Accordo di Malta: il fallimento della solidarietà Euro-Mediterranea.

Perché pensare all’immigrazione in maniera mediterranea, con un’azione comune e condivisa, potrebbe risolvere la questione

Il cosiddetto accordo di Malta, formulato il 23 Settembre 2019 e proposto successivamente alla riunione del Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Unione europea in Lussemburgo (7-8 Ottobre 2019), dopo aver richiamato gli applausi festosi dei Ministri italiani, ha mostrato e mostra tutt’ora la sua inconsistenza.

Come analizzato da più parti, l’Accordo di Malta è stato il frutto di compromessi e accomodamenti da parte dei cinque Stati (Italia, Malta, Francia, Germania e Finlandia) che ne hanno formulato i punti salienti. Cinque Stati che non rappresentano neanche il 20% del totale degli sbarchi che avvengono nel Mediterraneo e che, a ragione o a torto, hanno avuto la presunzione di poter dar vita ad una prima bozza di riforma del Regolamento di Dublino, così datato e bistrattato da più parti.

Tuttavia, con gli stretti e tormentati rapporti fra Spagna e Marocco e successivamente l’accordo con la Turchia (1) (2016), il passo per un movimento comune europeo per gli sbarchi della rotta centrale del Mediterraneo sembrava essere doveroso, dato che i regimi presenti in Tunisia (almeno fino ad ora) e in Libia non sembrano in grado di mantenere l’ordine come il Re e il Sultano.

Ma è proprio questa frammentazione Europea e, ancor di più, Mediterranea a rendere l’emergenza migratoria un problema ingestibile. E questo per varie ragioni.

 

PIGS no more: solidarietà mediterranea

Non è una novità che fra i paesi PIGS (Portogallo, Italia, Grecia e Spagna) non esista un fronte comune ed una solidarietà diffusa e sentita. Va da sé che ciò comporta una debolezza intrinseca per una posizione condivisa nell’affrontare un problema che riguarda tutti i paesi che si affacciano sul Mare nostrum. L’assenza dai dialoghi di Malta di paesi come Spagna, Grecia, Bulgaria e Cipro è l’ennesima dimostrazione che questo fronte comune è ben lontano dalla sua costituzione. Statisticamente, sia la rotta occidentale che quella orientale contano più sbarchi rispetto la rotta centrale del Mediterraneo, anche in rapporto ai cosiddetti sbarchi fantasma, cioè quelli non direttamente controllati dalle autorità statuali e dalle ONG.

Il blocco degli Stati della rotta orientale non ha esitato a far sentire la propria voce alla riunione del Consiglio Giustizia e Affari interni dell’Unione europea (2), presentando una propria proposta per una nuova gestione dell’emergenza migratoria. Senza dimenticare che la Bulgaria ha fortificato il controllo di frontiera con la Grecia e che quest’ultima, dopo la vittoria del leader di New Democracy, Kyriakos Mītsotakīs, ha riformulato la propria politica migratoria, aumentando i pattugliamenti ai confini, trasferendo un gran numero di migranti dalle isole alla terraferma e accelerando le pratiche per l’espulsione degli irregolari (3). Inoltre, sin dall’inizio del 2019, la Turchia ha allentato la morsa dei controlli sui confini, lasciando che migliaia di profughi si riversassero nelle acque dell’Egeo.

Secondo l’UNHCR, dal Gennaio 2019 ad oggi, più di 53 mila migranti sono approdati alla volta della Grecia, a fronte di un totale di circa 12 mila sbarchi fra Italia e Malta. 96.500 il numero dei migranti dal 2015 ad oggi (4), senza contare le condizioni inumane in cui versano migliaia di migranti nei campi profughi in Lesbo, Samos e Kos (5).

