La violenza è pane quotidiano in Afghanistan. Nel paese asiatico che è stato crocevia di popoli e culla di etnie e civiltà millenarie, oggi sono gli scontri, gli attentati, le bombe che cadono ed il sangue versato a scandire i ritmi delle giornate che si susseguono. Uno scenario che a descriverlo appare apocalittico, se non suffragato da dati tanto granitici quanto reali. Sono più di quaranta travagliati anni che la nazione vive sotto il fuoco dei conflitti di varia natura e di varia intensità. In particolar modo dal 2001 in poi, la lotta fra i talebani ed i gruppi afghani a loro avversi, riunitosi nella cosiddetta Alleanza del Nord, ha aumentato di intensità e frequenza il metronomo delle ostilità.

L’intervento straniero, inoltre, ha aggiunto complessità all’interno del contesto già fragile.  L’operazione Enduring Freedom del governo degli Stati Uniti d’America, formalmente terminata nel 2006, ha passato il testimone ad operazioni con nomi differenti, obbiettivi comuni – lotta al terrorismo in primis – ma uguale sostanza: la presenza delle truppe americane sui territori amministrati da Kabul. Governo, talebani, esercito statunitense: i tre principali attori sul tormentato palcoscenico afghano che, con i dovuti distinguo, sono corresponsabili di aver fatto sprofondare il paese in un vortice di insicurezza. Si stima che negli ultimi 12 mesi siano oltre 3.300 i morti civili, più di 14.000 i feriti, nel solo mese di agosto, riporta la BBC, i morti sarebbero stati in media 74 al giorno.

Una mattanza senza precedenti che si può facilmente spiegare con l’arenarsi degli accordi di pace fra i talebani e l’amministrazione Trump, e l’avvicinarsi delle elezioni Presidenziali che mettono in gioco lo scranno più alto del potere statale. Elezioni che, proprio per motivi di sicurezza, sono state rimandate già due volte e sono in programma per sabato prossimo 28 settembre. Diciotto sono i candidati che si sottoporranno al giudizio delle urne, tre i principali favoriti.

Ashraf Ghani, l’attuale Presidente in carica dal 2014, è in cerca della riconferma che gli consentirebbe di guidare il paese per ulteriori cinque anni. Fervente sostenitore dell’esigenza della tornata elettorale, ritiene che solo un governo forte del consenso del voto popolare possa realmente sostenere le pretese della società civile ed applicare le riforme necessarie per risollevare dal baratro la stagnante economia del paese. Favorito nella competizione, ha assistito con soddisfazione al tracollo del dialogo fra statunitensi e talebani, che, ritenendo i barbuti il suo potere illegittimo ed escludendolo dai negoziati, ne avevano fortemente screditato il ruolo. Di cattivo auspicio, invece, le recenti dichiarazioni del Segretario di Stato USA Mike Pompeo, il quale ha dichiarato che il trasferimento di circa cento milioni di dollari dalle casse a stelle e strisce a quelle di Kabul verrà bloccato a causa della corruzione e della cattiva gestione finanziaria degli uffici di Ghani. Una dura battuta di arresto per il Presidente in carica che potrebbe in qualche modo avvantaggiare il suo diretto sfidante: il Capo dell’Esecutivo Abdullah Abdullah.

Ashraf Ghani, attuale Presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan

Abdullah, figlio d’arte di e spinto in politica proprio dal padre che ha ricoperto alti incarichi nell’apparato pubblico del paese, già alla guida degli Esteri, insegue il sogno di diventare Presidente dopo averci provato ripetutamente sia nel 2009 che nel 2014. Si ritrova infatti a sfidare nuovamente Ashraf Ghani dopo che, cinque anni fa, lo aveva distaccato di circa quattordici punti percentuali al primo turno delle presidenziali, salvo poi vedersi sconfitto al ballottaggio. Oggi ricopre la carica di Capo dell’Esecutivo, una sorta di premierato che non trova riscontro nella Costituzione afghana, creata ad hoc all’indomani delle passate elezioni per mandare un forte segnale di unità dell’apparato centrale, dopo le reciproche accuse di brogli e frodi. Recentemente molto critico nei confronti dell’attuale Presidente, ha accusato quest’ultimo di servirsi della macchina statale unicamente per scopi personali ed ha deciso di non presentarsi all’ultima loya jirga, la tradizionale grande assemblea del popolo afghano, a suo dire indetta da Ghani solo per fini propagandistici. Come il suo competitor, paga lo scotto di anni di vuota retorica riguardo il processo di pace che avrebbe dovuto ricucire le profonde ferite del paese. Nonostante la sua linea d’azione nei confronti dell’organizzazione terroristica sia sempre stata più intransigente rispetto al suo diretto concorrente, la collezione di fallimenti ottenuti nella lotta al movimento è un elemento che difficilmente gli elettori non terranno in considerazione nel segreto dell’urna.

