Il voto svizzero sulla neutralità rischia di isolare l’industria elvetica, spingendo l’Unione Europea verso un’autonomia strategica della Difesa.
Il referendum svizzero del 27 settembre 2026 sulla Neutrality Initiative è un caso emblematico di come una decisione politica interna possa generare ripercussioni oltre i confini nazionali, avendo possibili conseguenze sull’architettura industriale della Difesa europea.
La proposta mira a irrigidire il principio di neutralità, definendola “perpetua e armata”, a vietare l’adesione o la cooperazione con alleanze militari (salvo in caso di aggressione diretta alla Svizzera) e a limitare la partecipazione della Confederazione a sanzioni (ad eccezione delle sanzioni economiche deliberate dall’ONU) e a conflitti tra Stati terzi.
Parallelamente, l’Unione Europea sta cercando di trasformare la propria Base Tecnologica e Industriale della Difesa (EDTIB) da un insieme frammentato a un ecosistema più integrato, resiliente e scalabile. In questo contesto, l’European Defence Industry Programme (EDIP), che ha in dotazione 1,5 miliardi di euro, è stato predisposto per finanziare l’aumento della capacità produttiva, la cooperazione industriale e la sicurezza degli approvvigionamenti.
Berna si trova in una posizione ambivalente. Se da un lato è fortemente integrata economicamente con l’Europa (il Consiglio Federale ha esteso dal maggio 2026 a tutti gli Stati UE e EFTA alcune esenzioni nei controlli all’export di materiale militare), dall’altro l’eventuale approvazione della Neutrality Initiative potrebbe rendere più difficile garantire un flusso libero e continuo di componentistica elvetica necessaria per il ciclo produttivo delle aziende europee.
Inoltre, la Svizzera nel 2024 ha aderito all’European Sky Shield Initiative (ESSI), l’iniziativa a guida tedesca per la difesa aerea integrata. La vittoria del “Sì” al referendum creerebbe incompatibilità sia sul piano normativo che operativo. La possibilità politica di limitare l’esportazione o la riesportazione di materiale strategico comprometterebbe la stabilità complessiva della cooperazione.
Al contempo, la NATO ha elevato, con il Defence Production Action Plan del 2025, la protezione delle supply chain critiche a priorità strategica, invitando gli Alleati a individuare i possibili colli di bottiglia e diversificare le fonti di approvvigionamento.

(SECO, Dossier: esportazione di materiale bellico nel 2025, BERNA 10 marzo 2026)
L’INDUSTRIA DELLA DIFESA SVIZZERA E LE SUPPLY CHAIN EUROPEE
Sebbene la Svizzera non detenga una quota dominante della produzione bellica europea, nel 2025 la Confederazione ha esportato materiale bellico per 948,2 milioni di franchi verso 64 Paesi, con l’86,14% del totale destinato a Paesi europei. Le principali categorie esportate includono munizioni e relative componenti, veicoli blindati e loro componentistica, sistemi d’arma e forniture per aeromobili da combattimento.
La rilevanza strategica dell’export svizzero non risiede tanto nel volume finanziario, quanto nel ruolo dei singoli componenti ad alta specializzazione e difficile sostituzione: nelle supply chain militari, l’assenza di un solo subfornitore critico può arrestare un’intera linea di assemblaggio. Le restrizioni all’export generano colli di bottiglia sistemici. L’Agenzia Europea per la Difesa (EDA) individua la continuità delle catene transfrontaliere come elemento cardine della Security of Supply continentale ed è attualmente al lavoro sui sistemi di monitoraggio e allerta precoce per prevenire potenziali interruzioni delle supply chain.
Il caso svizzero si inserisce quindi perfettamente nel dibattito europeo sulle dipendenze strategiche dell’Unione.

(SECO, Dossier: esportazione di materiale bellico nel 2025, BERNA 10 marzo 2026)
QUADRO NORMATIVO E VINCOLI ISTITUZIONALI
L’assetto normativo svizzero in materia si fonda sull’equilibrio tra il principio di neutralità (secondo il diritto internazionale) e la sua applicazione nelle scelte di politica estera. Oggi è disciplinato dalla “Legge federale sul materiale bellico” ed è gestito dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO). L’esportazione di materiale bellico è subordinata alla firma di un certificato di destinazione finale con clausola di non riesportazione, derogabile esclusivamente previa autorizzazione del Consiglio Federale.
Questa rigidità ha già portato la Svizzera a negare il re-export di materiale bellico elvetico verso teatri di guerra come l’Ucraina, generando tensioni con i partner europei e spingendo il Consiglio Federale a congelare le licenze di re-export anche verso gli Stati coinvolti in altri teatri di conflitto, inclusi gli Stati Uniti.
In questo contesto si inserisce il Regolamento UE EDIP, che fissa un tetto massimo del 35% per l’acquisto di componenti da Paesi terzi non associati per accedere ai finanziamenti. Un inasprimento della normativa elvetica in merito al re-export renderebbe le aziende svizzere giuridicamente incompatibili con i requisiti di prontezza operativa della Readiness 2030, isolandole dalle catene del valore dei prime contractor europei come Airbus, Leonardo e Rheinmetall. L’approvazione dell’iniziativa sulla neutralità non comporterebbe un blocco totale e istantaneo, ma instillerebbe un’incertezza giuridico-politica tale da far percepire la Svizzera un potenziale punto di vulnerabilità delle catene di fornitura europee e un partner industriale non più pienamente integrabile in un settore strategico come quello della Difesa. Inoltre, limitando il margine di manovra dell’esecutivo anche in materia di sanzioni (ad eccezione di quelle ONU), la Neutrality Initiative sottrarrebbe la Svizzera dal regime sanzionatorio UE verso la Russia, provocando un ulteriore possibile strappo diplomatico con Bruxelles.
