Il reciproco coordinamento nel Canale è figlio di interessi, ruoli e posizioni differenti, riuniti dal nuovo stravolgimento regionale.
La crisi tra Stati Uniti e Iran a Hormuz e Bab el-Mandeb costringe i mercati globali e gli attori locali a diversificare le proprie fonti per non perdere centralità. In questo scenario, mentre i principali contendenti locali si scontrano apertamente, altre potenze agiscono muovendosi dietro le quinte dello scacchiere mediorientale, ridisegnando il ruolo geopolitico del Canale di Suez e del Mar Rosso. Tra questi troviamo l’Egitto e la Russia. L’accordo firmato nel maggio 2025 prevede la creazione di una Zona Industriale Russa (RIZ) all’interno della già esistente Zona Economica Speciale del Canale di Suez (SCZone) rappresenta un pilastro strategico fondamentale per l’interscambio commerciale ed economico tra i due Paesi.
Nello specifico l’accordo prevede la concessione della durata di 49 anni sotto forma di diritto di usufrutto di due zone precise del Canale: la prima, stimata intorno a un milione di chilometri quadrati, si trova a pochi chilometri a est di Port Said, quindi sulla parte mediterranea; la seconda si trova ad Ain Sokhna, un’area di 500000 metri quadri situata sul Mar Rosso. Si può quindi notare come le due aree si trovino rispettivamente da entrambi i lati del Canale. I prodotti manifatturieri che raggiungeranno una quota di localizzazione superiore al 30% otterranno lo status di “Made in Egypt”, permettendo quindi l’esportazione a dazio zero in decine di paesi grazie agli accordi di libero scambio egiziani.
Infine è stato previsto un periodo di tre anni senza canoni di affitto del terreno per consentire il completamento dei lavori di costruzione delle fabbriche, con un’esenzione dai dazi doganali sui macchinari importati, azzeramento dell’IVA sull’acquisto dei componenti e un rimborso del 50% dell’imposta sui profitti per i primi sette anni. La Zona dovrebbe diventare operativa entro il 2030, generando una rendita di investimenti stimata intorno ai 7 miliardi di dollari e circa 35000 posti di lavoro. Recentemente è stato annunciato da Mosca di aver selezionato l’azienda domestica esecutrice degli investimenti dell’area, la Crystal Rosta Fund e il governo egiziano ha confermato che ora si potrà procedere con i primi investimenti. Il reciproco coordinamento nel Canale è figlio di interessi, ruoli e posizioni differenti, riuniti dal nuovo stravolgimento regionale.
Il Cairo attraversa una prolungata fase di vulnerabilità, segnata da precari equilibri interni, instabilità strategica e una crisi economica strutturale. Con oltre 120 milioni di abitanti, l’Egitto resta lo Stato arabo più popoloso, caratterizzato da un’età media decisamente giovane. Gli effetti di anni di spesa pubblica incontrollata e dipendenza dalle importazioni sono stati amplificati dalle guerre in Ucraina, Gaza e Yemen; nel solo 2024, l’impatto finanziario è stato stimato in circa 7 miliardi di dollari, complice un crollo del 34% dei transiti nel Canale di Suez e la forte contrazione del turismo.
A gravare sulle casse pubbliche vi sono anche gli importanti investimenti per la Nuova Capitale Amministrativa, gestiti da entità legate all’apparato militare, vero baricentro del potere nazionale. Per arginare l’inflazione, il governo ha tagliato i sussidi statali, esasperando una popolazione che per il 60% vive sotto la soglia di povertà, con un tasso di povertà assoluta al 33%. In questo quadro, i capitali stranieri, tra prestiti internazionali e investimenti infrastrutturali, sono diventati una leva diplomatica vitale, portando il Cairo a muoversi come cerniera tra l’Occidente e le monarchie del Golfo, storiche sponde finanziarie del Paese.
Tuttavia, l’architettura regionale è stata stravolta dal conflitto a Gaza, che ha ridimensionato il tradizionale ruolo egiziano di mediatore e surriscaldato il confine orientale per i rischi migratori e infiltrazioni terroristiche. Una pressione che si estende lungo tutte le altre frontiere: a ovest, sulla fragile stabilità libica, e a sud, sulla faglia della devastante guerra civile sudanese. L’Egitto si ritrova così cinto da una vera e propria “cintura di fuoco”. A mettere ulteriore pressione all’economia egiziana è intervenuta l’escalation tra Stati Uniti e Iran, che ha provocato il blocco di Hormuz e la reiterata chiusura di Bab el-Mandeb.
