Il premier iracheno al-Khadimi sta cercando di porre un freno allo strapotere delle milizie sciite, minaccia alla sovranità e alla sicurezza statale. Il cammino, però, sarà lungo e tortuoso.

Negli ultimi anni, le milizie sciite in Iraq hanno raggiunto il loro momento di massimo potere , rafforzate dall’insorgere dell’ISIS e della debolezza dello Stato, eredità, quest’ultima, del fallimento del progetto di institution-building, avviato dopo il crollo del regime di Saddam Hussein. Queste costituiscono un problema alla sicurezza statale, dal momento che sfuggono al controllo centrale e si configurano come un “deep state”. Oltre a ciò, le più influenti milizie sono pro-iraniane, rispondono direttamente a Teheran e sono vicine agli interessi iraniani, ponendosi spesso in opposizione al governo iracheno. Il primo ministro al-Khadimi, insediatosi a maggio, sembra voler rompere il tabù dell’intoccabilità delle milizie sciite. La “battaglia” contro le varie milizie sparse nel Paese è uno dei punti salienti del programma del premier, tanto più che le relazioni con gli Stati Uniti dipendono in larga misura dalla capacità irachena di “ eliminare le minacce per le infrastrutture e il personale statunitense che opera sul territorio”. Il primo passo è stato fatto. Il 25 giugno, a seguito di un raid condotto dall’Iraqi Counter Terrorism Service , le autorità irachene hanno arrestato decine di miliziani affiliati alle potenti Kataib Hezbollah.

 
 

Un chiaro segnale, secondo alcuni, da parte del nuovo primo ministro al-Khadimi della sua volontà di ridimensionare lo strapotere delle milizie presenti sul territorio iracheno, motivo di destabilizzazione e indebolimento del potere centrale. Nonostante alcuni atti intimidatori da parte delle milizie, lo scontro armato, fortunatamente, non è avvenuto. Del resto,si vociferache coloro che sono stati arrestati durante il raid siano poi stati sottoposti alla supervisione delle Forze di Mobilitazione Popolare, dominate in gran parte dalle Brigate Hezbollah. Questo non sminuisce l’azione governativa, ma dimostra la consapevolezza delle istituzioni della necessità di agire con cautela. E al-Khadimi, ex direttore dell’Iraqi National Intelligence Service, questo lo sa bene. Di certo, questo non è un momento facile per le milizie sciite. Già l’uccisione di Abu Mahdi Al-Muhandis, con lo stesso raid aereo che uccise Soleimani, ha creato un vuoto di potere all’interno dei gruppi armati sciiti e sembra aver ridimensionato la loro influenza. Al-Muhandis era il più potente rappresentante militare in Iraq e figura centrale per l’”asse della resistenza” pro-iraniano, grazie, anche, ai rapporti privilegiati intessuti con Qassam Soleimani. Fondatore delle Kataib Hezbollah, è proprio su quest’ultima che si sono accesi i riflettori negli ultimi mesi. Difatti, A seguito dell’uccisione dell’esperto e ricercatore iracheno Hisham al-Hashimi, sebbene ancora non siano stati identificati ufficialmente i responsabili, sono le Brigate Hezbollah ad essere messe sotto accusa. La violenta repressione delle manifestazioni di ottobre da parte dei proxies iraniani ha indebolito la loro legittimità e il supporto che godevano presso la popolazione, tanto che “out out Iran, free free Baghdad”  è diventato uno degli slogan più cantati.

 

Kataib Hezbollah non è l’unica milizia sciita presente in Iraq, ma è considerata una delle più influenti. Le Brigate del Partito di Dio sono attive in Iraq dal 2007 e per gli Stati Uniti sono un’organizzazione terrorista. Uno dei fondatori è stato al-Muhandis ed è considerata una delle più potenti milizie sciite irachene. L’organizzazione è strettamente collegata con l’Iran, da cui ottiene supporto economico, militare ed addestramento, condivide gli obiettivi e gli interessi e agisce come proxy per la Repubblica Islamica. A dimostrazione di ciò, la loro guida spirituale è l’ayatollah iraniano Khamenei, e non l’iracheno Al-Sistani.
Le Kataib Hezbollah sono parte delle Forze di Mobilitazione Popolare. Le Forze di Mobilitazione Popolare (PMF) sono una coalizione di gruppi paramilitari ed è la più grande organizzazione al di fuori del controllo governativo. Sono state create nel 2014 su invito dell’ayatollah Al-Sistani che emanò una fatwa, invitando la popolazione a prendere le armi per difendere i luoghi sacri sciiti e in generale il territorio iracheno contro la minaccia dell’ISIS. Le unità volontarie svolsero un ruolo fondamentale per contrastare l’avanzata del sedicente stato islamico. Alla fine del 2016, questa organizzazione comprendeva 142 mila combattenti, numero non ufficiale, ma comunque esplicativo della forza raggiunta, conseguenza, anche, della preferenza degli iracheni a prendere parte all’organizzazione paramilitare rispetto alle deboli forze militari statali. Questa debolezza delle forze regolari e l’espansione del para-militarismo è una diretta conseguenza del fallimento del progetto di state building nel settore della sicurezza, acuita dall’emergere dell’ISIS e dalla presa di Mosul. Non si tratta di una realtà monolitica, bensì di una confluenza di gruppi eterogenei che necessitano di strategie variegate. 