IPOTESI SPECULATIVA
La Neutrality Initiative ha messo in evidenza un potenziale fattore di rischio strutturale per i prime contractor e i governi dell’UE. Tale rischio sussiste a prescindere dall’esito formale del referendum del 27 settembre 2026, poiché la sola eventualità di un’interruzione normativa impone un ricalcolo dei modelli aziendali di risk management.
Paradossalmente, l’approvazione della Neutrality Initiative potrebbe accelerare l’autonomia strategica europea. Se la Svizzera venisse giudicata un partner non sufficientemente affidabile, le aziende delle difesa europee potrebbero avviare la sostituzione dei componenti elvetici con equivalenti prodotti fabbricati nell’UE o in altri Paesi alleati strategicamente allineati. Sebbene questa riorganizzazione comporti costi elevati nel breve termine, nel lungo periodo la domanda generata dalla sostituzione dei prodotti elvetici potrebbe generare nuovi investimenti nella base produttiva europea, convertendo una vulnerabilità della supply chain in una nuova capacità industriale.
Per la Svizzera, di contro, si profilerebbe la marginalizzazione del proprio comparto industriale e una potenziale delocalizzazione delle imprese dal suolo nazionale.
SCENARIO 1 – BOCCIATURA DEL REFERENDUM E INTEGRAZIONE
Alla bocciatura dell’iniziativa segue una riforma della “Legge sul materiale bellico” che introduce delle deroghe per i partner europei con il fine di integrare le filiere della Difesa elvetiche con quelle dell’Unione. La Svizzera aderisce agli accordi di cooperazione (EDIP,ESSI), garantendo la continuità delle forniture, evitando all’UE di ricorrere a piani di diversificazione di emergenza. Berna mantiene il proprio ruolo di fornitore di nicchia ad alta tecnologia, coniugando la neutralità con una gestione pragmatica pienamente compatibile con la sicurezza del continente.
SCENARIO 2 – BOCCIATURA DEL REFERENDUM E STALLO LEGISLATIVO
Alla bocciatura segue uno stallo politico sulla riforma della LMB, con una conseguente fase di incertezza burocratica. La percezione del rischio spinge i committenti europei ad allontanarsi dall’industria elvetica e a diversificare gli approvvigionamenti in favore di altri Paesi dello Spazio Economico Europeo. L’industria svizzera conserva un’elevata qualità tecnologica, ma subisce un lento logoramento della propria quota di mercato negli appalti UE.
SCENARIO 3 – APPROVAZIONE DEL REFERENDUM E RISTRUTTURAZIONE DELLE FILIERE
Alla vittoria del “Sì” segue un’applicazione rigida del divieto costituzionale di re-export verso Paesi in conflitto, provocando una rottura tra Berna e l’Unione Europea. Dopo un iniziale shock logistico per l’UE, i grandi gruppi industriali attivano clausole di forza maggiore e delocalizzano la produzione all’interno di Paesi membri dell’Unione. L’UE e la NATO accelerano la regionalizzazione delle catene di fornitura verso una quasi totale autonomia strategica. Ne consegue il crollo dell’export elvetico verso i propri principali partner commerciali, fino alla quasi completa estromissione per quanto riguarda il settore della Difesa.
CONCLUSIONE
La Neutrality Initiative travalica i confini svizzeri poiché mette alla prova la compatibilità tra sovranità nazionale, interdipendenza industriale e sicurezza collettiva del continente europeo. In scenari di conflitto prolungato, l’efficacia di un sistema d’arma dipende tanto dalla sua componente tecnologica quanto dalla certezza giuridica che ogni suo elemento possa essere prodotto, trasferito e rimpiazzato tempestivamente.
È evidente che le vulnerabilità dell’UE non sono condizionate solamente dalle superpotenze extra-europee o dalle difficoltà di reperimento delle materie prime critiche, ma anche dalle scelte legislative interne dei Pesi confinati. La Svizzera continua a concepire la neutralità come strumento di tutela della propria autonomia; l’Unione Europea, al contempo, sta ricercando la propria sicurezza strategica attraverso l’integrazione industriale e quindi necessità di una continuità nella catena del valore, cosa che la vittoria del “Sì” nel referendum sulla neutralità non potrà garantire.
La priorità per gli Stati UE rimane il consolidamento dell’EDTIB e l’iniziativa Readiness 2030. Diventa cruciale quindi valutare non tanto se l’esito del referendum bloccherà il re-export elvetico, ma quanta incertezza potranno sopportare i programmi della Difesa europei. Un segnale negativo da Berna porterà certamente alla progressiva sostituzione delle forniture svizzere, dando così un forte impulsi alla costruzione di un’industria della Difesa europea basata su ridondanza strategica e sovranità comunitaria.
