In Alaska è basso il numero dei contagi. Tuttavia cala la domanda di petrolio, spariscono i lavoratori stranieri della pesca e spariscono i turisti. Per l’Alaska, coronavirus significa soprattutto rischio di un serio tracollo economico

Negli Stati Uniti i bollettini relativi ai dati del contagio regalano scenari inflessibili. Gli ultimi dati parlano di quasi mezzo milione di americani infetti; il picco secondo gli esperti è ancora lontano. Tra gli stati più colpiti New York e New Jersey, dove si cerca di contenere il danno e pensare alle conseguenze. Per gli Stati Uniti, si parla di un danno incalcolabile, non solo in termini di vite umane, e nemmeno d’immagine. Le conseguenze peggiori riguarderanno l’economia. Un argomento su cui è molto suscettibile l’Alaska, stato già fragile di suo e che sta già avvertendo il contraccolpo economico e sociale di un virus che non l’ha toccata in pieno sul piano sanitario, ma sembra farlo, nelle attività lavorative che caratterizzano questo territorio.

Al momento in Alaska ci sono circa 200 contagi. La cosa preoccupante quindi risiede in quelle che sono le principali attività economiche di questo stato: petrolio, pesca e turismo; tre settori che necessitano del normale spostamento di persone e merci per poter andare avanti. Sotto questo punto di vista, in Alaska il coronavirus ha fatto ben altro tipo di danni. A causa della pandemia è crollata la richiesta di petrolio, ed è crollato il prezzo al barile negli Stati Uniti, essendo crollato a 23 dollari a partire dal 20 marzo. Come se non bastasse, la conseguenza è stato l’annuncio che le grandi compagnie petrolifere effettueranno tagli agli investimenti e al personale dell’Alaska nel North Slope, con ripercussioni inevitabili sull’occupazione e quindi il tenore di vita delle persone in isolamento.

Il turismo, toccasana per le piccole comunità, al momento presenta solo segnali negativi:Niente turisti, niente crociere, niente escursioni. Un duro colpo per quelle comunità che traevano gran parte del reddito dalle attività turistiche. In affanno anche il settore pesca, in particolare i frutti di mare: mancano i lavoratori, che in questo settore erano prevalentemente stranieri. Tale situazione rappresenta un vero smacco per l’Alaska, proprio perché la situazione economica e produttiva, prima del virus era più positiva. Lo stato si stava infatti riprendendo da un periodo di recessione economica durato circa due anni; tutti i settori avevano cominciato a registrare un incremento e, i piccoli centri stavano registrando modesti aumenti di popolazione.

Naturalmente crolla l’economia, conseguentemente subisce anche il mercato azionario,ed in Alaska si sente. Infatti il fondo statale per il petrolio la più grande fonte di entrate per le operazioni statali degli Stati Uniti, sta mostrando segni di debolezza. Il fondo ha perso un decimo del proprio valore. L’Alaska costituisce una fetta di territorio americano molto importante. Va però detto che questo interesse da parte degli Stati Uniti, sembra essere legato prevalentemente alle attività estrattive del petrolio. Questo è verificato dal fatto che Washington non ha mai realizzato piani per uniformare questo stato agli altri.

Allo stato attuale l’importanza dell’Alaska è sotto gli occhi di tutti: l’Alaska dista appena due miglia nautiche dalla Russia e costituisce di fatto il motivo per cui, consideriamo gli Stati Uniti, una potenza artica; l’Alaska serve da appendice per i commerci statunitensi, in particolare con i giganti asiatici, Cina e Giappone. Insomma a conti fatti, sembra che l’Alaska rappresenti per Washington un bel serbatoio da cui attingere, ma in una situazione emergenziale come quella attuale, all’Alaska serve altro.

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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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