Lo scorso 18 ottobre è entrata in vigore una seconda tregua umanitaria nel Nagorno-Karabakh. Nella dichiarazione pubblicata sul sito del Ministero degli Esteri armeno si legge: “Il 17 ottobre, i Ministeri degli Esteri dell’Armenia e dell’Azerbaigian hanno rilasciato simultaneamente un comunicato dichiarando una tregua umanitaria, che è stata ottenuta grazie all’impegno dei copresidenti del Gruppo di Minsk dell’OSCE e alla mediazione personale del Presidente della Francia.”

Sebbene un cessate il fuoco nell’enclave armena fosse stato precedentemente siglato lo scorso 10 ottobre, dopo lungheconsultazioni trilaterali tra i ministri degli Affari Esteri di Russia, Armenia e Azerbaijan, l’intesa raggiunta si era mostrata fragile fin dal principio. Poco dopo l’entrata in vigore dell’armistizio, i due Paesi si erano accusati a vicenda di aver violato l’accordo siglato la notte precedente a Mosca. Secondo quanto riferito da fonti azere, nella notte tra il 10 e l’11 ottobre, le forze armene avrebbero poi sferrato un attacco con colpi di artiglieria sulla città di Ganja, in Azerbaijan, causando dodici vittime e decine di feriti.

A seguito del sopraccitato bombardamento, più volte smentito dalle autorità armene, lo scorso 17 ottobre, Yerevan e Baku hanno dunque concordato un ulteriore cessate il fuoco, a partire dalle 00:00 (GMT+4) del 18 ottobre. Nonostante l’apparente sforzo diplomatico, l’Azerbaigian, dopo aver accusato l’Armenia di aver violato la nuova intesa, ha ripreso a bombardare le aree settentrionali e meridionali del Nagorno-Karabakh, dimostrando ancora una volta la totale mancanza di volontà del Paese nel rispettare i suoi impegni. Il rinnovato interesse azero per le attività militari è testimoniato giorno per giorno dal Presidente della Repubblica dell’Azerbaigian, Ilham Aliyev, sul suo account ufficiale Twitter. A partire dallo scorso 19 ottobre, il Presidente ha infatti iniziato ad annunciare le graduali ‘liberazioni’ territoriali azere, da Soltanli e Isagli del distretto di sud-occidentale Jabrayil, lungo il confine del Nagorno-Karabakh, fino alla città di Zengilan.

L’offensiva azera è dunque ufficialmente ripresa e questa volta Baku non ha utilizzato mezzi termini: “Ogni azerbaigiano che non ha visto la sua terra natale ed è nato in questo mondo dopo l’occupazione ha vissuto con il desiderio di tornare in quelle terre. Sono fiducioso che i cittadini azerbaigiani torneranno in tutte le terre liberate dall’occupazione,” ha dichiaratoAliyev lo scorso 20 ottobre.

 

Alle sopraccitate azioni provocatorie, non si è fatta attendere la risposta armena. Il Ministero degli Esteri armeno ha enfatizzato come Erevan sia rimasta fedele agli impegni stabiliti nella Dichiarazione congiunta di Mosca del 10 ottobre e nella Dichiarazione del 17 ottobre, con l’obiettivo primario di stabilire un cessate il fuoco e soprattutto come Baku non sembri intenzionata a cessare le ostilità fino al raggiungimento di un epilogo vittoriosodel conflitto. Il ministro degli Esteri armeno, Masis Mayilyan, ha inoltre aggiunto in un comunicato stampa come le recenti aggressioni azerbaigiane non si sarebbero intensificate fino a questo punto se la Turchia non fosse stata direttamente coinvolta negli scontri.

Sebbene il Presidente azero abbia dichiarato lo scorso 30 settembre che la Turchia non facesse parte del conflitto, fonti autorevoli hanno smentito le parole Aliyev, rendendo pubblica la mobilitazione di jihadisti e islamisti siriani orchestrata da Ankara e la cessione di armi avanzate a sostegno delle forze armate azere. Per quanto concerne il dispiegamento di jihadisti, l’Osservatorio siriano per i diritti umani ha riportato che più di 300 combattenti siriani, provenienti da due gruppi armati di etnia turkmena, inclusa la Brigata Suleyman Shahprovenin e la Divisione Murad del Sultano, sono stati mobilitati dalle forze turche in Azerbaigian. Allo stesso modo, la giornalista americana, Lindsey Snell, ha postato su Twitter una foto, annunciando l’arrivo a Baku tramite la Turchia di un numero consistente di combattenti siriani, membri della divisione Hamza ( فرقة الحمزة ).

