Il 30 aprile 2004 il quotidiano americano “The New York Times” rivelò gli abusi nel carcere iraqeno di Abu Ghraib, luogo di reiterate violazioni di diritti umani – violenze sessuali, psicologiche e torture- compiute dai soldati americani ai danni di cittadini iraqeni accusati di terrorismo. Il quotidiano di New York, supportato da un’opinione pubblica mondiale fermamente contraria alla guerra, smantellò l’apparato propagandistico edificato dall’amministrazione Bush.

Si può considerare tale avvenimento come un “risveglio dal torpore” del sistema informativo americano, che nel primo anno di invasione dell’Iraq ebbe difficoltà a reperire informazioni veritiere ed affidabili. Il territorio, continuamente bombardato, era inavvicinabile dai cronisti; mentre la maggioranza della popolazione americana si mostrava favorevole alla guerra per via dell’efficiente apparato comunicativo messo in piedi dal Governo, che giocava abilmente sul sentimento di paura e insicurezza della popolazione.

Da soggetto inerme il sistema informativo svolgerà un ruolo prezioso nella narrazione dei comportamenti dell’amministrazione Bush in quella fase storica.Il 26 Maggio 2004 il New York Times si rivolge direttamente ai lettori, affermando «alcuni articoli non erano stati rigorosi a sufficienza». Da quel momento, il giornalismo americano riacquista autorevolezza e credibilità, ottemperando alla sua funziona principale: dare conoscenza e fornire tutti gli elementi che permettono al cittadino di farsi un’opinione riguardo la lotta al terrorismoperpetrata dopo l’11 Settembre

Successivamente, la diffusione delle scandalose immagini del trattamento riservato ai sospettati terroristi agitò le coscienze dell’opinione pubblica. Le tute arancioni divennero un simbolo del fallimento della strategia antiterrorismo americana e, anzi, fomentarono l’avversione delle popolazioni mediorientali. Le prigioni di Guantanamo e le pratiche lesive dei diritti umani dei detenuti erano in profonda contraddizione con i principi dell’ordinamento statunitense. Cambiò anche la percezione della popolazione americana: la “War on Terror” meritava di essere raccontata nella sua interezza. Era l’unico modo per giudicare un’azione di politica estera con cognizione di causa.

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Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro

Emanuele Gibilaro laureato in Storia, Politica e Relazioni Internazionali presso l'Università di Catania. Iscritto al corso di Diplomazia e Organizzazioni Internazionali presso l'Università di Milano è appassionato di politica internazionale, analizza la politica estera statunitense, le questioni della sicurezza nazionale, marittima, energetica e gli interscambi della diplomazia americana con organizzazioni internazionali, Cina, Arabia Saudita e Iran.
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