Settimane di rivelazioni, novità e sotterfugi all’interno del granitico Regno dell’Arabia Saudita, casa di un conservatorismo fra i più intransigenti del Medio Oriente, coinvolto suo malgrado in una stagione di rilevanti cambiamenti 

È necessaria poco più che una rapida occhiata al planisfero per accorgersi della collocazione ingombrante che occupa l’Arabia Saudita, stretta come è fra il Mar Rosso ed il Golfo Persico, incastonata al centro della penisola da cui prende il nome. Un ingombro che sta diventando, oltre che puramente geografico, anche sempre più politico.Centrale, infatti, non è soltanto la posizione fisica del regno dei Saud, ma soprattutto la partecipazione agli ultimi recenti eventi che hanno interessato la regione mediorientale, già ribollente delle tensioni fra sauditi stessi ed iraniani, aggiungendone ulteriore complessità.Per sciogliere il groviglio delle vicende e delle dinamiche che hanno coinvolto la monarchia nelle ultime settimane, punto di partenza obbligato è ricordare cosa avvenne poco più di dodici mesi fa, e riportare il calendario all’anno passato.

Il 2 ottobre 2018, all’interno del consolato saudita di Istanbul, in Turchia, il giornalista e scrittore Kamal Khashoggi, saudita anch’esso ma che da qualche tempo viveva un esilio autoimposto, muore misteriosamente.Diverse sono le ricostruzioni che ne indagano i fatti e che lasciano tutt’oggi numerose incertezze sull’accaduto. Contraddittorio è a riguardo l’atteggiamento di Riad, che, inizialmente, comunica che lo scrittore aveva lasciato autonomamente la rappresentanza diplomatica da un’uscita posteriore, salvo poi, dopo un’ispezione interna all’edificio da parte di funzionari turchi, correggersi e dichiarare che Khash oggi morì dentro l’edificio a seguito di un diverbio.Le forti critiche che il giornalista aveva riservato all’operato del governo dell’Arabia Saudita, in particolare al suo coinvolgimento nella guerra sporca dello Yemen, appaiono oggi come le più probabili motivazioni del presunto omicidio.I video registrati dalle telecamere di sicurezza presenti all’aeroporto di Istanbul Ataturk, e le ricostruzioni della stampa turca, indicano che, proprio nelle prime ore del mattino del due ottobre, quindici funzionari sauditi fra membri di intelligence e specialisti in medicina legale atterrano da due diversi jet privati. Mezz’ora prima dell’appuntamento che Khashoggi aveva precedentemente fissato con il consolato per ritirare alcuni documenti inerenti al suo matrimonio, al personale turco dell’edificio viene riservata mezza giornata libera.Altre telecamere vicine alla struttura, inoltre, ritraggono alcuni dei funzionari precedentemente ripresi all’aeroporto dirigersi verso il consolato. Fra loro anche Maher Abdulaziz Mutreb, agente più volte presente nell’entourage del Principe ereditario Mohammed bin Salman. Informazioni che con il passare dei giorni divengono di dominio pubblico, rendendo la pista dell’assassinio premeditato un’ipotesi sempre più accreditata.

il Principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman

A ritrovarsi sotto la scomoda luce dei riflettori internazionali è proprio il Principe MbS, principale indiziato della volontà dell’accaduto, che, a causa dello scandalo, ha visto suo malgrado intaccata la reputazione di abile riformatore illuminato che stava faticosamente costruendo. Saudi Vision 2030, il suo ambizioso piano di sviluppo economico che progetta di ridurre la dipendenza del regno dalle esportazioni del petrolio, ha rischiato di subire una grave battuta di arresto. Il figlio di Re Salman si è conquistato le redini del potere con intensa bramosia e non senza rocamboleschi giochi di palazzo, la torbida vicenda Khashoggi ha mostrato però parte delle sue debolezze. La spirale di imbarazzo che ha investito la famiglia reale, infatti, ha reso per l’opinione pubblica particolarmente ambigua la posizione di numerose cancellerie, occidentali e non, che con l’Arabia Saudita intrattengono solide relazioni economiche.

