Idropolitica coercitiva e strategia di neutralizzazione di Hezbollah
Abstract
L’analisi esamina la configurazione storico-geografica del confine israelo-libanese e le motivazioni che guidano le mire di Israele sul Libano meridionale.
EVOLUZIONE STORICA DEI CONFINI LIBANESI
La conformazione dei confini tra il Libano e l’area israelo-palestinese trova le sue radici storiche nelle disposizioni stabilite al termine del primo conflitto mondiale, ma è stata successivamente plasmata anche dagli interessi territoriali e strategici di Israele nel Libano meridionale. Ricostruirne l’evoluzione risulta pertanto fondamentale per comprendere come la definizione del confine si sia intrecciata con le successive proiezioni israeliane sul territorio e, di conseguenza, per inquadrare le dinamiche analizzate nel presente studio.
La gestione del territorio libanese venne assegnata alla Francia nel 1920 mediante il Mandato per la Siria e il Libano, mentre nel 1923 la delineazione del confine franco-britannico fissò la struttura geografica di base per la futura linea terrestre. Successivamente, l’intesa armistiziale siglata tra Israele e Libano nel 1949 introdusse una linea di demarcazione di carattere militare diretta a mantenere divisi i rispettivi contingenti armati, adottando i precedenti riferimenti di confine. Gli equilibri interni libanesi, però, subirono una progressiva destabilizzazione legata all’incremento e al rafforzamento della presenza armata palestinese. In seguito agli eventi bellici del 1967, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina estese la propria influenza nel Paese e l’intesa siglata al Cairo nel 1969 concesse ufficialmente alle sigle fedayeen la facoltà di mantenere basi e avviare operazioni nel settore meridionale del territorio libanese. L’ulteriore frammentazione del potere centrale favorì il precipitare degli eventi nella guerra civile avviatasi nel 1975, contesto nel quale l’esercito nazionale si suddivise su base confessionale e il territorio si ritrovò suddiviso tra diverse fazioni religiose con interferenze dirette di Siria e Israele a trasformare lo scontro in una crisi d’ampiezza regionale.
Nel marzo del 1978 le forze israeliane diedero vita all’Operazione Litani penetrando nella porzione meridionale del Libano in risposta alle attività offensive palestinesi condotte dal confine libanese, culminando nell’occupazione del settore e nell’approvazione della Risoluzione 425 del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che istituì la missione UNIFIL chiedendo contestualmente il ritiro dei reparti occupanti. Tale ripiegamento si rivelò parziale: le posizioni abbandonate vennero affidate alla gestione delle truppe del Maggiore Saad Haddad, la cui struttura armata si evolse nella proclamazione dello “Stato del Libano Libero” nel 1979 e nella successiva formalizzazione dell’Esercito del Libano del Sud (SLA) nel 1980. La milizia, sostenuta economicamente e militarmente da Israele, operò come forza ausiliaria e zona cuscinetto, affiancando l’esercito israeliano durante l’Operazione Pace in Galilea del 1982 e partecipando alla tenuta della cosiddetta “Security Belt”, una striscia profonda tra i 10 e i 20 km presidiata fino al maggio del 2000. L’invasione del giugno 1982 costituisce il momento di gestazione delle formazioni della resistenza sciita Hezbollah: mentre l’avanzata israeliana procedeva verso Beirut senza che UNIFIL potesse bloccarla, nella valle della Beqā vari gruppi militanti iniziarono a coordinarsi ricevendo il supporto diretto dell’Iran e dei Guardiani della Rivoluzione. Durante questo periodo si intensificò la contrapposizione armata, con la conduzione di operazioni israeliane quali “Accountability” nel 1993 e “Grapes of Wrath” nel 1996.
Gli Accordi di Ta’if del 1989 prefigurarono il ripristino dell’autorità statale e il disarmo delle milizie, richiedendo il ritiro israeliano e il ripristino della linea d’armistizio del 1949. Ciononostante, la presenza israeliana perdurò, mentre il Trattato di cooperazione tra Siria e Libano del 1991 consolidò il ruolo di Damasco favorendo la continuità delle operazioni di Hezbollah.

Il completamento del ritiro israeliano nel maggio 2000 portò alla definizione della Blue Line da parte delle Nazioni Unite e determinò il repentino sfaldamento dello SLA, permettendo a Hezbollah di insediarsi nelle posizioni militari dismesse. Tuttavia, la permanenza di rilievi contesi sfociò nel conflitto del luglio 2006, innescato dalla cattura di soldati israeliani al confine e seguito da una vasta offensiva terrestre, navale e aerea contro infrastrutture libanesi e posizioni di Hezbollah. Le ostilità si conclusero con l’adozione della Risoluzione 1701 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, che previde il ripiegamento israeliano, lo schieramento dell’Esercito Libanese integrato da un contingente UNIFIL fino a 15.000 effettivi e la creazione di una zona priva di presenza armata non statale tra la Blue Line e il fiume Litani. Tuttavia, l’intesa non portò al disarmo di Hezbollah né all’affermazione del monopolio statale della forza.
