Tra Gaza e Tel Aviv: i paesi arabi tra pragmatismo e doppio standard

Mentre persiste il supporto per Gaza, un’inchiesta di ICIJ e The Washington Post rivela un accordo strategico tra sei stati arabi e Israele.

Fino ad ora

Quando nel 2020 sono iniziati dialoghi per stipulare gli Accordi di Abramo, volti alla normalizzazione delle relazioni con lo Stato di Israele, alcuni paesi hanno declinato la proposta. Il tentativo statunitense di rafforzare i rapporti tra l’alleato israeliano e i paesi arabi ha trovato il suo ostacolo principale nella questione palestinese. Effettivamente, diversi stati, in modo particolare Arabia Saudita e Qatar, hanno imposto delle pre-condizioni a Tel Aviv, prescrivendo provvedimenti a favore della causa palestinese come presupposto per qualsiasi dialogo. In generale, in questi anni la penisola arabica si è dimostrata solidale alla causa palestinese tramite la GCC, dichiarazioni nazionali e supporto finanziario. La questione è fondamentale per Israele: esso, infatti, gioverebbe dalle buone relazioni con i preziosi territori del Golfo. I diversi gradi di solidarietà vedono spiccare il Qatar – il quale, in modi più espliciti di altri, ha mantenuto rapporti con esponenti di Hamas e condannando gli atti genocidari del governo Netanyahu.

Anche i paesi limitrofi al conflitto israelo-palestinese si oppongono alle politiche di Tel Aviv. Egitto e Giordania rifiutano esplicitamente la possibilità di un esodo palestinese sui propri territori. Da questa corrente, le pressioni comuni dei paesi arabi sollecitano soluzioni in grado di garantire un territorio al popolo palestinese.

Tuttavia, alle spalle di queste posizioni politiche pubbliche si giocano delle partite diverse.

L’inchiesta

Secondo un’inchiesta, divulgata questo ottobre dall’International Consortium of Investigative Journalists (ICIJ) e dal The Washington Post, la rete di alleanze è più complessa. Una raccolta di presentazioni PowerPoint della CENTCOM (Comando Centrale degli Stati Uniti) rivela l’esistenza di accordi strategici tra Israele e sei paesi arabi (Qatar, Bahrein, Egitto, Giordania, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti). A partire dal 2022, i paesi partner si sarebbero incontrati per creare alleanze in ambito di sicurezza; in particolare nel coordinamento delle intelligence e della difesa aerea, oltre che per la cooperazione nelle esercitazioni militari. Il movente di questi accordi sarebbe la minaccia iraniana e il suo “asse del male”; mentre l’iniziativa discende proprio dalla CENTCOM, che si occupa anche di settori operativi nello Stato di Israele dal 2021.

L’accordo comprende stati arabi che non hanno alcuna relazione diplomatica con Tel Aviv, ponendosi come un mattone di una primordiale relazione formale tra essi. Tuttavia, la segretezza della partnership e la sensibilità politica del conflitto israelo-palestinese fanno emergere la delicatezza della questione.

L’analisi

Dopo che gli Accordi di Abramo sono entrati in una fase di stagnazione in seguito al 7 ottobre 2023, in un momento in cui sembravano avanzare velocemente, una rinnovata spinta verso un coordinamento in materia di difesa e sicurezza anti-iraniano è un progetto che appare di stampo marcatamente statunitense. Gli Stati Uniti puntano a creare un asse mediorientale compatto e stabile. Di fatto, la stabilità della regione è a vantaggio universale, permettendo il rinvigorimento degli investimenti e degli accordi economici (energetici e commerciali). In più, a vantaggio esclusivamente statunitense, la cooperazione assicura la possibilità di mantenere un controllo diretto sugli stati partner.

Per gli stati arabi la questione è più complessa. Esistono già diversi accordi militari tra alcuni stati arabi, in particolare con i firmatari degli Accordi di Abramo. Tuttavia mantengono un profilo basso e riecheggiano poco nel dibattito pubblico. La segretezza accordata a questi meeting strategici, oltre che garanzia di flessibilità e di spazi ampi di manovra, è indicatore della sensibilità politica del tema. Per l’opinione pubblica araba i contatti con Israele non sono facilmente digeribili, proprio a causa della questione palestinese. In aggiunta, l’attacco israeliano in territorio qatariota, lo scorso 9 settembre, ha inasprito ulteriormente le relazioni, mettendo a rischio il dialogo tra Israele e il Qatar; oltre che stimolare la preoccupazione dei paesi arabi. Dunque, mentre gli stati condannano Tel Aviv per la sua campagna genocidaria e di occupazione, alcuni di essi tessono le fila di accordi strategici.