Aver dimenticato questa tragica situazione in cui versano Grecia, Bulgaria e Cipro ha portato il cosiddetto Accordo di Malta al fallimento. Ed è, questa, l’ennesima dimostrazione che una solidarietà europea non può esistere senza una solidarietà mediterranea. La volontà di tenere separate in termini di cooperazione, ma uniti in termini dispregiativi (quali, appunto, PIGS), paesi che costituiscono parte importante del patrimonio culturale dell’UE e dei suoi valori, ha certamente delle motivazioni geostrategiche cruciali, sia per la Germania che per la Francia atlantica.

 

Il quarto anello della solidarietà che stenta a decollare

 

Seconda ragione: non esiste un vero e proprio partenariato tra i paesi (6) della sponda nord e sud del Mediterraneo, così come non esistono un mercato ed una società integrata per il Maghreb e il Masrek.

Campo profughi Sahrawi di Tindouf, Algeria

Fonte: https://www.saharawitoscana.it/r-a-s-d/campi-profughi/ Ed è una questione spinosa ed importante per il futuro stesso dell’Europa. Dopo gli accadimenti delle Primavere arabe, non è più possibile pensare ai paesi della sponda sud come dei partener di convenienza o di scarso peso sociale, culturale ed economico. L’instabilità politica che caratterizza la regione MENA, e che ha favorito in alcuni casi le grandi potenze mondiali, si è rivelata essere, per l’Europa e non solo, un ginepraio dal quale è difficile districarsi. Ma in questa fragilità politica, che attraversa febbrilmente tutta la regione, le manifestazioni di piazza, la mobilitazione giovanile e la fervenza culturale hanno dimostrato che un’anima c’è ancora. Difficile e complesso sarà il modo in cui quest’anima si riapproprierà delle fonti politiche per legittimarsi a livello internazionale. L’Europa non può più ignorare la sua forza rigeneratrice, né tanto meno può considerare “arretrate e conservatrici” (7)le forme culturali, nazionali e popolari che hanno portato alle Primavere arabe. È dunque controproducente, per l’Europa stessa, continuare a dialogare con i paesi della sponda Sud del Mediterraneo con tono neo-coloniale ed euro-centrista.

Campo profughi Sahrawi di Tindouf, AlgeriaFonte: https://www.saharawitoscana.it/r-a-s-d/campi-profughi/

Un partenariato economico, politico e legislativo è essenziale anche per la gestione delle migrazioni: la rotta centrale ed occidentale del Mediterraneo vedono la presenza massiccia di giovani maghrebini che non trovano prospettive future nei loro paesi. Queste nazioni sono infatti costrette, fra le altre cose, a trattenere nei loro territori immigrati provenienti dalle nazioni del Sahara Sahel. Molti di questi, anche irregolari, hanno sostituito larghe fasce di lavoratori autoctoni nei settori primari dell’economia maghrebina (8). Se da un lato, quello orientale, l’immigrazione è per lo più causata da situazioni di conflitto armato, le ragioni sottese all’immigrazione che parte dalla sponda sud del Mediterraneo vanno ricercate nell’instabilità economica e politica. E non è detto che ciò costituisca un attenuante.

 

La cortina di ferro mediterranea

Terza grande ragione per cui sarà difficile trovare una soluzione strutturale al programma migratorio sono il ruolo e l’influenza tedesca e franco-atlantica. In tal senso, va sottolineato il modo in cui l’UE è entrata negli affari migratori.

L’immigrazione viene affrontata con un atteggiamento decisamente continentale, dal sapore franco-tedesco, un approccio che difficilmente potrebbe risolvere i problemi cruciali del Mediterraneo. Se troppo eurocentrici, ci si dimentica che il problema dell’immigrazione è di natura strutturale ed ha radici ben più profonde.

Germania e Francia atlantica percepiscono il Mediterraneo come un oggetto di cui appropriarsi e da “europeizzare”, a causa della civiltà islamica e dell’aumento esponenziale della pressione migratoria entro i confini nazionali. Per la Germania, ancor più che per la Francia, esiste un Mediterraneo europeo ed uno non europeo (9). Per questo motivo, essa tenta di tenere separate le due sponde, per consolidare maggiormente il ruolo di garante della stabilità politica in Europa.

