Taiwan continua ad essere al centro della politica nazionale cinese, rappresentando il maggior grattacapo per il Partito Comunista. La sua reattività nel fronteggiare l’emergenza COVID-19 ha aperto nuove porte a Taipei, che adesso guarda a ovest alla ricerca di nuove opportunità verso l’identificazione politica.

Le modifiche apportate al design del passaporto taiwanese sono state presentate dagli ufficiali taiwanesi lo scorso 2 settembre. Il nuovo design non prevede più la dicitura “Repubblica di Cina” per evitare ogni possibile confusione con la Repubblica Popolare Cinese. Al suo posto, il nome dell’isola è evidenziato in grassetto a dispetto della versione precedente, quasi a voler sottolineare l’identità completamente dissociata da quella della Cina continentale. Stando a quanto il Ministro degli Esteri Taiwanese Joseph Wu ha affermato alla BBC, questo cambiamento ideologico deriva dalla volontà del governo di Taipei di eliminare ogni possibile confusione tra la Cina continentale e l’isola, e di promuovere al contempo una maggiore visibilità dell’isola a livello internazionale. Il cambiamento ha scatenato l’ira di Pechino, affermando che Taipei è  “parte inalienabile del territorio cinese”, ponendo una volta ancora la questione Taiwan sotto i riflettori della comunità internazionale.

A discapito della Repubblica Popolare Cinese che continua a risentirne della crisi politica  e sanitaria scaturita dal COVID-19, Taipei sembra che stia trovando appoggio alla sua causa in Europa,  e ancor più negli Stati Uniti, inasprendo le mire nazionalistiche di Pechino. Di fatti, lo scorso 23 luglio era stato approvato al Senato degli Stati Uniti d’America il National Defense Authorization Act (NDAA) per il 2021 nel quale sono state incluse delle disposizioni su Taiwan. In aggiunta alle precedenti disposizioni già in atto (Taiwan Relations Act) , il nuovo testo per il 2021 promuove un’ulteriore cooperazione tra i due paesi dal punto di vista umanitario, sanitario, dal momento che l’isola si è dimostrata capace di reagire prontamente nel contenimento del coronavirus, nonché militare, promuovendo esercitazioni militari congiunte, in particolare la RIMPAC (Rim of the Pacific Exercise) l’esercitazione marittima internazionale più grande al mondo alla quale Taiwan non ha mai partecipato non essendo de jure una nazione. Gli Stati Uniti si dichiarano pronti a rispondere militarmente a fianco di Taipei nel caso in cui l’atteggiamento aggressivo da parte di Pechino nei confronti di Taipei vada contro le aspettative Americane di trovare una soluzione pacifica al futuro dell’isola. Facendo eco alla Taiwan Relations Act, ovvero la legge che dal 1979 regola le relazioni bilaterali tra America e Taiwan, gli Stati Uniti si adopereranno nel fronteggiare ogni sorta di forza o opposizione che potrebbe mettere a repentaglio la sicurezza e lo stesso apparato socioeconomico di Taiwan, nel caso in cui la Repubblica Popolare Cinese decidesse di prendere il controllo dell’isola e applicare il principio di un Cina unita.

L’appoggio americano all’isola non trova un riscontro positivo in Pechino. L’idea di un possibile avvicinamento al blocco occidentale potrebbe minare la sicurezza del Partito Comunista in un momento storico così delicato per la nazione. In una recente intervista al famoso economista taiwanese Wu Chia-lung (吳嘉隆), tra i vari punti tramite i quali l’America potrebbe indebolire il potere della Repubblica Popolare Cinese, l’avvicinamento a Taiwan e una possibile abolizione della One China Policy si collocherebbero di fatto al sesto posto. Ciò nonostante, Taipei non ha alcuna intenzione di allontanarsi da Pechino né tantomeno da Washington, o almeno per ora. Secondo le stime del 2019, Pechino è il primo partner commerciale per Taiwan, rappresentando il 29.7% dell’export totale dell’isola per un valore di $91.9 miliardi nel 2019, seguito da Washington $46.3 miliardi (14.1%). Dall’altra parte, Taiwan rappresenta per la Cina uno degli hub tecnologici più grande della nazione, da cui vengono esportati microchip e componenti hardware per Apple e Intel, divenendo così il fulcro della guerra high-tech con l’America. Bisogna dunque far sì che tutto cambi affinché nulla cambi. Taiwan non può ottenere il riconoscimento della comunità internazionale senza perdere il suo partner commerciale più importante, minando in tal modo ai suoi stessi interessi economici che potrebbe sfociare in una possibile crisi economica.

All’opposto, la Cina non permetterà che la comunità internazionale si intrometta nei suoi affari nazionali, continuando così a restringere lo spazio diplomatico taiwanese e promuovendo invece il principio della “one China policy”. Pechino dunque continuerà a manipolare Taiwan e i suoi interessi economici, evitando di perdere quella che è considerata la provincia più ricca dell’intera nazione e che è oggi punto di snodo della guerra high-tech con Washington. Nel caso in cui Taiwan dovesse ottenere l’appoggio della comunità internazionale e iniziasse a perseguire attivamente la rivendicazione di essere il solo governo legittimo della Cina continentale allontanandosi in tal modo da Pechino, Pechino e la sua economia potrebbero risentirne così tanto da mettere in discussione il potere del Partito di Xi Jinping. Di fatti, la legittimità del partito proviene dalla sua capacità di promuovere la crescita economica del paese. Se questa dovesse arrestarsi, potrebbe essere la fine del Partito Comunista Cinese.

 

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Chiara Rapisarda

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