DIMENSIONE IDRICA DEGLI INTERESSI ISRAELIANI IN LIBANO
L’acqua ha rappresentato fin dalla nascita di Israele una risorsa di primaria importanza strategica, sia per lo sviluppo del Paese sia per la sicurezza dei suoi approvvigionamenti. Tale centralità deriva anche dalla condizione di scarsità strutturale del territorio: Israele dispone di risorse idriche dolci rinnovabili stimate in circa 1.400 MCM all’anno, una quantità che la domanda ha superato già dagli anni ’60. La situazione è resa più complessa dal fatto che gran parte delle principali fonti idriche è condivisa con i Paesi confinanti e che, nel tempo, l’offerta è diventata sempre meno affidabile a causa di periodi ricorrenti di siccità e della riduzione delle risorse disponibili. In questo contesto, la disponibilità e il controllo dell’acqua hanno assunto un’importanza strategica, spingendo Israele a sviluppare infrastrutture, specialmente impianti di desalinizzazione molto onerosi, e politiche volte ad ampliare e stabilizzare l’approvvigionamento idrico.
Il controllo delle risorse idriche e dei rilievi topografici del Libano meridionale in passato costituì una componente essenziale delle proiezioni strategiche di Israele. Con un utilizzo assai elevato delle risorse disponibili a livello nazionale, la garanzia degli approvvigionamenti d’acqua venne definita essenziale fin dal 1955 dalla dirigenza israeliana. Già nel 1954, il cosiddetto “Progetto Coton” mirava a deviare circa 400 milioni di metri cubi delle acque del fiume Litani verso il territorio israeliano. A livello locale, anche le sorgenti di Al-Wazzani e il corso dell’Hasbani, che alimentano il bacino del lago Hula fornendo oltre 140 milioni di metri cubi d’acqua all’anno a Israele, sono stati oggetto di interventi diretti. Nel 1986 vennero recintate le aree adiacenti al Wazzani e nel 1989 vennero posate condotte idriche per servire i villaggi occupati. La realizzazione nel 2002 di un impianto di pompaggio libanese sul Wazzani per servire le comunità locali provocò forti tensioni e minacce di interventi armati, ma la mediazione tecnica condotta da Unione Europea, ONU e Stati Uniti evitò l’apertura delle ostilità. Pur restando operative le infrastrutture libanesi senza incidenti diretti, la controversia rimane priva di un trattato formale di gestione delle acque.

Fonte: Fanack Water (2015), Map of Lebanon with major rivers, in Lebanon Maps and Infographics, 3 marzo 2015. Link: https://water.fanack.com/maps/lebanon-maps-and-infographics/
Mentre il fiume Litani risente di un inquinamento strutturale che ne annulla l’attrattiva economica ma mantiene quella strategico-militare, le sorgenti di Al-Wazzani conservano un primario valore idrologico, fornendo ogni anno milioni di metri cubi di acqua dolce e pura al bacino dell’Alto Giordano e al Lago di Tiberiade. La tutela e la fruizione di questa risorsa sono state tuttavia duramente compromesse dai continui conflitti lungo la Blue Line: oltre a innescare forti tensioni geopolitiche sui diritti di prelievo, gli scontri armati hanno causato la periodica distruzione delle stazioni di pompaggio locali e l’impossibilità di attuare interventi di manutenzione e cooperazione transfrontaliera, trasformando un’area idricamente cruciale in una zona ad elevatissima vulnerabilità infrastrutturale.
DIMENSIONE TERRITORIALE- MILITARE
Dal punto di vista dell’osservazione militare, le colline del Jabal Amil sovrastano nettamente i territori pianeggianti dell’Alta Galilea. In particolare, il corridoio Bint Jbeil–Maroun al-Ras–Yaroun–Avivim permette una vista privilegiata sia verso la piana israeliana che verso gli accessi interni del territorio libanese. La conformazione del terreno, con vallate scoscese e canaloni, tende a limitare i movimenti dei mezzi corazzati costringendoli a percorsi obbligati; durante il conflitto del 2006 Hezbollah trasse vantaggio da questa topografia per organizzare imboscate con missili anticarro Kornet-E e ordigni esplosivi. Tali dinamiche si attengono ai principi della dottrina di guerra in montagna, dove i dislivelli creano zone cieche per i tiri radenti, alterano le percezioni visive delle distanze e rendono le dorsali collinari il perno del controllo tattico.
