La NATO compie 70 anni: all’Alleanza Atlantica va riconosciuto il merito di aver assicurato pace e prosperità al continente europeo. Nuove sfide e minacce, sia interne che esterne, attendono però il suo futuro e quello dei suoi Stati Membri.

La NATO (North Atlantic Treaty Organization) spegne 70 candeline: si celebra infatti quest’anno il 70° anniversario della sua fondazione, avvenuta il 4 Aprile 1949 con la firma a Washington del cosiddetto Patto Atlantico. Composta inizialmente da 12 Paesi (tra cui l’Italia), conta oggi 29 Stati Membri: l’ultimo in ordine cronologico ad esserne diventato parte è stato il Montenegro, entrato ufficialmente nell’Alleanza nel 2017. Si può così cogliere l’occasione del 70° anniversario della NATO per fare il punto sulla sua missione e sulle sfide attuali e future. La NATO fu creata con lo scopo principale di garantire pace e stabilità al continente europeo all’indomani del secondo conflitto mondiale. Proprio in Europa erano scoppiate, infatti, le due guerre più sanguinose nella storia dell’umanità, e dunque dall’Europa era necessario ripartire per costruire un futuro di pace. La firma del Patto Atlantico serviva ad assicurare così due elementi prioritari[1]: innanzitutto, la pace in Europa, ovvero nell’Occidente, legando assieme fra loro le due sponde dell’Atlantico in un’alleanza militare, ma anche e soprattutto politica e diplomatica; secondariamente, ma non meno importante quanto a obiettivo, la pace dell’Europa, ovvero dell’Occidente, nei confronti del grande nemico dell’epoca, l’Unione Sovietica. La NATO doveva infatti svolgere una funzione di deterrenza nei confronti della minaccia sovietica, impedendo un’invasione su larga scala del continente europeo, e reagendo militarmente qualora tale invasione fosse avvenuta.

Il cuore pulsante dell’Alleanza è rappresentato dal concetto di difesa collettiva, esplicitato nell’Art. 5 del Trattato, secondo cui un attacco armato contro uno qualsiasi dei membri dell’Alleanza è da considerarsi come un attacco collettivo a tutti gli Stati Membri. La NATO sostanziò così la sua ragion d’essere nel contenere e combattere la minaccia sovietica in Europa, in particolar modo il pericolo di un’invasione via terra su larga scala, creando così un fronte comune, unitario e coeso contro l’URSS. Questa è stata la missione principale, e forse a tratti unica, dell’Alleanza per i primi 40 anni, missione che la NATO ha svolto con successo fino al crollo del Muro di Berlino nel 1989, e conseguentemente, dell’Unione Sovietica poco tempo dopo. Si potrebbe dire che la NATO abbia portato a termine la missione per cui era nata, che abbia conseguito lo scopo che le era stato prefissato, che insomma abbia svolto e completato con successo il proprio compito, e che, qualcuno potrebbe aggiungere, una volta caduta l’URSS, la sua stessa ragione di esistere sia venuta meno.

A partire dalla fine della Guerra Fredda, tuttavia, si è aperta una nuova fase per la NATO, caratterizzata da interventi militari in diversi scenari: negli anni ’90 nei Balcani, prima in Bosnia e poi in Kosovo, mentre nel nuovo secolo si è assistito all’operazione militare in Libia nel 2011 ma soprattutto all’intervento in Afghanistan con la missione ISAF a partire dal 2001. L’operazione in Afghanistan rappresenta ancora oggi l’unico caso in cui sia stata invocata la clausola di difesa collettiva dell’Articolo 5 del Trattato di Washington (da parte degli Stati Uniti, subito dopo l’attacco dell’11 Settembre). Essa rappresenta inoltre la più complessa e duratura operazione mai intrapresa dall’Alleanza, i cui risultati sono però contrastanti, visto l’attuale scenario di instabilità in cui versa lo Stato afghano. Guardando quindi agli ultimi 30 anni, si può dire che la NATO abbia cercato di rispondere ai mutamenti geopolitici avvenuti nel contesto globale attraverso una serie di missioni volte a stabilizzare aree di crisi prossime ai confini degli Stati Membri dell’Alleanza.

Difficile tracciare un bilancio positivo di tali interventi nel loro complesso, alla luce anche spesso di condizionamenti politici che poco avevano a che fare con la NATO in sé (come nel caso dell’intervento in Libia o del processo di ricostruzione delle strutture statuali in Afghanistan).

Negli ultimi anni, tuttavia, accanto alle diverse operazioni militari intraprese in varie aree del globo, la NATO ha sviluppato anche una fitta rete di relazioni politiche e diplomatiche tanto con diversi Stati non facenti parte dell’Alleanza, tanto con organizzazioni regionali e internazionali. Lo scopo di questa azione diplomatica, che ha portato al rafforzamento della NATO come attore eminentemente politico, è quello di creare scambi, collaborazioni e partnership con una molteplicità di attori a livello internazionale, consolidando da un lato il ruolo della NATO come fornitore di sicurezza, e dall’altro contribuendo a creare le condizioni per mantenere e implementare la stabilità laddove sia necessario. Proprio su questi canali di dialogo si potrebbe puntare in futuro per rilanciare il ruolo della NATO a livello globale, ma soprattutto per creare dei canali di comunicazione veramente efficaci fra i vari attori. Questo aspetto vale sia per i membri dell’Alleanza, dal momento che lo scambio di informazioni a livello politico-militare-diplomatico che avviene in ambito NATO difficilmente si può avere in altre occasioni, sia con soggetti terzi, in particolar modo con la Russia che sembra essere ritornata oggi a minacciare l’Europa come ai tempi dell’URSS.

NATO Summit 2018 a Bruxelles, Belgio

La questione delle relazioni con Mosca è infatti cruciale per il futuro della NATO e per gli equilibri del continente europeo. Indubbiamente, da un lato, l’assertività del Cremlino degli ultimi anni è avvertita come una minaccia dai Paesi del fianco orientale della NATO, primi fra tutti la Polonia e le Repubbliche Baltiche (e l’annessione della Crimea da parte della Russia ne è un esempio lampante). Dall’altro lato, però, è necessario rilanciare il dialogo con Mosca, per cercare di stemperare le tensioni degli ultimi anni, e poter collaborare per continuare a garantire quella pace e quella sicurezza in Europa che da sempre è il principale obiettivo della NATO. Gli equilibri interni fra i vari Paesi Membri dell’Alleanza non vanno di certo in tale direzione, considerato l’unilateralismo del Presidente USA Trump e la pressione dei Paesi al confine orientale per inasprire l’atteggiamento nei confronti della Russia. Da un lato, la rinnovata percezione del nemico russo sul fronte orientale potrà rinsaldare la coesione interna dell’Alleanza, la quale in qualche modo va così a riscoprire la sua missione storica, quasi la sua stessa ragion d’essere. Dall’altro lato è importante non focalizzarsi solo sul fronte est, ma guardare anche al cosiddetto fianco sud, ovvero il Mediterraneo, e a minacce (vecchie e nuove) quali il terrorismo e la sicurezza in ambito cyber.

[1] https://www.affarinternazionali.it/2019/04/nato-70-anni-successi-sfide/

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