Non è passato neanche un mese dalla quotazione in borsa di Saudi Aramco, la compagnia nazionale del Regno dell’Arabia Saudita, che vengono al pettine i primi nodi per la famiglia reale Al Saud.
Se infatti il debutto sui mercati internazionali di Aramco di inizio dicembre aveva raggiunto la quota record di quasi duemila miliardi di dollari, le attuali tensioni che scuotono la regione ne hanno fatto crollare le azioni di circa il 10%.
Le stesse azioni, inoltre, risultano comunque più costose dei competitor locali, nonostante le strutture petrolifere saudite siano state prese di mira da attacchi missilistici nel settembre scorso, ed il mercato sia tutt’ora in fibrillazione per possibili ulteriori attacchi.

L’Arabia Saudita, proprio per questo, è da qualche tempo a questo parte un cantiere aperto, pronta a far valere la propria influenza all’interno dello scacchiere mediorientale con armi non convenzionali, e non più utilizzando solo la ricchezza derivante dal petrolio.

Nell’ambizioso piano Vision 2030 del Principe ereditario Mohammed bin Salman, vero afflato riformista della famiglia reale, non è stata infatti tralasciata un’ampia strategia di soft power  che fonda nell’apertura al turismo internazionale la sua chiave di volta.
Se fino a pochi mesi fa, infatti, visitare il Regno era impresa ardua e limitata a pellegrini e selezionati affaristi, la liberalizzazione dei visti turistici voluta dal giovane Ministro nel settembre scorso ha reso la meta appetibile e raggiungibile agli occhi di molti viaggiatori.
Principalmente Stati Uniti e Cina, ma anche sud est asiatico ed Europa, i paesi di provenienza dei turisti che si apprestano a conoscere concretamente il gigante della penisola arabica.
Alla base della scelta che ha spinto la monarchia saudita, tradizionalmente conservatrice e di austero stampo wahabita, ad avviare questo processo vi sono motivazioni economiche, ma non solo.

La differenziazione dell’economia, incentrata e troppo dipendente dall’industria petrolifera, è una della priorità di Ryad che dal comparto turistico ritiene si possano ricavare più di un milione di posti di lavoro, si possano attrarre nuovi ingenti investimenti esteri, si possa stimolare ed espandere il settore privato, ma soprattutto possa conferire al Regno credibilità di fronte alla platea internazionale dopo diversi inciampi diplomatici.

 

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Davide Agresti

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