Se vero è, come nella fisica, che in geopolitica il vuoto di potere non esista, attualmente l’Afghanistan è terra di tutti ed al contempo terra di nessuno. Il disordine costante è sia causa che conseguenza dell’incapacità dei principali interlocutori non solo di trovare un compromesso, ma soprattutto di non riconoscersi nemmeno come tali.

La città di Kandahar è raccolta nelle piane del sud-est dell’Afghanistan, a circa un centinaio di chilometri dal poroso confine con il Pakistan. Attualmente è la seconda città in termini di popolazione del paese, ed è snodo fondamentale per gli scambi commerciali della regione, sia di prodotti legali, come frutta fresca, tabacco, cereali, seta e cotone, sia di prodotti di contrabbando, come marijuana ed hashish. È soprattutto la culla dell’etnia pashtun, embrione della sua cultura, e madre della sua lingua: il pashtu che è, ad oggi, una delle due lingue ufficiali della nazione.

Loya in pashtu significa “grande”, e jirga “assemblea” o “consiglio”.

La loya jirga, la grande assemblea, è in Afghanistan una tradizione tanto antica quanto la dinastia Durrani, che, con il suo impero, consegnò alla storia le fondamenta dello Stato afgano moderno, e che, sul finire del diciottesimo secolo, spostò il baricentro del comando proprio da Kandahar, che ne era stata la capitale, a Kabul. Quella svoltasi ad inizio maggio scorso, in una Kabul blindata da misure di sicurezza straordinaria, ha radunato, come da usanza, migliaia di rappresentanti fra politici, leader tribali, vertici militari e delegati da ognuna delle trentaquattro provincie del paese.

Un faticoso esercizio di democrazia che prosegue da centinaia di anni e che oggi ha un valore altamente simbolico, seppur puramente consultivo. I 3500 partecipanti dell’ultima edizione erano chiamati a discutere la possibilità, ed eventualmente le modalità, di un accordo di pace con i Talebani, l’organizzazione di fondamentalisti islamici che da decenni è peso imprescindibile nella bilancia del potere afgano.

Aprile 2019, Kabul. La Loya Jirga

L’assemblea è stata fortemente voluta dal Presidente Ashraf Ghani, in carica dal 2014 ed in cerca di una riconferma nelle elezioni del settembre prossimo, che grazie ad essa si è guadagnato una visibile passerella mediatica. Molti i politici e le parti in causa che ne hanno contestato l’efficacia, soprattutto a dispetto degli ingenti costi organizzativi, ipotizzando che il Presidente già avesse deciso quali linee direttive adottare sul tema ben prima della quattro giorni di discussione, e lamentando inoltre il costante predominio della classe dirigente pashtun, una delle circa cinquanta etnie che compongono lo scacchiere demografico dell’Afghanistan, alla quale il Presidente è appartenente. Per queste motivazioni, e certamente per un non particolarmente celato calcolo politico, alcuni alti rappresentanti del governo non si sono presentati alla loya jirga.

Primo fra tutti il Capo dell’Esecutivo Abdullah Abdullah, che ha deciso di non parteciparvi circa due settimane prima dell’inizio dell’adunata, reclamando di non essere stato coinvolto con adeguato anticipo e ritenendo la consultazione non utile per superare le attuali sfide del paese.

La grande assemblea, quindi, nata per unire, si è rivelata invece specchio nitido delle divisioni in seno all’autorità statale afgana. Il Presidente Ghani, al suo termine, invece, si è espresso fiducioso e soddisfatto. Ha elencato ventitré raccomandazioni rivolte ai Talebani, utilizzando un doppio registro, sia lessicale che sostanziale. Dapprima ammonendoli e ricordandogli che l’unico potere legittimi in Afghanistan è rappresentato dallo Stato, successivamente invece invocando il dialogo con i Talebani ed addirittura paventando la possibilità per i barbuti di poter aprire un ufficio politico all’interno della nazione. Insistito, inoltre, è stato il riferimento al bisogno di afghanizzare il processo di ricerca della pace, mettendo in dialogo le due principali anime del paese, il governo ed appunto l’organizzazione talebana, ed evitando la mediazione ed il coinvolgimento di potenze straniere. Per quanto appassionato, il discorso del Presidente è rimasto inascoltato, quantomeno dalla controparte.