Una visione molto diversa rispetto l’immaginario dei paesi mediterranei, che accanto alle dimensioni europea, africana e mediorientale, hanno impressa anche la dimensione mediterranea, a completare l’identità di questi popoli.

L’approccio emergenziale e l’influenza franco-tedesca alla questione migratoria contribuiscono alla perdita reale di identità: affrontare una questione così delicata e strutturale come l’immigrazione senza chiamare al dialogo allargato tutti i paesi coinvolti è un modo coloniale e divisorio di affrontare la situazione corrente.

Il pensiero di un’Europa senza Mediterraneo deriva probabilmente dal fraintendimento di identificare l’Unione Europea con l’Europa: il Mediterraneo non può essere considerato né un muro, né un cimitero.

 

Nuove forme di colonialismo economico: il cappio al collo del continente nero

Un’ultima ragione, non tanto alla base del fallimento dell’Accordo di Malta, quanto più al fallimento generale del concetto stesso di solidarietà è la “soluzione Piano Marshall per l’Africa”, formulatasi come possibile soluzione al problema migratorio. Ciò comporterebbe delle modificazioni radicali dal punto di vista geopolitico e sociale.

Fonte: http://www.romanoprodi.it/documenti/un-piano-marshall-euro-cinese-per-lafrica_14614.html

Anzitutto, parlare di “Piano Marshall” (alcuni parlano di un piano euro-cinese) (10) per l’Africa sarebbe intrinsecamente e semanticamente controproducente: se da un lato, l’intervento statunitense ha rimesso il carburante nel motore economico europeo (e vi sono dissidenti anche su questo fronte) (11) , è innegabile che, dall’altro lato, ciò abbia segnato l’asservimento dell’Europa alle decisioni degli USA, dovuto ai timori (fondati o meno) che provenivano dall’Est. Da quale minaccia si vuole proteggere l’Africa? Dalla corruzione interna, che fa tanta gola ai gerarchi europei, o dalla Cina, dall’Arabia Saudita e dall’Iran che negli ultimi anni hanno intensificato i rapporti commerciali e gli investimenti locali con i paesi dell’Africa?

In seconda istanza, i danni provocati dall’influenza di alcuni paesi europei in Africa sono alla base dei problemi attuali del continente. Se l’Unione è ancora intenzionata ad applicare riforme economiche e finanziarie strutturali che in qualche modo inficeranno con la naturale costituzione dei paesi, ciò porterà ad una barbara modernizzazione secondo il paradigma capitalistico occidentale. Un piano Marshall per l’Africa così pensato significherebbe aumentare l’ingerenza europea in quelle nazioni che hanno già sofferto abbastanza la presenza ingombrante dei paesi ex colonizzatori.

Terzo, l’Africa è un continente frammentato politicamente, socialmente e culturalmente: ha basi, soprattutto economiche, diversificate da una regione all’altra. Un ipotetico piano Marshall per un continente di 54 Stati e che vedrà entro il 2050 il raddoppio della popolazione interna (da 1 miliardo a 2,2 miliardi) sembra esser complicato dal concepimento. Con tali stime, si è calcolato che il numero di migranti internazionali provenienti dall’Africa subsahariana passerebbe da 24 a 54 milioni e che circa 7,5 milioni raggiungerebbero l’Europa entro il 2050 (12).

Allora è tutto inutile?

L’immigrazione è un problema strutturale, non è né emergenziale, né tanto meno elettorale. Si stanno progressivamente modificando le strutture e le motivazioni stesse del processo migratorio: demografia in aumento, cambiamenti climatici, instabilità politiche (guerre per il controllo dell’acqua, dell’energia e del suolo), crescita economica di alcuni paesi africani. Essendo un problema strutturale, necessita di una legislazione mirata ed efficace.

Si può discutere, senza una reale risoluzione, di redistribuzione e di rotazione portuale su base volontaria (13)in termini puramente politici, dato che nella questione si sono fatti rientrare meno del 9% del totale degli immigrati (14) che sbarcano sulle coste italiane ed europee in genere, avendo unicamente coinvolto gli sbarchi effettuate dalle ONG e dalle autorità statuali.

