Impossibile scindere ciò che succede a Kabul con ciò che succede a Washington.
Afghanistan e Stati Uniti d’America sono coinvolti da un intreccio di interessi – economici, strategici e militari – che li lega saldamente da oltre un decennio.
 Per disegnare il futuro del paese asiatico, quindi, non si può prescindere da ciò che proviene dalla Casa Bianca, e dalle decisioni del suo imprevedibile inquilino.
In settimana il Presidente USA ha tenuto il suo discorso sullo Stato dell’Unione ed un passaggio lo ha anche dedicato proprio all’Afghanistan e alle truppe a stelle strisce che vi sono presenti.
Ne ha elogiato il valore, forte delle certezza che quelli americani siano i migliori soldati al mondo e, nuovamente ha promesso di riportarli a casa presto.
Una dichiarazione non nuova, che il tycoon ripropone con ineffabile costanza, che non ha avuto concreto seguito, e che lascia l’ex impero dei Durrani in un perenne stato di incertezza, sia in politica estera, sia in politica interna.

Il rebus ancora non risolto delle elezioni presidenziali afghane, svoltesi il 28 settembre scorso, è il più fulgido esempio di quest’ultima.
La tornata elettorale, utile ad eleggere la più alta carica dello Stato, si è svolta in un diffuso clima di paura e violenza.
Costanti che da troppo tempo accompagnano le consultazioni afgane che, una volta concluse, si portano dietro strascichi di denuncie di broglio reciproche fra gli sfidanti.
Fisiologico per quanto insolito, quindi, che si impieghino anche mesi per decretare un vincitore.
Le ultime presidenziali, nel particolare, sono state anticipate da numerosi attentati e da accuse incrociate fra i due principali sfidanti: l’attuale Presidente Ashraf Ghani e l’attuale Capo del Governo Abdullah Abdullah.
La commissione elettorale dell’Afghanistan aveva in un primo momento dichiarato che i risultati sarebbero stati resi noti il 19 ottobre, salvo poi posticipare la data a causa di presunti problemi tecnici nel conteggio dei voti.
Il 22 dicembre scorso, più di due mesi dopo, sono stati invece svelati i cosiddetti risultati preliminari.
In netto vantaggio sul diretto sfidante il Presidente uscente Ghani, che ha ottenuto il 50,6% delle preferenze.
Abdullah, che già ha contestato l’esito ed ha fatto sapere di non accettarlo, si ferma al 39,52%.
Percentuali che, se confermate, permetterebbe a Ghani di evitare il ballottaggio e proseguire nel suo incarico per altri cinque anni.
L’Afghanistan, un paese che insegue da tempo una concreta unità nazionale, resta – inoltre – ancora in ricerca di potere centrale che abbia effettiva autorità.
I dati diramati dalla commissione elettorale, infatti, segnalano, fra i molti, una annosa problematica afghana.
Dei circa 37 milioni di cittadini, e dei circa 9 milioni di cittadini registrati per il voto, solo 1,9 milioni di persone si sono recate alle urne il 28 settembre.
In Afghanistan si può realmente dire che abbia vinto l’astensionismo.
Sfiducia, insicurezza e soprattutto la presenza più che energica dei Talebani in ampie parti del territorio ed in aperta lotta con il governo di Kabul, che dall’organizzazione di fondamentalisti non è riconosciuto.
Numeri che dovranno far riflettere chiunque occuperà la carica di Capo dello Stato.

 

Fonti:

https://www.vox.com/2020/2/4/21123394/state-of-the-union-full-transcript-trump

https://www.aljazeera.com/news/2019/12/afghanistan-election-preliminary-results-put-ghani-lead-191222070148817.html

https://www.esteri.it/mae/it/sala_stampa/archivionotizie/comunicati/elezioni-presidenziali-in-afghanistan.html

http://www.iec.org.af/results/en/home

 
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Davide Agresti

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