L’approccio militare israeliano si è evoluto superando gli errori dottrinali del 2006, anni in cui si confidava eccessivamente sull’efficacia risolutiva dell’aviazione di precisione trascurando l’addestramento della componente terrestre. Negli anni successivi le forze armate di Tel Aviv hanno incrementato la penetrazione informativa e l’impiego coordinato di droni da ricognizione, munizioni a circuitazione e ordigni penetranti anti-bunker del tipo GBU-28 e MPR-500.
I rapporti di forza attuali vedono una netta asimmetria tra le tre forze in campo. Israele dispone di una capacità militare significativamente superiore, fondata su sistemi di difesa aerea stratificati, forze corazzate, artiglieria, capacità navali e un’ampia componente missilistica e dronica. Hezbollah dispone invece di un apparato militare più limitato, ma dotato di razzi e missili di diversa gittata, sistemi anticarro e droni. Le Forze Armate Libanesi presentano capacità convenzionali inferiori rispetto alle forze israeliane e anche ad Hezbollah, risultando prive di sistemi avanzati di aviazione e difesa antimissile. Tale asimmetria rende particolarmente difficile per lo Stato libanese colmare autonomamente eventuali vuoti di sicurezza nel Libano meridionale.
IPOTESI SPECULATIVA
L’azione di Israele nel Libano meridionale, nello scenario ipotizzato di un nuovo avanzamento fino al fiume Litani, successivo al ritiro dell’UNIFIL nel 2027, perseguirebbe tre finalità principali: la blindatura della frontiera settentrionale, l’impedimento di penetrazioni terrestri e la contrazione dei vettori di attacco di Hezbollah. In tale prospettiva, l’eventuale estensione del dispositivo israeliano fino al Litani risponderebbe prevalentemente a esigenze di sicurezza e profondità strategica. Ciò che in passato ha rappresentato anche un terreno di confronto legato all’accaparramento delle risorse idriche, oggi plausibilmente non rientrerebbe più tra le principali motivazioni strategiche del confronto militare.
WORST CASE SCENARIO
La pressione militare israeliana rischia di compromettere proprio le istituzioni libanesi preposte all’ordine pubblico, poiché le forze armate locali non possiedono la capacità di colmare i vuoti operativi di Hezbollah. Senza il presidio di organismi statali efficienti, le aree liberate rischiano di essere arruolate da nuove entità paramilitari, mentre i bombardamenti infrastrutturali rafforzano la narrazione di Hezbollah quale unico protettore della popolazione; da qui la proposta di un disarmo graduale focalizzato sulle armi pesanti da affiancare al rafforzamento dell’esercito regolare.
Nel peggiore degli scenari operativi, un’estesa campagna terrestre fino al fiume Litani richiederebbe a Israele uno sforzo logistico imponente, esponendo le truppe a una guerriglia ad alto costo e provocando massicci spostamenti di sfollati che finirebbero per consolidare il consenso attorno a Hezbollah. In questo contesto di crisi, l’esecutivo guidato dal Primo Ministro indipendente Nawaf Salam, figura di matrice giuridico-diplomatica in carica dal febbraio 2025, si ritroverebbe privo di strumenti coercitivi diretti per arginare la destabilizzazione, determinando il crollo strutturale dell’autorità centrale a Beirut e l’assunzione del controllo del Libano da parte di Hezbollah.
CONCLUSIONE E VARIABILI
Dal punto di vista tattico, Hezbollah ha ridisegnato il proprio impianto operativo riorganizzandosi in piccole cellule autonome e ricorrendo a postazioni di lancio disperse per evitare lo scontro diretto con le colonne corazzate israeliane. L’impiego massiccio di droni FPV ha permesso di colpire personale, veicoli e postazioni a distanze superiori rispetto ai tradizionali missili anticarro, mantenendo un flusso costante di lanci di razzi verso la Galilea. Sebbene l’apparato militare della milizia abbia subito pesanti perdite, esso conserva la capacità di imporre costi significativi all’avversario, ma la sua riorganizzazione sul lungo periodo dipenderà tuttavia dalle possibilità di ripristinare i flussi di approvvigionamento e di accedere a tecnologie moderne.
L’esperienza storica delle passate occupazioni dimostra la complessità di stabilire una zona di sicurezza stabile attraverso il solo strumento militare, resa oggi ancora più complessa dal prossimo ritiro dell’UNIFIL dal Libano a partire dal 2027. Per Israele, la gestione prolungata di una fascia di occupazione in presenza di molteplici fronti di scontro aperti e di divergenze diplomatiche con i principali alleati comporta elevate criticità operative. La risoluzione delle controverse territoriali necessita di un percorso politico integrato che affronti sia la questione palestinese sia il rafforzamento delle istituzioni statali libanesi. L’interruzione prolungata delle operazioni militari e il sostegno al governo regolare rappresentano le precondizioni necessarie per togliere spazio politico a Hezbollah, la cui forza risiede nel proporsi come unico attore difensivo di fronte alle carenze dello Stato e al costante apporto di risorse dall’Iran.
