Il tradizionale ruolo dell’Oman come mediatore regionale prospetta un ruolo da protagonista nel futuro del Golfo
INTRODUZIONE
Dallo scoppio della guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele, la Repubblica Islamica ha attaccato i vari paesi mediorientali colpevoli di ospitare le basi americane da cui sono partiti i bombardamenti, nonché di essere alleati americani. Di questi i più colpiti sono state le piccole monarchie arabe del Golfo, il Kuwait, il Bahrain, gli Emirati Arabi Uniti e il Qatar, mentre il Sultanato dell’Oman è stato parzialmente risparmiato dalla rappresaglia iraniana. Inoltre, l’attuale tentativo della Repubblica Islamica di includere il Paese arabo meridionale nell’amministrazione del Persian Gulf Straith Authority, rende il Sultanato un attore chiave nel futuro del Medio Oriente.
L’Oman, il secondo paese del Golfo per grandezza dopo l’Arabia Saudita, è lo Stato più antico e peculiare della penisola arabica. L’identità ibadita del sultanato ha origine nel secolo VII, quando i kharigiti sfidarono e assassinarono l’ultimo califfo Ben Guidato Ali ibn Abi Talib. In seguito alle persecuzioni degli omayyadi, la comunità quietista degli ibaditi si rifugiò nelle montagne dell’Oman. L’eredità separatista e diasporica spiega in parte la tradizionale neutralità del Paese verso gli schieramenti regionali.
Già dal IX secolo, l’Oman si sviluppò come potenza commerciale marittima proiettata nell’Oceano Indiano verso l’India e le coste africane fino a Zanzibar. Aiutato dalla sua posizione geografica – protetto da montagne e deserti – e dalle invasioni mongole che costrinsero il commercio a spostarsi sempre più sul mare, il suo impero durò fino al 1500, quando l’arrivo dei portoghesi e le guerre con gli ottomani resero insicure le coste e l’Imamato ibadita della dinastia Nabhani fu costretto a rifugiarsi nell’entroterra, spostando la capitale a Nizwa. Con la dinastia Ya’rubide (1624-1743), l’Oman partecipò alla cacciata dei portoghesi, insieme a safavidi e inglesi, tornando a svolgere un ruolo da protagonista come potenza commerciale marittima. Durante il periodo di guerre civili di successione tra le confederazioni tribali Ghafiri e Hanawi, l’imam Sayf Bin Sultan II cercò il sostegno di Nadir Shah di Persia che sconfisse definitivamente gli yarubidi aprendo la strada all’ascesa degli Al Bu Sa’id, casata tutt’ora al potere in Oman. Questa cacciò gli occupatori persiani prendendo il potere dell’imamato a Nizwa nel 1744. Dopo un periodo di instabilità, con Said bin Sultan si tornò verso una prosperità commerciale marittima in proiezione della costa africana e, in funzione antiwahabita e antifrancese, gli omaniti strinsero un’alleanza con gli inglesi nel 1798, che pian piano divenne sempre più un rapporto di sudditanza, trasformando l’Oman in un protettorato britannico. L’intervento del viceré dell’India Canning, per risolvere la disputa tra i sovrani di Mascate e Zanzibar, portò alla successiva divisione dell’impero. L’interesse inglese per lo Stato omanita era dettato dalla necessità di mantenere aperte le rotte commerciali passanti per lo Stretto di Hormuz, evitare l’espansione dello Stato saudita su tutta la penisola arabica e successivamente per proteggere gli affari petroliferi della Petroleum Development Oman.

Figura 1: https://www.oerproject.com/OER-Materials/OER-Media/Videos/Origins/Unit6/The-Omani-Empire, Rotte e territori dell’impero commerciale dell’Oman
La Storia dell’Oman segnala due fattori importanti. Il primo è la dimensione marittima dello Stato e del popolo, stretto sulla costa orientale della penisola araba e parzialmente escluso dal commercio terrestre delle vie della seta, gli ibaditi omaniti hanno saputo adattarsi costruendo il proprio impero coloniale marittimo. Il secondo riguarda l’atteggiamento in politica estera, segnato da un eccezionale pragmatismo. Le varie dinastie succedutesi al potere hanno dimostrato di saper fare da sponda alle varie potenze regionali, una politica non di neutralità bensì di intermediazione, allineandosi ogni volta con paesi considerati affini nei propri interessi. Nonostante momenti di caos e il più stringente dominio britannico, anch’esso utile per sedare rivolte interne, l’Oman è stato in grado di mantenere una certa continuità politica e culturale fino alla contemporaneità.