La crisi ha congelato il disgelo diplomatico avviato tra il Cairo e Teheran dopo un’assenza bilaterale che durava dal 1979, un riavvicinamento favorito dal comune ingresso nei BRICS e finalizzato a rilanciare la centralità egiziana. Sfruttando i rinnovati canali con la Turchia (nell’ambito del quadrilatero sunnita) e l’asse con la Russia, l’Egitto intende ora manifestare il proprio dissenso sia verso i partner del Golfo, sia verso Washington, accusata di accondiscendenza nei confronti dell’aggressiva postura israeliana. Non a caso, di fronte ai raid missilistici iraniani contro le monarchie del Golfo, il Cairo non ha schierato il proprio potenziale militare, ancora considerato il più imponente del mondo arabo, scatenando la profonda frustrazione delle autorità emiratine.
Al di là delle rimostranze diplomatiche, le prospettive per il Cairo restano fosche. Il recente attacco di un drone contro il porto di Damietta rappresenta un chiaro monito di come il Paese rischia costantemente di essere trascinato nell’arena bellica da attori terzi. Sul fronte dei rapporti con le petromonarchie, occorre considerare che la Zona Economica del Canale di Suez (SCZONE) ospita massicci investimenti del Golfo, in primis sauditi. Inoltre, quote crescenti di greggio e merci di Riad sono state deviate verso nord lungo il Mar Rosso, in direzione di Suez e dell’oleodotto SUMED, nonostante l’onerosità di questa rotta. Di conseguenza, difficilmente il governo egiziano potrà recidere i legami con i propri assi di riferimento tradizionali.
L’adesione alla nuova Alleanza Multinazionale di Difesa Marittima, guidata da Riad in chiave anti-Houthi, conferma invece la volontà del Cairo di presidiare il proprio tradizionale quadrante strategico. In realtà questo rinnovato impegno serve a contenere l’emergente asse Addis Abeba-Abu Dhabi-Tel Aviv, percepito dall’Egitto come una minaccia vitale anche a causa del sostegno emiratino e israeliano alle pretese idriche dell’Etiopia sulla controversa diga GERD. Al contempo, non ha ancora deciso di sottoscrivere il recente patto di difesa turco-saudita-pakistano alla Mecca ribadendo la riluttanza egiziana verso vincoli militari permanenti, anche se non si può escludere una sua adesione in futuro. La priorità del Cairo rimarrà la stabilizzazione del proprio estero vicino, perseguendo la massima diversificazione dei partner cercando di non farsi coinvolgere in uno scontro diretto.

Per la Russia, immune alla contiguità geografica con le tensioni nel Golfo, la priorità segue un’altra direttrice. Nello scacchiere mediorientale Mosca ha rinunciato a un ruolo di primo piano a causa del massiccio dispiegamento su più fronti, come sancito dal mancato sostegno al governo di Assad, culminato nel suo crollo a fine 2024. Sebbene la guerra in Ucraina assorba gran parte delle risorse umane e materiali, il Cremlino non intende abdicare alla propria proiezione globale. In quest’ottica, l’oneroso attivismo nel Sahel conferma la centralità del continente africano nella dottrina russa. Se l’intento iniziale era aggirare da sud la pressione atlantica sfruttando il sentimento anti-occidentale in Nord Africa, negli ultimi anni la strategia si è focalizzata sul controllo e lo sfruttamento di giacimenti auriferi, metalli
rari e asset energetici tramite entità statali. Questa sovraestensione militare ha tuttavia palesato i propri limiti strutturali con le dure sconfitte subite per mano delle forze ribelli Tuareg nel nord del Mali. Ciononostante, la recente missione diplomatica del ministro degli Esteri Lavrov nell’area certifica come Mosca intenda proseguire la propria corsa all’Africa. A differenza di quanto avviene nel Sahel, il posizionamento ottenuto nell’area di Suez garantisce a Mosca un presidio strategico tra il Mediterraneo e il Mar Rosso, proiettandola sul principale snodo commerciale del pianeta a fronte di un costo securitario contenuto. Questo quadrante si profila come un hub logistico cruciale per strutturare rotte alternative capaci di aggirare le sanzioni internazionali, facilitando l’esportazione di beni industriali verso i mercati emergenti. Non sorprende, in tal senso, che l’Egitto sia stato più volte additato come punto di transito per i cargo della “flotta ombra” russa. Per il Cremlino, tuttavia, le rendite potrebbero non essere esclusivamente economiche, ma anche di dimensione diplomatica e securitaria. Questa rinnovata centralità funge infatti da volano per riavviare i negoziati con la giunta militare di Khartoum per l’apertura di una base navale a Port Sudan, un dossier congelato dopo la deposizione di al-Bashir nel 2019 e l’insorgere della guerra civile nel 2023. Infine, Mosca potrebbe ritagliarsi uno spazio di mediazione nell’emergente faglia regionale che contrappone l’asse Mogadiscio-Cairo-Ankara-Riyad al blocco Addis Abeba-Abu Dhabi-Tel Aviv, una polarizzazione acuita dal possibile allargamento del riconoscimento internazionale del Somaliland. Sfruttando le esitazioni strategiche di Washington, riluttante a schierarsi apertamente, il Cremlino punta così a capitalizzare un’inedita finestra di opportunità geopolitica.