Ad un anno dal presunto omicidio le recenti dichiarazioni di Mohammed bin Salman, che si confida responsabile dell’accaduto – unicamente perché avvenuto sotto la sua giurisdizione – e precisa, però, che non può estendere il suo personale controllo sugli oltre tre milioni di dipendenti pubblici sauditi, riecheggiano vuote e disinteressate. Il parziale mea culpa, anzi, getta ancor più inquietanti ombre su altre due più attuali sparizioni in seno alla stretta cerchia dei fedelissimi del regno. Saud al-Qahtani è stato per lungo tempo uno stretto consigliere proprio del principe ereditario, ed uno degli uomini a lui più vicini. Da qualche mese non ha svolto più apparizioni in pubblico, né si hanno sue notizie, ed il suo profilo twitter è stato disattivato. Le motivazioni risiederebbero nel suo coinvolgimento nell’assassinio dello scomodo giornalista, del quale viene indiziato come principale artefice. Si rincorrono le voci di un suo possibile avvelenamento, ad opera delle alte sfere della monarchia stessa, avvenuto per liberarsi di una presenza ritenuta ormai troppo compromessa per la buona immagine del governo. Supposizioni che, come tali, possono offrire solo una delle tante chiavi di lettura dietro la scomparsa di al-Qahtani, ma che, certamente, conferiscono maggiore interesse alla morte di Abdulaziz Al Faghem. Al Faghem era la più fidata guardia del corpo del Re Salman, un confidente ed un consigliere, prima ancora che un uomo della sicurezza. La sua uccisione è avvenuta pochi giorni dopo che, per ragioni imprecisate, era stato sollevato dal suo incarico. Lite personale all’interno della casa di un conoscente a Jeddah, la città dei reali che si affaccia sul Mar Rosso, chiosa spiccia l’agenzia di stampa che ha diramato le poche informazioni e che lascia ampio spazio alle interpretazioni, anche quelle più complottiste.

Salman al Saud, Re dell’Arabia Saudita

Una serie di tragici cambiamenti, insomma, che fanno vacillare l’immagine di super potenza che l’Arabia Saudita ha acquisito nel tempo. Una fragilità che si rivela manifesta non solo fra gli intrighi di palazzo, ma anche e soprattutto sul piano strategico e geopolitico. Tre, in particolare, i colpi subiti negli ultimi giorni alle fondamenta del granitico regno. Domenica scorsa, proprio a Jeddah, scoppia un vasto incendio alla stazione dei treni ad alta velocità. La stazione della seconda città del paese era stata inaugurata da non più di un anno, è stata pensata per mettere in rapido collegamento Mecca e Medina, ed era uno dei simboli della forza riformatrice e innovatrice della corona. Uno smacco ancora senza cause, che si aggiunge ai ben più significativi insuccessi militari collezionati recentemente. Il 14 settembre scorso una serie di droni e missili ha centrato con successo il maggiore impianto petrolifero del regno, il più grande del mondo, con precisione assoluta. Un blitz al cuore del greggio saudita, il principale asset dello Stato, che per le modalità adottate lascia pensare che siano stati utilizzati droni lanciati dall’interno del paese, e quindi con partecipazione e complicità locali. Gli Houthi, i ribelli delle Yemen che combattono contro il Presidente Mansur Hadi sostenuto dall’Arabia Saudita, hanno rivendicato la paternità dell’attacco. I sauditi, invece, puntano il dito contro le Repubblica Islamica dell’Iran, che nel disordine yemenita appoggia gli Houthi, affidandosi alle indagini svolte sui detriti dei missili. Accuse incrociate che sono lo specchio di una lotta per l’egemonia della regione che diventa ogni giorno più esplosiva. Sicuramente Houthi, invece, sono gli incursori che dal nord dello Yemen si sono introdotti nella provincia saudita del Najran, catturando centinaia di militari del regno e sequestrando mezzi corazzati. Un’operazione senza precedenti, iniziata già a fine agosto ma della quale sono state divulgate immagini e video sono in questi giorni, che infligge un’ulteriore vergogna al sistema di difesa di Riad, mai così violato. Segno che la potenza Arabia Saudita, e con lei la coalizione di ferro con gli Stati Uniti d’America, i principali alleati di Salman padre e figlio, mostra per la prima volta avvisaglie di cedimento.

