Nuovo capitolo della complicata relazione fra Afghanistan e Stati Uniti d’America.
Il paese asiatico affronta da decenni problematiche che possono oramai ritenersi strutturali, dall’insicurezza costante, all’economia da anni sull’orlo del tracollo, alla frammentazione territoriale.
Le elezioni tenutesi a fine settembre scorso e vissute nell’algido clima di violenza diffusa, ancora non hanno decretato un vincitore.


L’attesa per i risultati, posticipati di mese in mese, sono nitido specchio della debolezza dello Stato, dell’incapacità dell’apparato centrale di Kabul di controllare una nazione frammentata, e della fragilità della politica afghana.
Un groviglio interno esasperato sicuramente dalla inossidabile presenza e forza dei talebani, e altrettanto sicuramente influenzato anche dalle scottanti dinamiche della regione.


L’instabilità della zona, crocevia fra Vicino Oriente ed Asia orientale, è anche terra di strategici interessi delle principali potenze mondiali.
Cina, Pakistan ed Iran vi guardano con famelico trasporto per motivazioni diverse, dagli asset economici ed estrattevi al posizionamento militare.
La Russia, inoltre, ha storicamente gli occhi puntati sul paese ancora dai tempi della guerra fredda.
Chi invece è di casa in Afghanistan da quasi vent’anni sono le truppe statunitensi.


Intervenute a seguito dell’attentato alle Torri Gemelle del 2001, sono presenti con circa una dozzina di migliaia di soldati all’interno dei territori amministrati da Kabul.
Nonostante il Presidente Donald Trump abbia più volte dichiarato di voler ritirare i suoi militari e concludere le operazioni dell’esercito sul suolo afgano, la difficile convivenza continua ed il dibattito si fa sempre più esacerbato.


Una recente inchiesta del Washington Post, infatti, svelerebbe che – negli anni – le informazioni raccolte sul campo dai generali a stelle e strisce mostrassero al Pentagono l’impreparazione delle loro truppe in un teatro così complesso.
Un’assenza di strategia e di risultati che era quindi ben nota ai vertici del Pentagono, e sia all’amministrazione Bush sia all’amministrazione Obama, che però hanno sempre rivendicato il successo delle loro azioni.
Sono più di duemila i soldati americani uccisi nel paese dal 2001 ad oggi, mille miliardi invece la stima dei soldi spesi dalle casse di Washington.

Le rivelazioni del WP sarebbero l’ennesima ombra sul filo che lega Stati Uniti ed Afghanistan.
Un legame che unisce gli interessi americani più profondi in chiave anti sino-iranica e che, con l’avvicinarsi delle presidenziali del 2020 e la conseguente campagna di propaganda, sarà sempre più terreno di scontro tra il tycoon e Kabul, ma soprattutto tra il tycoon ed il deep state.

fonti:

https://www.washingtonpost.com/graphics/2019/investigations/afghanistan-papers/afghanistan-war-confidential-documents/?fbclid=IwAR3bcV25hoYOgWeMvfGWPE6s-03cDpcvSiGWe-jNc3ZsCNZoTgxr4FN2MCE

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