Si possono dividere le PMF in tre macro-gruppi, in base al leader sciita sostenuto, se a favore di Khamenei, a favore di Sistani o di Sadr. Le Khataib Hezbollah rientrano nel primo, ossia a favore dell’ayatollah iraniano, e, di conseguenza, tessono dei forti legami con Teheran, permettendo a quest’ultimo di perseguire i propri interessi su suolo iracheno.  La fatwa emanata da al-Sistani ha avuto l’effetto, forse non voluto, di legittimare i gruppi paramilitari sciiti, tra cui le Kataib Hezbollah, dando loro il riconoscimento ufficiale ad agire al di fuori dello Stato. Un tentativo di porre le milizie sotto il controllo dello Stato le PMU fu fatto nel 2016 ad opera del primo ministro Abadi che, attraverso l’Ordine Esecutivo 91, decretò che le PMFsarebbero state una formazione militare indipendente e parte delle forze armate irachene, collegate al comando generale delle forze armate”. Tentativo fallimentare, però, soprattutto perché le milizie godevano di un grande supporto popolare.  Ora, se è vero che al-Khadimi sembra voler ridimensionare il potere delle milizie iraniane, al tempo stesso, però, deve attuare un delicato gioco di equilibrio tra Washington e Teheran. Difatti, l’Iraq non può rinunciare a quest’ultimo, per via della vicinanza geografica e delle relazioni economiche tra i due Paesi. Attualmente l’Iraq vive molteplici crisi, che il Covid-19 ha contribuito ad esacerbare. Il problema delle milizie è uno dei nodi più spinosi da affrontare poiché risultano essere tra gli attori più influenti, grazie alla popolarità e forza raggiunta nella lotta contro lo Stato Islamico, ma, al tempo stesso, pregiudicano la sovranità irachena e la credibilità del governo.  Ma la loro intoccabilità era stata già messa in discussione dalle proteste anti-governative scoppiate ad ottobre scorso, le quali chiedevano, tra le altre cose, la fine delle interferenze esterne su suolo iracheno e la fine della corruzione.

Quale strada?

Il confronto diretto rischia di far sprofondare l’Iraq in un ciclo di violenza ed insicurezza. Al-Khadimi, attraverso il blitz contro Kataib Hezbollah, sembrava aver intrapreso questa strada. Per fare ciò, in primo luogo, è necessaria la fedeltà delle forze di sicurezza, di cui il premier potrebbe non godere completamente. Oltre alla fedeltà delle forze armate, essenziale appare anche il supporto popolare. Pertanto, l’altra, e forse unica, via possibile sarebbe quella di integrare, gradualmente, le milizie nelle forze regolari. L’Iran potrebbe opporsi a questo progetto, vedendosi ridotta la sua capacità di influenza. Ma attualmente, la Repubblica Islamica è sempre più isolata a livello internazionale, conseguenza della politica di “massima pressione” adottata da Trump. Inoltre, si trova a fronteggiare numerosi problemi di natura domestica, per cui potrebbe non intervenire militarmente a favore delle sue milizie, sebbene questa opzione non sia da escludere completamente. Il cammino intrapreso dal premier al-Khadimi, di scontro con le milizie, non sarà affatto facile. Dovrà, infatti, bilanciare tra Stati Uniti ed Iran, dal momento che entrambi gli attori sono importanti.  Secondo Ghait al-Tamimi, ricercatore iracheno, la morte dell’analista Hisham, che ha avuto risonanza internazionale, ha potenziato la capacità di al-Khadimi di porre un freno agli attori armati che operano al di fuori dei confini istituzionali.È incerta la reazione delle milizie che, sentendosi sotto attacco, potrebbero reagire con violenza e scatenare gli altri proxy actors pro-iraniani sparsi nella regione. Questo finirebbe per creare più insicurezza, in un momento storico particolarmente delicato. Uno scontro armato con le milizie è l’ultimo cosa di cui il Paese avrebbe bisogno.  Un bel grattacapo, pertanto. Il premier gode, però, del supporto internazionale, in particolare di quello con gli Stati Uniti con cui ha intrapreso un “dialogo strategico”. E gode, inoltre, del supporto della più alta carica religiosa in Iraq, dell’ayatollah al-Sistani. Quest’ultimo ha fornito pieno supporto, ma non senza condizioni, al governo iracheno, attraverso una dichiarazione pubblica rilasciata il 13 settembre. Appare, pertanto, il momento propizio per continuare sulla strada delle riforme che possano assicurare al Paese un po’ di pace.

 

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Noemi Verducci

Noemi Verducci

Sono Noemi Verducci, analista IARI per la sezione MedioOriente. Ho conseguito la laurea triennale in Mediazione Linguistica presso l’Università del Salento, durante la quale ho svolto un anno di studio all’Università di Siviglia, nell’ambito del programma Erasmus. Lo studio della lingua araba mi ha permesso di avvicinarmi al mondo mediorientale, dapprima dal punto di vista esclusivamente linguistico e culturale e, successivamente, anche dal punto di vista politico. IARI è uno spazio fertile in cui potersi confrontare ed arricchirsi, crescendo insieme.
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