Nel frattempo, gli stati arabi del Golfo hanno aderito alla proposta americana in 20 punti per la “pace” al conflitto israelo-palestinese. Il loro ruolo sarebbe quello di fornire supporto finanziario e diplomatico alle forze internazionali a Gaza. Tuttavia, il piano Trump è ai suoi albori e non sono chiari i termini operativi che verranno concordati e, pur non essendo d’accordo con Israele, gli stati arabi sembrano riporre, ad oggi, la propria fiducia sui garanti americani.

Sostanzialmente si profila una separazione tra piano politico e strategico: pur mantenendo una linea politica sensibile alle vicende internazionali che riguardano il conflitto israelo-palestinese (sostenendo la causa palestinese), si mantiene attivo l’interesse per la stabilità della regione, che è garanzia pragmatica degli affari. La domanda oggi è: quale livello prevarrà, alla fine, sull’altro?

I nodi critici

Gli accordi di ambito militare-securitario potrebbero essere un trampolino di lancio per una futura normalizzazione di carattere generale.

La prima questione da analizzare è se da presupposti strategici possa nascere effettivamente una collaborazione politica e diplomatica. Il caso del recente attacco israeliano in Qatar e la solidarietà che ne è scaturita dai paesi arabi mostrano una potente fragilità politica tra i due fronti che, a livello pubblico, è preponderante. Tuttavia l’iniziale accordo per il piano Trump lascia spazio di manovra per future collaborazioni diplomatiche.

Il secondo punto da valutare è il beneficio di queste eventuali intese. Il nodo sta nella possibilità o meno di avere autonomia decisionale rispetto agli Stati Uniti. Gli accordi che sussistono sul piano della sicurezza rispondono sicuramente alle macchinazioni e alle risorse statunitensi. Un’ulteriore implementazione delle alleanze rischia di essere asimmetrica, garantendo stabilità ma diminuendo l’autonomia su questioni chiave. Se i paesi del Golfo hanno potere negoziale a livello materiale, non si può dire lo stesso, per esempio, della Giordania, in cui l’accordo assumerebbe caratteristiche pesantemente sproporzionate.

La terza questione riguarda la tenuta dell’opinione pubblica. I rischi latenti del parere dei cittadini arabi sono sicuramente cruciali. La solidarietà araba ai palestinesi è alta e negli ultimi anni la sensibilità è aumentata. Dunque, mosse incoerenti da parte dei leader dei paesi rischiano di fargli perdere credibilità e legittimità. Ciononostante, il rapporto tra opinione pubblica e potere è schizofrenico. Nella gran parte di questi paesi la censura e la sorveglianza sono piuttosto presenti e il potere ha spesso dimostrato di avere mezzi per contenere l’espressione dei propri connazionali. Il rischio rimane nelle fila delle fazioni islamiche più radicali, le quali potrebbero percepire il dialogo arabo-israeliano come un affronto ai propri valori.

Scenari possibili

Lo scenario più probabile è anche quello più pragmatico. Nel momento in cui la situazione tragica di Gaza scomparirà dai riflettori e, dunque, i paesi arabi avranno una maggiore salvaguardia della propria legittimità nei confronti delle valutazioni morali, allora è probabile che una normalizzazione politica avverrà. La standardizzazione politica con radici opportunistiche e strategiche è funzionale nel breve periodo, permettendo la collaborazione in settori chiave per tutte le parti coinvolte e non sprecando risorse per la deterrenza.

Laddove l’opinione pubblica non permettesse un’esplicitazione totale, le possibilità sono due. Come per gli Accordi di Abramo, potrebbero esserci divisioni tra i paesi arabi nell’intensità di accordi diplomatici e politici. Per esempio, paesi come il Qatar o l’Arabia Saudita potrebbero mantenere posizioni più severe e rigide. Altrimenti, i rapporti rimarrebbero tali e quali ad ora, rimandando ulteriormente i passi formali-politici più sostanziosi.

In caso di una forte e costante resistenza dal basso, gli accordi potrebbero saltare anche nella loro matrice securitaria. Ma è sicuramente una via improbabile data la grande convenienza di una cooperazione strategica e la volatilità dell’attenzione pubblica.

Non si tratta solo di Realpolitik, ma anche di una certa “fatica” per la guerra che comincia a serpeggiare tra le fila della politica e degli affari internazionali in generale. Al momento, però, i paesi arabi sono cauti e studiano l’oscillazione dell’opinione pubblica aspettando il momento per completare un processo di normalizzazione già avviato da tempo, oltre che fortemente dipendente dalle manovre israelo-statunitensi che hanno, di fatto, solo interessi a far funzionare questi accordi.

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