Sana’a, capitale yemenita, ad oggi in mano alle forze Houthi

Mohammed bin Salman è costretto quindi a correre velocemente ai ripari.

Il comunicato di pochi giorni fa dell’agenzia di rating Fitch, che declassa l’affidabilità delle infrastrutture economiche della monarchia a causa delle crescenti tensioni e il rischio di nuovi attacchi, aggiunge ulteriore preoccupazione al principe ereditario, che, al momento, sembra voler percorrere due diverse vie. La prima ricalca una strategia già nota, che vede nelle accuse all’Iran l’espediente perfetto per riunire a sé i governi occidentali, intimoriti dalle oscillazioni del prezzo del petrolio e da sempre interessati agli ingenti acquisti nel comparto militare dei Saud, e fare fronte comune contro Teheran. Il secondo percorso che MbS potrebbe intraprendere, stupendo la platea internazionale che da mesi ha gli occhi puntati su di lui, si indirizza invece verso una risoluzione delle tensioni per via diplomatica. Nell’ultima settimana, infatti, fonti governative irachene hanno reso noto la possibilità dell’inizio di un dialogo fra Arabia Saudita ed Iran mediato proprio da Baghdad. L’Iraq, dove non senza fatica convivono sia componenti sunnite sia componenti sciite, si propone essere interlocutore privilegiato per entrambi gli attori, divisi anche dalla componente religiosa, per una risoluzione pacifica del conflitto. A supporto di questa tesi vi sono i recenti incontri svolti dalle alte cariche irachene. Il Primo Ministro Abdul Madhi si è recato non meno di dieci giorni fa a Jeddah per incontrare bin Salman, nel mentre, Falih Alfayyadh, già consigliere per la sicurezza nazionale, sarebbe volato a Washington per ottenere il placet a stelle e strisce sul negoziato, e fissare una prima serie di incontri fra i rappresentanti dei due Stati Una soluzione che eviterebbe il perpetrarsi delle ostilità che, se trasformate in guerra, causerebbero ripercussioni tragiche sull’economie globali Tanti i cambiamenti che coinvolgono il Regno dell’Arabia Saudita, interni, militari, amministrativi e gestionali. Mohammed bin Salman, deus ex machina della monarchia, si ritrova davanti al bivio strategico che è anche prova di maturità politica. Nel suo affanno a riformare il paese, casa di un islam fra i più conservatori, la minaccia di capitolare in uno scontro senza fina e senza vincitori rimane viva. Se a prevalere sarà la scelta del dialogo e del multilateralismo, molto dipende anche da lui. La storica apertura di concedere visti turistici a cittadini di quarantanove paesi del mondo, anche non musulmani e non solo per pellegrinaggi religiosi, per quanto limitatamente rilevante e orientata da un prevedibile ritorno economico, fa ben sperare in questa direzione.

fonti:

https://www.bloomberg.com/news/articles/2019-09-29/saudi-king-s-personal-bodyguard-killed-al-ekhbariya

https://it.reuters.com/article/idITKBN1W3284

https://www.reuters.com/article/us-saudi-arabia-fitch/fitch-cuts-saudi-credit-rating-citing-risk-of-further-attacks-idUSKBN1WF1FF

https://www.middleeasteye.net/news/exclusive-saudi-arabia-gives-green-light-for-talks-with-Iran

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Davide Agresti

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