Israele colpisce Damasco: protezione dei drusi o calcolo strategico?

Raid israeliani contro Damasco: Tel Aviv invoca la difesa dei drusi, ma mira a rafforzare la sua presenza sul confine siriano e mantenere la sicurezza regionale.

Mercoledì 16 luglio, Israele ha condotto una serie di raid aerei su Damasco, colpendo in particolare un complesso che ospita il Ministero della Difesa, aree adiacenti al palazzo presidenziale e alcuni obiettivi situati nel sud della Siria.

Secondo quanto dichiarato dal governo israeliano, gli attacchi sono stati effettuati per proteggere la minoranza drusa presente in Siria, nella regione delle Alture del Golan, a seguito di scontri protrattisi per oltre quattro giorni tra membri della comunità drusa, tribù beduine e le forze di sicurezza siriane, ma i veri interessi di Tel Aviv potrebbero essere altri.

Chi sono i drusi

I drusi sono una comunità di lingua e cultura araba che conta circa un milione di persone, distribuite principalmente tra Siria, Libano, Giordania e Israele.

Le loro origini risalgono all’Egitto dell’XI secolo e la loro fede rappresenta una corrente dell’Islam sciita ismailita, arricchita nel tempo da elementi di diverse religioni, tra cui induismo, cristianesimo ed ebraismo, oltre che da influenze filosofiche varie.

Storicamente, i drusi si sono isolati rispetto alle comunità circostanti, evitando sia il proselitismo che i matrimoni misti. 

In Siria, oltre 20.000 drusi vivono sulle alture del Golan, un altopiano strategico che fu occupato da Israele durante la Guerra dei Sei Giorni nel 1967 e successivamente annesso nel 1981, sebbene l’annessione non sia tuttora riconosciuta dalla comunità internazionale. In quell’area, i drusi condividono il territorio con circa 25.000 coloni israeliani.

Quasi la totalità dei drusi che risiedono nelle alture del Golan si identifica come siriana, rifiutando la cittadinanza israeliana loro proposta dopo l’occupazione. 

Non è lo stesso per i drusi che vivono all’interno dei confini israeliani, che sono quasi completamente integrati e leali allo Stato, tanto da ricoprire persino ruoli di rilievo nelle forze armate, nei servizi di intelligence e nella Knesset.

Nel sud della Siria, in particolare nella provincia di Suwayda dove rappresentano la maggioranza, i drusi si sono trovati spesso in una posizione difficile durante la guerra civile durata oltre un decennio, stretti tra il regime di Bashar al-Assad e i gruppi estremisti presenti nella regione.

Gli scontri con le forze siriane

Nel corso della guerra civile siriana, la comunità drusa ha adottato una posizione di neutralità, dotandosi tuttavia di proprie milizie armate per timore di eventuali persecuzioni da parte dei gruppi ribelli a prevalenza sunnita. 

Nella regione di Suwayda, i drusi sono riusciti a consolidare un’autonomia di fatto, pur senza ottenere uno status ufficiale di indipendenza.

Con l’avvento del nuovo governo siriano, guidato da Ahmed al-Sharaa, che aveva promesso inclusione e tutela per tutte le comunità presenti nel Paese, era stato raggiunto un accordo preliminare, volto a garantirne il riconoscimento della comunità drusa e a favorirne l’integrazione nelle istituzioni statali e nelle forze armate nazionali.

La realtà si è però dimostrata ben distante, i leader drusi sono stati di fatto esclusi dai processi di dialogo nazionale avviati da al-Sharaa e sono scarsamente rappresentati nel nuovo governo, dove è presente un solo ministro appartenente alla comunità.

L’accordo non è dunque mai stato attuato concretamente e l’intervento dell’esercito siriano a Suwayda, teatro di scontri tra milizie druse e tribù beduine locali, è stato percepito come un’ingerenza esterna e un sostegno implicito a favore delle tribù rivali.

I motivi dell’intervento israeliano

In seguito all’intervento dell’esercito siriano, Israele ha reagito con una serie di attacchi aerei mirati su Damasco e altre aree del sud della Siria.

Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha giustificato l’operazione affermando che Israele è determinato a proteggere la minoranza drusa in Siria, in particolare nelle Alture del Golan. Tuttavia, dietro questa motivazione ufficiale si celano interessi strategici. 

L’obiettivo di fondo di Tel Aviv è duplice: da un lato, salvaguardare i propri confini settentrionali, dall’altro, rafforzare la propria influenza militare lungo il confine siriano, consolidando il controllo de facto sulle Alture del Golan, un’area di importanza sia militare che simbolica.

In un’ottica geopolitica più ampia, Israele mira a prevenire un ulteriore deterioramento della sicurezza nella regione. Dal punto di vista israeliano, gli attacchi subiti dalla comunità drusa a Suwayda sollevano due scenari preoccupanti: o il governo provvisorio di Ahmed al-Sharaa è direttamente coinvolto, o quanto meno connivente, con gruppi radicali jihadisti, oppure Damasco ha perso la capacità di controllare interamente il proprio territorio e garantire sicurezza ai suoi cittadini.

Entrambe le ipotesi rappresentano una minaccia per Israele. Nel primo caso, si tratterebbe di un ritorno alla radicalizzazione in seno al potere siriano, mentre nel secondo si profilerebbe il rischio di un vuoto istituzionale a ridosso del confine israeliano, potenzialmente sfruttabile dall’Iran per favorire nuovamente la presa di potere di un governo amico. 

In questo contesto, l’inazione non è un’opzione per Israele. La risposta militare va quindi letta come un segnale politico non propriamente volto a difendere i drusi, ma piuttosto a ribadire che Tel Aviv è pronta a intervenire ogni qualvolta percepisca un indebolimento dell’ordine regionale o una minaccia diretta ai propri interessi strategici.

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