Il 23 agosto dell’anno 1514 (919 in ambito islamico) sul campo di Cialdiran (Iran nord – occidentale) due imperi si confrontarono in una battaglia dall’alto valore storico e simbolico. Quel giorno di fronte troviamo due anime all’interno del frastagliato universo islamico, due imperi espressione di differenti costruzioni statali figli della “fitna” (divisione) che si perpetua nell’Islam fin dai primi tempi posteriori alla morte del profeta Maometto. Una battaglia che la storiografia, il simbolismo e le necessità propagandistiche hanno spesso costretto (a stento) all’interno di visioni manichee semplicistiche. Uno scontro di civiltà religioso che ad un occhio più attento assomiglia a una contrapposizione tra due centri di potere confliggenti.

Da una parte il colosso ottomano, nella persona di Selim I “il Ponderato” reduce da una fratricida guerra civile finita nello sterminio della sua famiglia, futuro conquistatore dell’Egitto mamelucco, signore delle città sante di Mecca e Medina, padrone del Mediterraneo e primo detentore ottomano del califfato a trazione anatolica; dall’altra il condottiero safavide (dinastia turco persiana), campione dello sciismo e fulmineo conquistatore, con il suo fedelissimo esercito di Kizilbash (discepoli di un ordine sufi sciita) dell’odierno Iran, Azerbaijan, Iraq e parti di Asia Centrale. Due imperi agli antipodi protagonisti di secoli di guerre lungo una linea di faglia cristallizzatasi e arrivata quasi intatta ai nostri giorni, due imperi all’apice mutuale del proprio potere, in espansione e destinati alo scontro per le sorti del Medio Oriente.

Se Selim di sua sponte non esitò a ricondurre lo scontro all’interno di una crociata ideologica contro i miscredenti e magi persiani sciiti, lo stesso Shah Ismail mobilitò i seguaci di Ali contro l’oppressione del califfato sunnita evocando una necessaria rivalsa nella narrativa vittimista e revanscista di quella componente minoritaria dell’Islam. La sconfitta sul campo delle fino ad allora inarrestabili schiere dello shah safavide, ruppe l’aurea di invincibilità del condottiero sciita, permise all’Impero ottomano di rafforzarsi, amministrativamente e simbolicamente all’interno dell’universo arabo e nella penisola arabica e spostò il centro di potere della dinastia safavide, fino ad allora incentrato all’interno della macro regione azera, nell’attuale Iran, persianizzando caratteristiche e prerogative che daranno vita alla costruzione statale iraniana a maggioranza persiana. Caduto il mito dell inviolabilità del condottiero safavide, lo shah intraprese una politica di conversione coatta allo sciismo della maggioranza sunnita iraniana non esitando a ricorrere alla coercizione violenta pur non partecipando in futuro ad ulteriori campagne militari. La battaglia oltre al significato religioso, storico e diplomatico ha una forte valenza tattica in quanto l’utilizzo massiccio della polvere da sparo (cannoni, artiglieria e archibugi) inflisse dure perdite alla cavalleria pesante safavide dando l’ennesima dimostrazione della declinante importanza dell’utilizzo delle forze montate nel campo di battaglia.

Quel giorno gli ottomani, in decisa superiorità numerica, sbaragliarono gli avversari, ferirono e costrinsero a una fuga precipitosa lo Shah Ismail, catturarono le sue moglie e iniziarono una marcia all’interno dei territori safavidi arrivando a occupare brevemente la capitale Tabriz (oggi capoluogo della regione dell’Azerbaijan iraniano) e annettendo (e turchizzando) l’Anatolia orientale e la maggior parte dell’Iraq. Il Trattato di Amasya nel 1555 e definitivamente il trattato di Zuhab nel 1639, pose fine a un periodo ininterrotto di guerre di confine confermando la divisione dei territori nell’Asia occidentale precedentemente detenuti dai Safavidi, la divisione permanente del Caucaso tra le due potenze (l’Armenia orientale, la Georgia orientale, il Daghestan e l’ Azerbaigian rimasero sotto il controllo dell’Impero Safavide mentre la Georgia occidentale e la maggior parte dell’Armenia occidentale passarono completamente sotto il dominio ottomano). La Mesopotamia (compresa Baghdad ) rientrò all’interno della sfera di influenza fattuale ottomana cosi come la regione occidentale del Caucaso e della Georgia.

Il trattato di pace istituzionalizzò, in realtà, un equilibrio stabilitosi all’indomani della battaglia di Cialdiran in cui conquiste repentine, colpi di mano e invasioni furono seguiti da accordi di pace, relazioni commerciali e dialoghi fruttuosi. Ad oggi la battaglia è celebrata in Turchia come manifestazione del genio tattico del sultano ottomano, della superiorità dello strumento bellico turco e persino del favore divino accordato sul campo di battaglia ai giannizzeri imperiali o persino come vittoria nella crociata contro gli eretici sciiti mentre in Iran si ha una conoscenza piuttosto blanda di questo fatto d’armi. In ultimo non si può non riconoscere che il mutamento dell’equilibrio di potenza dal punto di vista turco, trascinò l’ambivalente galassia curda all’interno del “mélange” ottomano.

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Marco Limburgo

Marco Limburgo

Marco Limburgo nasce a Mesagne (BR), attualmente vive e studia a Forlì. Dopo aver conseguito la laurea in Storia Contemporanea presso l’Università di Bologna, è attualmente specializzando in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso il campus forlivese della medesima università. È consigliere d’amministrazione di Geopolis. Inoltre, contribuisce in qualità di articolista al progetto editoriale Russia 2018. È appassionato di storia, letteratura e politica internazionale (in particolar modo della regione medio-orientale).
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