L’appello al cessate il fuoco non è mai stato accolto, i conflitti sparsi si susseguono costantemente sul territorio nazionale fra attentati ed imboscate, e l’organizzazione terroristica continua a rifiutarsi di sedersi al tavolo dei negoziati con i vertici di Kabul. Un compassato passo in avanti, però, è stato compiuto circa due mesi dopo la loya jirga, durante la prima decade di luglio, quando a Doha, in Qatar, si sono riuniti sia esponenti dei Talebani, sia esponenti della comunità internazionale, sia esponenti della società civile afghana fra cui membri del governo centrale, che, seppur presenti in veste non ufficiale ma a titolo personale, hanno conferito importanza quantomeno simbolica al summit.

esponenti dei Talebani a Doha, Qatar

A promuovere l’iniziativa, oltre alla diplomazia tedesca, è stato l’inviato speciale del Presidente USA Donald Trump per l’Afghanistan, l’ambasciatore Zalmay Khalilzad. Gli Stati Uniti d’America sono, in aggiunta al governo afgano ed ai Talebani, il terzo elemento del treppiede che al momento sorregge il claudicante equilibrio del paese asiatico, costantemente sul precipizio del fallimento. Le truppe americane sono presenti boots on the ground dal lontano 2001 come diretta conseguenza dell’attentato terroristico alle Torri Gemelle, e, nel corso degli ormai diciotto anni di permanenza, hanno gravato sulle casse del tesoro per centinaio di miliardi di dollari. Nonostante Trump avesse dichiarato nel dicembre del 2018 di voler ritirare il suo esercito dall’Afghanistan – oltre che dal conflitto siriano – al momento sono circa quattordicimila i soldati statunitensi ancora stanziati nella regione.

A Doha, nel concreto, si è cercato di dare un seguito alle affermazioni del Segretario di Stato Mike Pompeo che durante la sua ultima visita a Kabul aveva individuato il primo di settembre prossimo come data utile entro cui trovare un accordo, istituendo una road map, un percorso strategico, per il processo di pace. Previsione che, al momento, appare oltremodo ottimista. Nonostante infatti il buon risultato di far sedere assieme al tavolo dei negoziati i rappresentanti delle principali parti in causa, e l’ottimismo espresso da Khalilzad, i coni d’ombra sui quali far luce restano numerosi.

Il Segretario di Stato americano Mike Pompeo accolto a Kabul nel 2018

Innanzitutto, sarebbe necessario che i protagonisti del caos afgano si riconoscessero l’un l’atro.

In Qatar non erano presenti né il Presidente Ghani né il Capo dell’Esecutivo Abdullah, ritenuti dai barbuti governanti illegittimi. Il governo centrale, invece, desidererebbe relazionarsi unicamente con i Talebani, senza la mediazione di agenti internazionali, in particolare dopo le recenti esternazioni del Presidente Trump che, accogliendo a Washington il premier pakistano Imran Khan, ha dichiarato che “potrebbe far sparire l’Afghanistan dalla faccia della terra in dieci giorni”, suscitando non pochi malumori nell’amministrazione di Kabul. In questo infinito gioco delle tre carte la conseguenza è che gli attori sul palcoscenico si rendono vicendevolmente autorità senza autorevolezza, ed a soffrirne ne è principalmente il buon corso del processo di pace.

Se vero è, come nella fisica, che in geopolitica il vuoto di potere non esista, attualmente l’Afghanistan è terra di tutti ed al contempo terra di nessuno. Gli occhi degli Stati confinanti guardano con famelico interesse al suo divenire: la Cina per gli investimenti avanzati nei settori estrattivi, il Pakistan per il posizionamento strategico in un eventuale conflitto con l’India, e l’Iran preoccupato per la già citata presenza di truppe americane. Ad oggi il panorama offre uno Stato estremamente debole, il cui apparato centrale è diviso internamente ed incapace di assicurare sicurezza ed un apparato militare efficiente, l’organizzazione talebana anch’essa chiamata a conciliare le due anime che la guidano, una più disponibile alla mediazione, una più reazionaria ed offensiva, ed infine l’inquilino della Casa Bianca determinato a sfilarsi dal pantano afgano, lasciandovi cinicamente immersi i restanti due contendenti.

fonti:

https://www.theguardian.com/world/2018/dec/21/trump-plans-to-pull-thousands-of-troops-out-of-afghanistan-report

https://www.reuters.com/article/us-afghanistan-usa-pompeo/us-secretary-of-state-pompeo-visits-kabul-hopes-for-a-peace-deal-before-september-1-idUSKCN1TQ20X

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Davide Agresti

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