Gli Stati Uniti hanno dato il via alle concessioni petrolifere in Alaska. Interessate dal provvedimento saranno alcune zone protette. Ma le conseguenze per Trump e gli Usa riguardano l’aspetto ambientale, geopolitico e sociale.

Negli Stati Uniti, il passaggio dalla presidenza Obama a quella di Donald Trump, ha comportato un’inversione di tendenza notevole, specie sul piano dell’ambiente e delle politiche eco-sostenibili. Sappiamo già la volontà statunitense di uscire dagli Accordi di Parigi sul Clima (UNFCCC), resa concreta soltanto pochi mesi fa e che, genererà sicuramente ripercussioni, in ambito geopolitico ed ambientale. Altra questione abbastanza nota è quella relativa all’Alaska ed al petrolio ivi nascosto. L’Alaska è uno  dei 50 stati della federazione, vicino alle “zone calde” di Groenlandia e Canada, e costituisce la parte di territorio artico che permette agli Stati Uniti di entrare nel novero delle potenze artiche.

Questa regione è un delle più ricche di giacimenti di idrocarburi. Tuttavia, durante la presidenza di Barack Obama, caratterizzata da molti cambiamenti nell’ottica della tutela ambientale (per quanto possibile), molte restrizioni sono state imposte alle attività estrattive, colpevoli di recare danno in termini di inquinamento. Trump invece è di tutt’altra opinione: fin dai primi giorni della sua presidenza ha dato vita ad un massiccio investimento, anche nell’ambito degli idrocarburi e dell’industria pesante. Per questo motivo, in merito all’Alaska, il presidente ha dato, pochi giorni fa, seguito a quelli che erano i suoi programmi per questa regione.

Si parte dunque. Su oltre 600mila ettari di pianure costiere dell’Alaska si darà il via alle attività estrattive di petrolio e gas. Tutto ciò, è avvenuto a seguito della valutazione d’impatto ambientale fatta dal Lo ha stabilito Bureau of land management (Blm) statunitense che è risultato favorevole. Grazie a questa valutazione si potrà dare il via libera alle perforazioni, specie nell’area protetta dell’Alaska. Ed intanto sembra già essere apertala corsa al petrolio con i contratti di locazione delle terre da conferire alle società petrolifere, in un percorso che durerà tutto l’anno.  Inutile dire che secondo l’establishment americana si tratta di un grande passo avanti, che porterà vantaggi alla popolazione.

Ma quali potrebbero essere le conseguenze? Sicuramente il primo aspetto da considerare è  quello relativo all’ambiente. Lo sfruttamento intensivo dei giacimenti porterebbe ad una inevitabile distruzione dell’ecosistema, specie delle zone protette, le quali sono tali proprio per l’unicità paesaggistica. In secondo luogo l’aspetto da considerare è quello politico: i democratici si stanno battendo strenuamente in senato, accusando il presidente di aver occultato il dissenso delle comunità indigene, e chiaramente l’aspetto ambientale potrebbe essere influente nelle prossime elezioni.

Tuttavia la presidenza Trump sembra essere piuttosto sorda a quelli che sono i gridi d’allarme dell’ambiente. La cosa che preme a questo governo è il rispolverare i fasti di un tempo non troppo lontano, che vedevano gli Stati Uniti come la più grande potenza del mondo. Incrementare le attività estrattive sul proprio territorio infatti, assicura al paese una stabilità energetica, senza però doversi privare degli idrocarburi mediorientali, laddove lo scacchiere comincia a farsi affollato. D’altronde Trump aveva già spostato l’asse del suo interesse geopolitico, orientandosi anche verso l’Artico, cogliendo l’occasione di rimettere in discussione tutti quei temi che per lungo tempo erano stati relegati nell’oblio della geopolitica americana, troppo impegnata in Asia.

 
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Domenico Modola

Domenico Modola

Vivo a Brusciano (NA) laureato in Scienze Politiche, Studi Internazionali presso L’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” , con una tesi in Geografia Politica delle Relazioni Internazionali. La macroarea di cui mioccupo è l’Artico. Scrivo di tutti gli aspetti relativi alla geopolitica di quei territori. Lo IARI Mi sta dando una grande opportunità di crescita, con annessa la possibilità di fare ciò che veramente mi piace. Essere analista IARI vuol dire confronto con una realtà seria e professionale, ma formata da giovani. Far parte di una redazione come quella di IARI è un grandissimo slancio. Il think tank offerto grazie alle analisi di redattori e collaboratori è un utilissimo mezzo per comprendere al meglio le dinamiche mondiali. Le analisi pubblicate sono di continuo stimolo e approfondimento.
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