensamento di quelli che sono i protocolli in materia ambientale. Gli accordi sul clima andrebbero totalmente riscritti, ed i paesi firmatari dovrebbero assumersi un impegno molto più gravoso. A quel punto però, con le conseguenze ambientali, oramai innegabili per i governi, potrebbe non esserci una così larga sottoscrizione di futuri accordi per la tutela del clima. Un’altra novità sarebbe costituita dal considerare l’Artico come la prima area più inquinante del pianeta. Per la prima volta, l’inquinamento da CO2 non proverrebbe dalle attività estrattive o antropiche delle megalopoli, ma da una zona in cui le attività e la presenza dell’uomo sono piuttosto ridotte. E cosa accadrebbe invece nel caso della liberazione di virus, batteri e funghi vari? Sotto questo punto di vista, il Coronavirus è una prova a cui il pianeta è sottoposto forzatamente. Gli stati sono corsi ai ripari chiudendo strutture pubbliche, limitando i contatti e disponendo quarantene. Se la cosa dovesse continuare in questi termini, registreremo a chiusura del 2020 una significativa contrazione dei PIL dei paesi più colpiti, con l’avvio verso una recessione tecnica che potrebbe portare ad una crisi economica peggiore del 2008. Le previsioni della crescita economica mondiale, nei primi mesi dell’anno hanno già presentato un segno negativo, causato senza dubbio dal blocco repentino di importazioni ed esportazioni dalla Cina. Nel caso del ritorno di vecchi virus potrebbe verificarsi qualcosa di molto simile. In un caso del genere, bisognerebbe valutare la possibilità di chiudere gli spazi artici. Questo costituirebbe una bella sfida per i paesi rivieraschi dell’area; un braccio di ferro, per tutelare la salute e resistere alle pressioni delle multinazionali del petrolio e dei minerali. Una chiusura di una zona strategica dal punto di vista militare e commerciale, con conseguenze economiche e geopolitiche tutte da discutere.

 

 

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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