La Romania è divisa, ma la sua traiettoria non si decide nelle urne.
I Balcani sono teatro permanente di forze più grandi, campo di proiezione tra est e ovest, crocevia antropologico dove s’incrociano identità, conflitti, aspirazioni divergenti. Troppa profondità che non può essere snobbata per concentrarsi soltanto su questioni elettorali.
Nel caso della Romania, la situazione appare contraddittoria. Per interpretarla, occorre scendere oltre la cronaca.
L’emergere prima di Călin Georgescu, poi dell’identico George Simion è la manifestazione di un sentimento collettivo profondo, che prescinde dai volti. Esso incarna nel bisogno di riconoscimento e di rottura simbolica con un ordine sentito come invasivo. Non è tanto l’uomo a contare, quanto il senso che egli cristallizza.
L’estromissione di Georgescu da parte degli apparati — motivata ufficialmente dal sospetto di ingerenze russe — ha alimentato dubbi sulla reale autonomia dell’architettura istituzionale. La successiva affermazione elettorale di un candidato europeista, percepito come rassicurante dagli apparati occidentali, ha consolidato l’impressione che il principio democratico venga riconosciuto solo entro i margini della compatibilità strategica, e che la sovranità popolare sia tollerata finché non contrasta con la traiettoria prestabilita.
Ma il punto non è stabilire se vi sia stata o meno una cospirazione interna o esterna. Il punto è che chiunque avesse vinto, non avrebbe alterato la postura di Bucarest. Anche leader profondamente diversi possono trovarsi, nello stesso contesto, a compiere uguale politica estera. Per ragioni storiche, identitarie e cifra antropologica.
Il compito dell’analisi è separare l’essenziale dal superfluo, isolare le questioni reali dalle dietrologie che conducono fuori strada, per comprendere ciò che affiora dal sottosuolo della società, laddove si muove la materia popolare.
Storia di un’identità
Attorno al 200 a.C., le terre che oggi chiamiamo Romania erano abitate dai Daci, un popolo difficile da classificare secondo le categorie canoniche: forse di stirpe tracica, forse entità autonoma. Fu proprio Giulio Cesare il primo a individuare nella Dacia un tassello strategico da integrare all’Impero. Ma il coltello degli idi di marzo lo fermò prima del tempo. Solo con Traiano, dopo un tentativo fallito di Domiziano, Roma riuscì a piegarne le tribù. Decebalo, l’ultimo re, nel 106 venne sconfitto e con lui cadde la Dacia. Assorbita nell’Impero, romanizzata nel sangue e nella lingua.
Dopo la ritirata romana, le terre dell’attuale Romania furono attraversate da ondate successive di popoli: iranici, germanici, slavi, turco-tartari e ugrici. Tra questi, furono gli Slavi (dal VII secolo) e gli Ungheresi (dal IX) a esercitare un’influenza duratura sul futuro della regione.
Il romeno è lingua romanza, nata dal latino volgare parlato nella Dacia romanizzata, una lingua occidentale cresciuta in pieno spazio balcanico. Un’isola linguistica circondata da idiomi slavi, ugrofinnici e turcofoni. Questo isolamento non l’ha indebolita, ma costretta a mutare in superficie per poter resistere nella sostanza: ha assorbito influssi fonetici e lessicali dai vicini, ma ha mantenuto la struttura grammaticale latina, i casi, i costrutti e una sorprendente quantità di lessico arcaico che la rende immediatamente riconoscibile a un orecchio italiano.
La singolarità del romeno non è né folclore né dettaglio linguistico. In un contesto dominato da lingue slave, la sua natura latina è una dichiarazione di appartenenza, una bussola identitaria che orienta la collettività verso l’Ovest mediterraneo, anche quando ci sembra che la realtà viri verso Est.
