Nell’offensiva sul nord-ovest della Siria la Turchia si gioca la sua influenza ma deve anche scegliere se essere il player strategico degli USA o della Russia.

Il governatorato di Idlib, situato nel nord-ovest della Siria e al confine con la Turchia, area simbolo dell’opposizione siriana sin dalle prime proteste del 2011, è una delle quattro aree di de-escalation assieme a Homs-Hama, Daraa’ e Ghouta in base agli accordi di Astana stipulati tra Russia, Turchia e Iran. Ultimo territorio nelle mani dell’opposizione, nella sua estensione comprende anche parti delle province di Latakia, Hama e Aleppo, dominate negli anni da ribelli siriani e dall’Isis.

A partire dalla fine del 2018 il robusto gruppo jihadista di Hay’at Tahrir al-Sham (HTS), ex Fronte al-Nusra, di cui si contano oggi ancora 50.000 militanti, domina la provincia di Idlib dopo sanguinose faide con altri gruppi rivali, tra cui l’Esercito siriano libero (ESL), cooptato dalla Turchia[1]. Inoltre, tale area ospita più di 3 milioni di civili la cui metà è costituita da sfollati interni, trasferiti dalle altre aree della Siria a seguito delle varie offensive dei lealisti siriani per eliminare l’Isis o l’opposizione. L’offensiva su Idlib e sulle province a nord di Hama, in corso dai primi giorni di maggio, portata avanti dalla Russia supportando i lealisti siriani per spazzare via i miliziani di HTS e ad altri gruppi dell’opposizione, deve essere letta come una reazione da parte di Mosca a seguito del mancato rispetto degli accordi di Sochi da parte della Turchia che aveva fatto pressione per la creazione di una buffer-zone di 15-20 km attorno a Idlib per separare i ribelli dai militari siriani. L’accordo prevedeva il ritiro da parte della Turchia delle armi pesanti fatte confluire ai ribelli sotto il suo comando, l’evacuazione degli insorti e la riapertura entro un anno del tratto stradale che unisce Latakia ad Aleppo e quello che collega Aleppo a Damasco. In questi mesi Ankara ha condotto vani sforzi per eliminare la presenza dei jihadisti che, al contrario, si è rafforzata e ha visto procedere HTS in quasi tutto il territorio che doveva essere demilitarizzato.

La strategia della Russia sarebbe stata quella di eliminare gradualmente la presenza qaedista da quest’area, grazie all’azione turca, per dare ampia opportunità di manovra ad Erdogan nell’area di Tell Rifaat, parte settentrionale della provincia di Aleppo e controllata dalle milizie dell’YPG curdo (Unità di protezione popolare), sotto la guida degli Stati Uniti, che la Turchia ritiene legate al PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan) e considera terroristi. Nell’offensiva su Idlib la Turchia si gioca una carta importante in quanto la riconquista dei governativi le toglierebbe ampi spazi di manovra, facilitati dai legami con l’opposizione considerata moderata dell’ESL, ridurrebbe la sua influenza e permanenza nel nord-ovest della Siria, di fatto eliminando ogni possibilità di crearsi uno spazio che spezzerebbe l’espansione dei Curdi, tenendo conto della loro già forte presenza del nord-est del Paese. Allo stesso tempo, se i Siriani e i Russi, spalleggiati delle milizie iraniane avessero successo, Ankara si ritroverebbe a fronteggiare un nuovo flusso migratorio verso i suoi confini che metterebbe a dura prova la propria sicurezza e stabilità. Inoltre, verrebbe a mancare una vera e propria area di collegamento con il nord della provincia di Aleppo e con il triangolo delle città Azzaz. Jarablous e Al-Bab già sotto il controllo dei militari turchi e popolata da Arabi ostili ai curdi.

Così fallirebbe il progetto di “turchizzazione”, il sogno neottomano del nord della Siria, reso difficile anche dall’eventuale convivenza tra turcofoni, arabi e curdi. Nel temporeggiamento dell’offensiva su Idlib si potrebbe leggere lo sforzo di Mosca di non perdere un attore strategico, la Turchia, con cui dialogare per la normalizzazione e la pacificazione del nord della Siria, allontanandola dagli obiettivi geopolitici degli Stati Uniti. Avere dalla propria parte uno Stato che è membro della NATO permette al Cremlino di indebolire i legami turchi con il mondo europeo e con uno dei suoi partner fondamentali, gli Stati Uniti, riducendo di fatto ogni tentativo della superpotenza a stelle e strisce di dialogare con Erdoğan sul futuro della Siria. Il rafforzamento dell’alleanza con la Russia potrebbe risultare un vantaggio per la Turchia. Facilitando la liberazione di Idlib e dintorni da elementi qaedisti e dell’opposizione, Erdoğan potrebbe avere il via libera per contrastare i Curdi a Tel Rifaat ed indebolirli nell’est della Siria, dove la loro presenza è consistente e si concentra soprattutto oltre l’Eufrate. In aggiunta, il sultano potrebbe sperare nella costituzione di una specie di protettorato a nord-ovest della Siria, blindando di fatto l’area e costituendo un’entità politica filo-turca. Quest’ultima risulterebbe l’alternativa valida ad un potenziale dialogo tra Curdi e regime siriano che garantirebbe loro maggiore autonomia nel teatro post-bellico.

Fonte Limes 2018

D’altra parte, la presenza turca nel nord-ovest della Siria costituisce un vantaggio strategico per gli Stati Uniti, per la loro influenza nel Paese. Erdoğan fungerebbe da comodo alleato nella riduzione della presenza iraniana in Siria, in particolar modo nei territori che da nord si collegano alla Siria centrale, dove la Repubblica islamica ha una forte presenza militare con le sue milizie filo-iraniane e con il gruppo paramilitare di Hezbollah, riducendo il dialogo politico ed economico con Assad. La presenza turca nel nord-ovest renderebbe più difficile l’espansione iraniana verso il Mediterraneo. In cambio, però, i Turchi potrebbero chiedere nuovamente agli Americani la creazione di una safe-zone nel nord della Siria per lenire la presenza curda. Come riportato da Reuters in questi giorni la Turchia avrebbe rifornito i ribelli di Idlib di razzi, missili anticarro e veicoli corazzati per respingere l’offensiva russo-lealista, con l’avvallo degli Stati Uniti[2]. Se così fosse, si confermerebbe la strategicità geopolitica della Turchia per gli Stati Uniti non solo in chiave anti-iraniana nella futura spartizione della Siria, ma anche la volontà di affidarsi ad un attore regionale per contrastare ogni decisione politica russa. Il nodo fondamentale da risolvere tra le due parti resta il supporto statunitense alle Forze democratiche siriane (FDS) nell’est della Siria, osteggiato dal rais. Nell’offensiva su Idlib la Turchia è chiamata a decidere se continuare ad appoggiare la Russia, e quindi sperare di dominare il nord-ovest siriano, o se fungere da pedina geopolitica strategica per gli Stati Uniti in chiave anti-Iran.

[1] https://www.al-monitor.com/pulse/originals/2019/05/turkey-russia-syria-idlib-tests-strength-of-ties.html

[2] https://www.reuters.com/article/us-syria-security-idlib/turkey-sends-weapons-to-syrian-rebels-facing-russian-backed-assault-syrian-sources-idUSKCN1SV0FA

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