In aggiunta alla documentata mobilitazione di jihadisti siriani in Nagorno-Karabakh, Ankara ha messo a disposizione a Baku i propri velivoli da combattimento senza pilota (UAV) contro obiettivi armeni nel Nagorno-Karabakh. Lo scorso 5 ottobre, il Presidente azerbaigiano Aliyev ha infatti dichiarato su TRT Haber: “Grazie ai droni avanzati turchi di proprietà dell’esercito azerbaigiano, le nostre perdite sul fronte si sono ridotte”. Ad oggi si ipotizza che i droni in questione siano i Bayraktar TB2, UAV hunter-killer del segmento MALE, che Ankara ha frequentemente schierato sia in Libia sia in Idlib (Siria). A sostegno di questa tesi, basti ricordare che diverse fonti turche avevano fatto trapelare a fine giugno che l’Azerbaigian fosse interessato ad acquisire i sopraccitati UAV hunter-killer turchi.

In generale, i velivoli a pilotaggio remoto messi a disposizione dalla Turchia garantiscono all’Azerbaijan una decisiva superiorità̀ aerea, vanificando de facto le linee difensive armene. Nelle scorse settimane, i droni Bayraktar TB2 hanno infatti inciso sulle sorti del conflitto, spazzando via gli elementi di deterrenza che permettevano ad Erevan di arrestare, o quanto meno rallentare, le iniziative militari di Baku.

Sebbene non sia noto il numero preciso di UCAV turchi messi a disposizione alle forze armate azere, è indubbio che i recenti successi azerbaigiani sul campo siano principalmente dovuti al vantaggio tecnologico e alla solida copertura aerea che questi velivoli offrono a Baku. Oltre ai Bayraktar TB2, il Ministero della Difesa armeno ha presentato lo scorso 15 ottobre prove del coinvolgimento diretto di caccia F-16 dell’Aeronautica turca nei raid e nelle operazioni aeree condotte dall’Azerbaijan contro obiettivi armeni nel Nagorno-Karabakh.

La questione legata alla presenza di caccia di fabbricazione turca e al loro potenziale coinvolgimento nel conflitto emerse per la prima volta lo scorso 29 settembre, quando il Segretario di stampa del ministro della Difesa dell’Armenia, Shushan Stepanyan, scrisse su Twitter che un cacciabombardiere turco, F-16, proveniente dall’aeroporto di Ganja, aveva abbattuto un aereo armeno da attacco, Sukhoi Su-25 Frogfoot. Il Capo di Stato Maggiore delle truppe di difesa armena, il Generale Garik Movsesyan, ha dichiarato in una conferenza stampa come i cacciabombardieri turchi fossero stati trasferiti in Azerbaigian lo scorso luglio  per condurre esercitazioni militari congiunte turco-azere e che da quel momento fossero rimasti volutamente di stanza nella base aerea azera di Ganja come deterrente dagli attacchi armeni.

A supporto di questa tesi, basti osservare la foto sotto riportata.  

 

L’ immagine satellitare in questione, risalente allo scorso 3 ottobre e divulgata da Planet Labs, conferma la presenza all’interno dell’aeroporto di Ganja, a meno di 80 chilometri a nord del Nagorno-Karabakh, una coppia di F-16 Viper di attribuzione turca ed un aereo bimotore da trasporto leggero, probabilmente un modello CASA/IPTN CN-235. Lo scorso 21 ottobre, durante un’intervista per la CNN turca, il Vicepresidente turco, Fuat Oktay, ha ribadito il pieno sostegno di Ankara a Baku, affermando che la Turchia è pronta a fornire  a fornire ulteriori aiuti di natura militare all’Azerbaijan e non esiterebbe a mobilitare truppe nel Nagorno-Karabakh, qualora necessario.

Se da un lato la Turchia potrebbe aumentare deliberatamente il sostegno offerto all’Azerbaijan, al fine di vedere minato il successo diplomatico russo di inizio ottobre e di espandere dunque la propria influenza in prossimità dei confini russi, dall’altro lato, a seguito delle recenti tensioni, Mosca potrebbe valutare un intervento diretto nella regione, in conformità con gli obblighi del Paese nei confronti dell’Armenia, membro dell’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO), la ‘NATO russa’. In conclusione, è lecito affermare che i droni di ultima generazione e i cacciabombardieri, messi a disposizione delle forze armate azere da parte della Turchia, insieme con il conclamato coinvolgimento di jihadisti e islamisti siriani nel Nagorno-Karabakh, riducono la possibilità di una soluzione diplomatica giorno dopo giorno.

 

 

 

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Costanza Pestarino

Costanza Pestarino

Costanza Pestarino. Studentessa del Master di Sicurezza Internazionale presso l’Università SciencesPo (Parigi) con concentrazioni in Europa e Rischi Globali.Nata a Genova nel 1997, ha conseguito la laurea triennale in Politics, Philosophy and Economicspresso la Luiss Guido Carli (Roma). Nel 2018, ha trascorso il programma di scambiobilateralea Mosca presso National Research University Higher School of Economics (Высшая Школа Экономики). Questo periodo le ha permesso di migliorare la conoscenza della lingua russa e di frequentare corsi mirati nel campo della sicurezza internazionale e delle relazioni UE-Russia.
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