Il controllo dell’Artico sta causando importanti cambiamenti nel gioco politico internazionale. Lo scioglimento dei ghiacciai apre nuovi orizzonti che danno un peso diverso all’area circumpolare e all’eventuale sfruttamento di risorse minerarie e ittiche qui presenti in grandi quantità. Gli Stati artici sono i principali protagonisti di questo scenario mutevole ma non gli unici.

L’Artico sta cambiando e lo sta facendo in fretta. Affrontare le sfide che si presentano quotidianamente dinanzi alla incessante domanda di risorse, nuovi equilibri geopolitici che si vengono a creare e vecchie rivendicazioni territoriali che riemergono, oltre agli scenari mutevoli causati dai cambiamenti climatici [1], sono solo alcuni dei problemi che affliggono il tetto del mondo. Ma per comprendere appieno la complessità della regione artica è necessario differenziare i due livelli che quivi operano: regionale e internazionale.  

Il cambiamento climatico sta accelerando lo scioglimento dei ghiacciai nel Nord, fenomeno che accompagnato all’aumento dei prezzi del petrolio e alle stime circa la grande concentrazione di idrocarburi nella regione[2] ha reso l’Artico la nuova riserva energetica mondiale e il passaggio perfetto per collegare in maniera veloce e sicura l’Asia al vecchio continente.

Oceano Artico. Fonte: GEBCO

La ragione principale che potrebbe portare ad un conflitto in Artico è legata alle risorse di petrolio e gas presenti in abbondanti quantità nella regione. Nel 2008 il US Geological Survey ha stimato che l’area Nord dell’Artico può contenere il 30% delle risorse di gas presenti in tutto il mondo e il 13% di petrolio, per la maggior parte offshore[3].  L’Artico è inoltre ricco di risorse naturali, come i minerali nonché di risorse marine viventi. Non da ultimo vi è stata una tendenza alla generalizzazione, discutendo delle “risorse artiche” come se fossero presenti in eguale quantità in tutta la regione. In realtà la concentrazione delle stesse varia a seconda delle zone, per esempio ad oggi è noto che le quantità maggiori di minerali e gas si trovano nella zona dell’Artico Norvegese e Russo.

Le condizioni climatiche (come ad esempio la copertura dei ghiacciai e temperatura) sono diverse nelle acque intorno alla Groenlandia e all’Alaska, così come diverse sono le infrastrutture. Questo significa che le società che qui sono insediate svolgono delle attività differenti e si basano su diverse realtà economiche. La mancanza di infrastrutture, le distanze geografiche e il clima rigido rendono piuttosto discutibile la possibilità per tutti gli stati artici, circa la possibilità di poter sfruttare le potenziali risorse che si trovane nelle proprie ZEE.  Questo introduce un aspetto ulteriore e cioè l’appetibilità che queste zone ricche di risorse assumono per i singoli stati che non mancano di ampliare le proprie mire espansionistiche. Le ricchezze artiche sono già state divise tra gli stati artici, poiché le loro ZEE coprono quasi tutto l’Oceano Artico.

La più grande disputa marittima tra Norvegia e Russia nel Mare di Barents, è stata risolta nel 2010.  Ad oggi sussistono numerose altre dispute territoriali: tra Stati Uniti e Canada nel Mare di Beaufort e tra Canada e Groenlandia nello Stretto di Lincoln e al di sopra della minuscola Isola di Hans. Tuttavia, tutte queste dispute territoriali non possono considerarsi a rischio e quindi quali micce innescanti un conflitto nel freddo Nord. Gli Stati artici infatti, sono consapevoli delle ingenti quantità di danaro necessarie per il procedimento volto alla rivendicazione del fondale marino. In definitiva il costo delle operazioni nel Polo Nord non corrisponde ai guadagni percepiti o percepibili.

Il 7 maggio 2019 la Finlandia ha ospitato l undicesima riunione ministeriale del Consiglio Artico. Sede della riunione la città di Rovaniemi, la capitale culturale della Lapponia finlandese.

A conferma di quanto detto sinora, quando nel 2007 la Russia issò la sua bandiera a una profondità di 4.261 metri in una capsula di titanio, fu solo un atto simbolico scelto per rilanciare le proprie rivendicazioni territoriali nella regione[4]. Tuttavia, l’anno successivo, in risposta a tale atto e in totale assenza di una “governance” per l’Artico, i cinque stati costieri artici si riunirono a Ilulissat, in Groenlandia, ove dichiararono l’Artico una regione dedita alla pace e alla cooperazione. Inoltre i 5 Stati artici (Canada, Danimarca, Norvegia, Russia e Stati Uniti) si impegnavano a far rispettare e ad applicare le norme di diritto internazionale contenute nella UNCLOS[5].  Dopo la dichiarazione di Ilulissat gli Stati artici hanno spesso ripetuto il mantra della cooperazione, principio che ha accompagnato e che accompagna le stesse politiche artiche. Ma il deterioramento delle relazioni tra Stati Artici e Russia è iniziato nel 2014 senza mai più interrompersi.

La creazione del Consiglio Artico come forum intergovernativo, principale per gli affari artici, si inserisce in questo scenario. Il Consiglio Artico è per l’appunto un forum intergovernativo nel quale gli Stati Artici lavorano per stabilire nella regione la cooperazione e la pace oltre che per garantire la ricerca scientifica. E’ stato istituito nel 1996, e ne fanno parte Canada, Danimarca, Finlandia, Islanda, Norvegia, Russia, Svezia e Stati Uniti. Sono Paesi osservatori: Olanda, Polonia, Regno Unito, Francia, Germania, Spagna, Italia e Cina. Il Consiglio Artico si appoggia a sei Gruppi di Lavoro (Working Groups) : l’“Arctic Contaminants Action Program” (ACAP) che ha l’obiettivo di prevenire gli effetti negativi e ridurre l’inquinamento nell’ambiente artico. L’ ACAP incoraggia azioni a livello nazionale per ridurre le emissioni e altri rilasci di sostanze inquinanti nella regione artica.

L’ “Arctic Monitoring and Assessment Program” (AMAP): monitora l’ambiente artico, gli ecosistemi e le popolazioni e fornisce consulenza scientifica ai governi per affrontare gli effetti negativi dei cambiamenti climatici; il “Conservation of Arctic Flora and Fauna” (CAFF): affronta la conservazione della biodiversità artica per garantire la sostenibilità delle risorse biologiche; l’ “Emergency Prevention, Preparedness and Response” (EPPR): si occupa di proteggere l’ambiente artico dalla minaccia o dall’impatto di un rilascio accidentale di sostanze inquinanti o di radionuclidi. Infine il “Protection of the Arctic Marine Environment” (PAME): è il punto focale delle attività del Consiglio Artico per la tutela e l’uso sostenibile dell’ambiente marino artico e il “Sustainable Development Working Group” (SDWG): ha il compito di promuovere lo sviluppo sostenibile della regione artica, proteggendo e migliorando l’ambiente, le economie, la cultura e la salute delle comunità artiche.

Dalla sua creazione il Consiglio Artico è molto cresciuto e ha rafforzato la sua attività, ampliando anche il numero di Paesi osservatori al suo interno; tra i quali figura l’Unione Europea come Paese osservatore non-membro, il cui status di osservatore è ancora in attesa di approvazione. Situazione di stallo dovuta al veto posto dalla Russia, in risposta alle sanzioni che l’UE ha stabilito quale misura per rispondere alla crisi di Crimea del 2014[6]. A questo si collega la convergenza degli interessi statali nella regione, ciascuno Stato infatti ha come scopo principale quello di massimizzare il suo potere e la sua presenza, rispetto a quello degli Stati vicini. Indipendentemente da ciò gli Stati Artici hanno mostrato un interesse per un ambiente politico stabile all’interno del quale mantenere la propria giurisdizione. Ciò è possibile grazie all’importanza attribuita all’UNCLOS e agli accordi specifici firmati sotto gli auspici del Consiglio Artico. Questo approccio avvantaggia gli Stati del Nord e d’altra parte assicura che le questioni artiche siano risolte tra gli Stati Artici, che ivi sono protagonisti.

Un esaustiva carta che illustra la militarizzazione russa dell’Artico

In conclusione, parlare di un conflitto armato tra i ghiacci, così come siamo abituati a conoscerlo, oggigiorno appare improbabile, ciascuno Stato artico e non artico ha quale scopo principale quello di garantirsi una fetta nel processo di spartizione delle risorse o semplicemente la presenza in High North, attraverso campagne di ricerca, ne è un esempio la spedizione High North della Marina Militare Italiana a guida dell’Istituto Idrografico della Marina, e una buona quantità di dati sullo stato dei luoghi e sui fondali. L’unico conflitto possibile oggi in Artico è un conflitto che utilizza armi di soft power: diplomacy e lobbying. D’altra parte però non possiamo affermare con certezza assoluta che la situazione possa non evolversi nel tempo e passare da una visione regionale ad una più internazionale, soprattutto dopo il lancio della Belt and Road Artica, da parte del governo cinese, e della consequenziale cooperazione tra Russia e Cina. Le vicende geopolitiche ci insegnano che tutto può cambiare in men che non si dica, immaginarsi in una regione nella quale i cambiamenti climatici stanno facendo emergere risorse, stanno modificando l’assetto naturale rimasto immutato per anni rendendo più evanescenti i confini e più facili le rivendicazioni territoriali.

L’Artico continuerà ad assumere importanza per gli stati settentrionali e per la comunità internazionale per due ragioni principali: per lo scioglimento dei ghiacciai e il conseguente impatto del climate change sulle popolazioni e sulle risorse naturali e per le opportunità che tale fenomeno sta generando a livello economico, energetico e politico. Il freddo tetto del mondo sta diventando un’area sempre più trafficata e geopoliticamente bollente.


[1] https://www.arctic-council.org/index.php/en/our-work/environment-and-climate

[2] USGS World Energy Assessment Team, Circum-Arctic Resource Appraisal: Estimates of Undiscovered Oil

and Gas North of the Arctic Circle (Washington, DC, 2008).

[3] USGS World Energy Assessment Team, Circum-Arctic Resource Appraisal.

[4] https://st.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/dossier/Mondo/2008/spedizione-oltre/cronaca/bandiera-russa-sotto-polo-nord.shtml

[5] https://cil.nus.edu.sg/wp-content/uploads/2017/07/2008-Ilulissat-Declaration.pdf

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