A differenza delle altre monarchie del Golfo ex mandati britannici come Emirati e Bahrain, la sua posizione geopolitica non è marcatamente schiacciata sugli Stati Uniti. La presenza americana sul porto di Duqm è una concessione per uso militare indiretto dalla quale, almeno in teoria, non dovrebbero partire attacchi militari diretti. Nel contesto del Golfo Persico, lo Stato ibadita si è posto come principale mediatore degli accordi sul nucleare tra Usa e Iran, in quanto unico attore percepito affidabile da entrambi. La fiducia degli iraniani è stata conquistata proprio attraverso una politica estera moderata e rispettosa nei confronti della Repubblica Islamica, una triangolazione costituita anche da favori sottobanco come il chiudere un occhio sul contrabbando terrestre in Oman verso lo Yemen di Ansar Allah. La stessa casata Al-Bu Sa’id ha mantenuto per sé stessa e per il paese un’immagine tradizionalista nell’architettura urbana e nei costumi sociali. Il Sultano Haytham bin Tariq, dopo aver boicottato l’incontro del Gulf Cooperation Council del 28 aprile, si è recato nella regione del Dhofar, area oggetto della ribellione dell’Esercito della Liberazione dell’Oman e del Fronte Popolare per la Liberazione del Golfo Arabico Occupato, rivolta sedata con l’aiuto anche dell’Iran Pahlavi. Il Sultano e il suo entourage hanno indossato per la visita una pistola Colt alla cintura. Tale convergenza di azioni e simbolismi potrebbero significare l’intenzione del Paese ibadita di segnalare ai propri partner arabi di essere in grado di gestire la situazione del Golfo seguendo la propria strada.
Nel corso del conflitto, proprio in ottica di quanto sopra, l’Oman è stato risparmiato dalla rappresaglia iraniana, salvo sporadici e precisi attacchi verso le infrastrutture statunitensi nel Paese. Nel frattempo, il Paese ibadita è stato coinvolto dall’Iran nel proprio tentativo di gestione dello Stretto di Hormuz istituzionalizzato dal Persian Gulf Straith Authority. Il coinvolgimento del Sultanato ha un duplice aspetto dal punto di vista iraniano: il primo è mostrarsi come un attore ragionevole e capace di costruire ponti diplomatici con i paesi considerati rispettosi, il secondo riguarda il tentativo di normare giuridicamente l’amministrazione dello Stretto di Hormuz, a partire da dati concreti come l’esserne Stati costieri.
Allo stesso tempo l’Oman, in rispetto della sua Storia, sta sfruttando questa occasione per i propri interessi. Invece di assecondare ciecamente le richieste iraniane, sta sfruttando la presenza statunitense e la guerra per ottenere leva negoziale nella gestione dello Stretto di Hormuz. Da giugno il conflitto tra Iran e Stati Uniti si è interamente spostato sul controllo del Golfo Persico, articolato nella gestione delle rispettive rotte marittime designate. La rotta statunitense passa proprio per le coste omanite, e l’Oman, seppur dimostratosi interessato alle proposte iraniane, non ha criticato la mossa americana di usare le sue acque territoriali per il passaggio delle navi. Il tentativo del Sultanato è di usare questo schema come leva negoziale contro l’Iran e imporre parte delle proprie condizioni nella gestione dello Stretto. Proprio i dialoghi per il PGSA, tenuti tra i due paesi, hanno posto una momentanea de-escalation nel Golfo.
È complicato capire su quali punti i due paesi stiano effettivamente trattando. Pare che il principale punto di attrito riguardi la questione dei pedaggi, necessari per l’Iran, mentre l’Oman spingerebbe per delle “tasse volontarie”. Questo può anche essere letto come un classico rebranding, come la dichiarazione del portavoce del Ministero degli Esteri iraniano Esmail Baqaei che dice di non volere pedaggi ma una tassa per “protezione ambientale e per i costi di gestione a Iran e Oman”. Il funzionamento della volontarietà è ancora da specificare.
Proprio nell’ottica del rapporto tra i due paesi, e dell’atteggiamento politico e culturale del Paese ibadita, è prevedibile un proseguo delle discussioni e un potenziale accordo tra le due parti. Nonostante la questione delle tasse e dei pedaggi sia ancora una controversia da chiarire, è probabile che i due paesi possano accordarsi su altri punti più importanti, primo su tutti la presenza americana nel Golfo. Il fine ultimo della Repubblica Islamica è proprio cacciare la presenza militare statunitense dai propri confini. La comunicazione politica dei vertici iraniani è proprio incentrata su questo. Da una parte le dichiarazioni della Guida Suprema Mojtaba Khamanei, in occasione della “Giornata del Golfo Persico” in cui si commemora la sconfitta dei portoghesi per mano safavide, che annunciano un “futuro del Golfo senza gli Stati Uniti”. Dall’altra, il dualismo segnato dagli sporadici attacchi verso le infrastrutture americane in Oman e il rispetto diplomatico vuole segnalare al Sultanano che è proprio la presenza statunitense ad essere un ostacolo alle relazioni diplomatiche.
Le voci sull’accordo segnalano la possibilità di dividere la gestione tra i due paesi come segue: la rotta presso le coste omanite per le navi in uscita, gestita dall’Oman con la supervisione della Repubblica Islamica e l’uso della rotta iraniana con controllo dell’Iran per le navi in entrata. Tale schema rientra perfettamente negli obiettivi descritti sopra, il controllo delle navi in entrata da parte del Paese persiano serve a escludere dal Golfo Persico navi considerate ostili, mentre il Paese arabo manterrà il suo ruolo da mediatore consentendo i traffici in uscita.
Ovviamente la presenza e la volontà statunitense sarà decisiva. Per l’Oman gli Stati Uniti restano un bilanciamento fondamentale per evitare di restare schiacciati dall’Iran. Allo stesso tempo, la talassocrazia americana, impossibilitata ad accettare il dominio marittimo altrui del fondamentale Stretto, rimane capace di far saltare in aria ogni accordo di normalizzazione dello spazio riaccendendo il conflitto.