Abdullah Abdullah, attuale Capo dell’Esecutivo afghano

Il profilo però più interessante, soprattutto perché meno indagato dai riflettori internazionali rispetto ai precedenti due, è quello di Mohammad Hanif Atmar. Atmar, il più giovane del trio, è stato Ministro dello sviluppo rurale, Ministro dell’educazione e Ministro dell’interno, prima di assumere la carica di consigliere della sicurezza nazionale, ruolo ricoperto fino all’agosto dello scorso anno. Di origine pashtun, la più popolosa della circa cinquanta etnie che compongono il variopinto mosaico demografico afgano, fu rimosso dagli incarichi governativi dall’ex Presidente Karzai nell’estate del 2010. Nello stesso anno decide quindi di formare un partito politico che si collocasse all’opposizione dell’esecutivo, che avesse nello spirito multietnico e riformista il suo motore propulsore, e che facesse della lotta alla corruzione la sua principale bandiera. Truth and Justice – verità e giustizia – questo il nome della formazione politica di cui Atmar è oggi l’esponente più in vista, nacque con l’intento di garantire maggiore sicurezza alla popolazione e di contrastare il dilagante sottosviluppo economico. Obbiettivi che, al momento, appaiano distanti ed irrealizzabili, nonostante il carisma e le professionalità del candidato potrebbero essere elementi di rottura ben visti da parte dell’elettorato del paese. Prima di gettarsi in politica, infatti, Atmar ha lavorato a lungo come soccorritore nei campi profughi pakistani, guadagnandosi un ampio consenso popolare. Il lavoro al Ministero dell’interno, dove ha avviato riforme sull’anticorruzione, sugli aumenti salariali e sull’addestramento delle forze dell’ordine, gli conferiscono attendibilità e trasparenza. L’esperienza alla guida della sicurezza nazionale, inoltre, gli ha assegnato credibilità sia in veste di mediatore sia in veste di negoziatore, sia sul piano interno, così come su quello internazionale.  Un mix di fattori che lo rendono sfidante autorevole, preparato ed al tempo stesso moralmente integro agli occhi della pubblica opinione. Potrebbe essere lui la sorpresa del voto di sabato.

Hanif Atmar, l’outsider

Chiunque dei contendenti alla carica di Presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan riuscirà ad avere la meglio, avrà, comunque, davanti a sé una sfida epocale da dover affrontare. Impegnativo sarà già convincere la popolazione a recarsi alle urne in un contesto in cui gli attentati sono all’ordine del giorno, in un susseguirsi di episodi di violenza che non risparmiano ospedali e matrimoni, tantomeno i seggi elettorali. I talebani, principali nemici del voto, anche dopo le elezioni conserveranno il dominio territoriale all’interno dello Stato: le aree sotto il loro controllo sono circa il settante per cento del totale. L’autorità di Kabul rischia perciò di essere la claudicante terza gamba del treppiede del potere afghano, dove i barbuti e la presenza statunitense ne fanno da padroni.

Per quanto a più riprese il Presidente Trump abbia dichiarato di voler abbandonare il teatro asiatico, che tanto è costato alle casse di Washington, e richiamare i suoi soldati in patria, quello del tycoon appare un obbiettivo irrealizzabile per gli assetti strategici statunitensi. Gli americani sono troppo interessati a garantire la propria presenza nel paese, in particolar modo con l’aumentare delle tensioni con la Repubblica Islamica dell’Iran, e per proteggersi dall’avanzata cinese ed i suoi investimenti, vero nemico economico della regione. Chi siederà quindi nella stanza dei bottoni di Kabul, rischia di ritrovarsi una plancia di comando non funzionante, dove le leve non sono operative, ma anzi sono manovrate dall’esterno. Il rischio mortale di chi si recherà ai seggi sabato servirà si a trasmettere un vibrante messaggio di speranza dall’Afghanistan verso il mondo, ma si appresta ad essere l’ennesimo inganno ai danni di una popolazione stremata che è la prima vittima di un gioco di potere senza scrupoli.

http://www.afghanembassy.com.pl/afg/images/pliki/TheConstitution.pdf

https://www.aljazeera.com/news/2019/09/taliban-china-discuss-afghan-peace-talks-collapse-190923090323341.html

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