 

Sembra, alla luce dei fatti concreti e a distanza di sei settimane, che l’Accordo fosse più di natura politica, quasi a volerlegittimare l’attuale esecutivo italiano, piuttosto che un accordo volto alla reale risoluzione del problema. Altrimenti, perché escludere dalle trattative la rotta occidentale ed orientale, che ad oggi soffrono di più? (15)

La diversa composizione di migranti delle rotte del Mediterraneo non legittima i paesi a camminare separatamente: il framework legislativo dovrebbe essere comune e allargato a tutti i paesi perché possa essere efficace.

Ancora una volta, dunque, si è discusso solo del fenomeno nella sua dimensione emergenziale, neanche tanto evidente nella rotta centrale, ignorando completamente le reali ragioni alla base del problema e soprattutto non considerando quei paesi europei che stanno soffrendo una pressione sociale, economica e politica non più sostenibile, come Grecia, Bulgaria e Cipro(16).

1 http://www.limesonline.com/cartaceo/la-turchia-cuscinetto-fra-profughi-siriani-e-fortezza-europa?prv=true

2 https://www.politico.eu/article/migrant-route-eastern-mediterranean-sea-not-all-about-italy-3-eu-countries-call-for-change-to-migration-focus/

3 https://www.reuters.com/article/us-europe-migrants-greece/greece-to-increase-border-patrols-and-deportations-to-curb-migrant-influx-idUSKCN1VL0R3

4 https://data2.unhcr.org/en/documents/download/71947

5 https://www.unhcr.org/news/briefing/2019/10/5d930c194/greece-must-act-end-dangerous-overcrowding-island-reception-centres-eu.html

6 Bruno Amoroso, “Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro”, edizioni Dedalo, Bari 2000, p. 31

7 Bruno Amoroso, “Europa e Mediterraneo. Le sfide del futuro”, edizioni Dedalo, Bari 2000, p. 100

8 http://www.claudiobertolotti.com/wp-content/uploads/2019/03/AN_SMD_03.pdf , p. 72

9 https://www.academia.edu/25910260/La_rappresentazione_del_Mediterraneo_tra_storiografia_e_dimensione_politica

10 http://www.romanoprodi.it/documenti/un-piano-marshall-euro-cinese-per-lafrica_14614.html

11 Ad esempio l’economista statunitense Tyler Cowen, nei suoi vari articoli https://marginalrevolution.com/

12 http://www.claudiobertolotti.com/wp-content/uploads/2019/03/AN_SMD_03.pdf , p. 24

13 http://www.ilgiornale.it/news/politica/ecco-i-5-punti-chiave-dellaccordo-malta-1757300.html

14 https://it.insideover.com/migrazioni/leuropa-rimanda-le-navi-militari-davanti-alla-libia.html

15 https://www.internazionale.it/bloc-notes/2019/09/23/accordo-migranti-malta

16 http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/europa/2019/10/07/migranti-allarme-bulgaria-grecia-cipro_30613542-17fc-4668-8f59-bab99e918abf.html

The following two tabs change content below.
Maria Nicola Buonocore

Maria Nicola Buonocore

Sono Maria Nicola Buonocore, classe 1996. Ho conseguito il titolo triennale in Scienze Politiche e Relazioni Internazionali nel 2018 all’Università di Napoli “l’Orientale”, con tesi in Storia Sociale, cercando i collegamenti e le divergenze fra la “rivoluzione intellettuale” di Don Lorenzo Milani e i moti sessantottini. Ora frequento l’ultimo anno di Corso in Specialistica in Relazioni Internazionali ed Analisi di Scenario alla Federico II, con indirizzo in Geopolitica economica. Dato il grande interesse umanistico e per sensibilità religiosa, ho seguito diversi corsi presso la Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale, oltre che ad aver approfondito da autodidatta altre due importanti religioni: ebraismo ed Islam.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: