Lo scontro nella regione del Nagorno-Karabakh (autoproclamata Repubblica dell’Artsakh) appare di giorno in giorno più complicata. Nonostante, la firma di un accordo di pace, le due parti hanno ripreso il conflitto e la situazione – oggi – ha attirato l’interesse di un gran numero di attori esterni: dalla Russia, storicamente alleata con l’Armenia in forza della partecipazione di entrambe al CSTO (Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva), alla Turchia ed Israele che – per motivi differenti – si sono schierati dalla parte dell’Azerbaijan; fino all’Iran e alla Georgia, che – per la loro vicinanza geografica ai luoghi del conflitto – sono interessati a un duraturo cessate il fuoco. In tale contesto, la decisione di schierarsi di un buon numero di Paesi balcanici è passata quasi inosservata; tuttavia, le scelte politiche del presidente Vučić in merito al conflitto rischiano di avere conseguenze non indifferenti, soprattutto per la Serbia.

Serbia e Nagorno-Karabakh: i rischi di una scelta

Fin dalle prime battute della ripresa delle ostilità quest’estate, è apparso chiaro che Belgrado si sarebbe alleata con Baku, legata da un rapporto di amicizia che si è consolidato negli ultimi anni. Ciò nonostante, già a luglio, la scoperta di un traffico di armamenti serbi verso l’Armenia aveva fatto sorgere il dubbio che Vučić avesse deciso di fare il doppio gioco. Il presidente serbo aveva subito smentito le accuse, sostenendo di non aver fornito alcun aiuto militare a Yerevan. Tuttavia, il ritrovamento – in seguito al bombardamento della città azera di Horadiz dello scorso 28 settembre – dei resti di alcuni missili riportanti le scritte “KV-05/19” e “EDePro” (ovvero missile prodotto nel 2019 nella fabbrica di Krušik di Valjevo, utilizzando un motore dell’azienda EDePro di Belgrado) lasciano spazio a pochi dubbi. E la scelta rischia di creare non pochi problemi alla Serbia. In primis, vi è il pericolo di una reazione dei diversi attori internazionali direttamente interessati al conflitto: se, infatti, da un lato Turchia e Israele, alleati con Baku, non hanno di certo gradito la fornitura di armi al nemico; dall’altro nemmeno la Russia, seppur alleata armena, ha accolto con piacere la vendita di armi serbe a Yerevan, dal momento che Putin ha tutto l’interesse di mantenere nella regione l’attuale status quo. Oltre a ciò, la vendita di questi missili G-2000 da parte di Belgrado rischia di suscitare il disappunto di un ulteriore attore esterno – gli Stati Uniti – a causa del loro legame con il trafficante d’armi Slobodan Tešić. Il vero pericolo, però, rischia di provenire proprio dall’Azerbaijan, che potrebbe non perdonare il ‘tradimento’ alla Serbia, mettendo a repentaglio un’amicizia che è stata estremamente fruttuosa negli ultimi anni, soprattutto per Belgrado.

Belgrado e Baku. Una partnership (ancora?) duratura

Una prima cooperazione tra i due Paesi risale, infatti, agli inizi degli anni Novanta; ma è stato solo in seguito all’apertura delle due ambasciate – nel 2010 quella azera a Belgrado e l’anno successivo quella serba a Baku – che i rapporti si sono solidificati; basti pensare che solo tra il 2010 e il 2018 vi sono state trentanove visite ufficiali tra i due Stati. Un’intesa che non è rimasta solo al livello di dichiarazioni di intenti, ma che si è ben presto tradotta in una serie di accordi bilaterali volti a sviluppare convenzioni di stampo economico-commerciale, come la nota Dichiarazione di una partnership strategica del 2013 – poi rinnovata negli anni successivi. E la Serbia, che in seguito alla crisi finanziaria del 2007 ha osservato una continua oscillazione economica, ha ben presto giovato del sostegno di Baku: l’Azerbaijan ha, infatti, creato un’apposita linea di credito per la realizzazione di infrastrutture, come la costruzione del tratto autostradale Ljig-Preljina tra il 2013 e il 2016, e l’autostrada Ruma-Sabac e la superstrada Sabac-Loznica, a partire dal 2019.

Non solo, negli anni, numerosi sono stati gli interventi di stampo umanitario in Serbia, che hanno visto Baku al primo posto. Dalle ricostruzioni di moschee e luoghi di culto serbi fino alla donazione di fondi per affrontare le catastrofi che hanno colpito il Paese nel 2014 e nel 2020, l’Azerbaijan non ha mai perso occasione di investire i propri capitali nell’economia serba, al punto che è ormai possibile affermare che “la cooperazione economica tra Azerbaijan e Serbia è tutt’altro che reciproca ed è limitata ai soli investimenti di capitale azero nell’economia serba”.

Fulcro centrale di questa cooperazione, però, è stato il reciproco sostegno nelle controversie internazionali concernenti il Kosovo e il Nagorno-Karabakh. Entrambi i territori, infatti, si sono dichiarati repubbliche indipendenti – rispettivamente, dalla Serbia e dall’Azerbaijan – in forza di una diversa appartenenza etnico-religiosa e di un’autonomia storicamente riconosciuta già prima degli anni Novanta. Tuttavia, né Belgrado né Baku hanno mai accettato la violazione della propria integrità territoriale e della propria sovranità, sostenendosi l’un l’altro ogni qual volta vi sia stata l’occasione.

Risulta, quindi, chiaro che la vendita di armamenti serbi all’Armenia risulti per l’Azerbaijan un tradimento a tutti gli effetti; un tradimento che Vučić potrebbe pagare a caro prezzo: se il presidente azero Aliyev decidesse di riprendere gli scontri e lanciarsi in una vera e propria guerra, la situazione degenererebbe trasformando un conflitto locale in una guerra internazionale, in cui giocherebbero un ruolo preminente Mosca – chiamata a sostenere l’Armenia – e Ankara – alleata di Baku; una guerra i cui esiti sono tutt’altro che prevedibili e per cui la Serbia potrebbe perdere più di un sostegno estero. D’altra parte, anche qualora lo scontro dovesse concludersi nel breve periodo – senza l’entrata in campo di ulteriori attori – e l’Azerbaijan riuscisse a riprendere il controllo di alcuni territori, non è detto che Baku perdoni il ‘tradimento’ a Belgrado. Quale che sia il risultato finale nel Nagorno-Karabakh, Vučić dovrà convincere l’Azerbaijan della sua fedeltà, pattuendo il prima possibile nuovi accordi tra i due Paesi e cercando di stare il più lontano possibile dagli scontri nel Caucaso.

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Elisa Del Negro

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