La Lettera di Neacșu del 1521 è riconosciuta come il più antico documento sopravvissuto redatto in lingua romena. La lettera fu scritta da Neacșu Lupu, un mercante di Câmpulung, e indirizzata a Johannes Benkner, sindaco di Brașov. Il documento, redatto in alfabeto cirillico, contiene un avvertimento riguardo a un’imminente invasione ottomana attraverso la Transilvania e la Valacchia. La parte introduttiva è in slavo ecclesiastico, mentre il corpo principale è in romeno antico. Il testo mostra una predominanza di lessico latino, con circa 175 parole su 190 di origine latina, secondo il linguista Aurel Nicolescu.
Secondo alcuni linguisti, oltre l’80% delle parole nei primi documenti romeni ha origine latina, con una frequenza d’uso attestata intorno al 60%. In un corpus di 112 unità testuali, 47 termini ricorrono anche in almeno sette altre lingue romanze, a conferma di una radice linguistica occidentale condivisa.[1]
Questa latinità non si è persa nel tempo. Secondo altre fonti,[2] il lessico romeno contemporaneo conserva ancora oggi circa l’80% di elementi di origine latina o romanza: il 39% direttamente ereditati dal latino, il 22% provenienti dal francese moderno, il 15% come prestiti colti dal latino stesso e quasi il 4% dall’italiano. A questi si aggiungono strati minori di origine slava, greca, turca e ungherese, assimilati senza alterare l’ossatura linguistica.

L’OTAN in Romania
La Romania è oggi incastonata in un intreccio geopolitico che ne circoscrive l’autonomia strategica, rendendo improbabile qualsiasi deviazione reale verso Est. Le correnti identitarie e gli umori che la attraversano, pur fraintesi dalle nostre parti, non ne intaccano l’orientamento profondo: il Paese resta saldamente ancorato alla stella polare di Washington.
La sua posizione strategica nel Mar Nero e le sue risorse energetiche la rendono un perno fondamentale per gli interessi degli Stati Uniti e della NATO nella regione. La Romania ospita il sistema di difesa missilistica Aegis Ashore presso la base di Deveselu, operativo dal 2016. Ufficialmente progettato per contrastare minacce balistiche provenienti da paesi come l’Iran, questo sistema è percepito dalla Russia come una minaccia diretta.
È pioniera nello sviluppo di reattori nucleari modulari di piccola taglia (SMR) grazie a una partnership con la statunitense NuScale. Il progetto prevede la costruzione di un impianto da 462 MW a Doicești, supportato da un finanziamento di 98 milioni di dollari approvato dalla US Exim Bank.
Questo posiziona il paese balcanico come hub regionale per la diffusione di tecnologie nucleari avanzate.
Sono in corso piani per ampliare significativamente la presenza militare della NATO in Romania, con la prospettiva di costruire la più grande base dell’Alleanza nel mondo. Il progetto prevede un investimento di circa 2,7 miliardi di dollari, finanziato interamente dalla Romania.
La posizione della base, situata vicino al Mar Nero e a circa 180 miglia da Odessa in Ucraina, la rende un punto strategico per le operazioni della NATO nell’Europa orientale. L’espansione della struttura riflette l’impegno della Romania nel rafforzare la propria posizione all’interno dell’alleanza e nel garantire la sicurezza regionale.
L’ampliamento ha suscitato preoccupazioni da parte della Russia, che ha espresso timori riguardo alla crescente presenza militare della NATO vicino ai suoi confini.
Ottica previsionale
La Romania, nel 2024, conta circa 18,1 milioni di abitanti, con una popolazione in costante declino demografico e un’età mediana di 45,5 anni, tra le più alte al mondo. Questo dato non è solo statistico, ma esprime una struttura antropologica che riflette insicurezze profonde: un paese che invecchia, si restringe e cerca garanzie esterne di stabilità.
In tale contesto si inserisce la figura di George Simion, etichettato in modo semplicistico come filo-putiniano da un dibattito pubblico che spesso difetta di profondità analitica. In realtà, lo stesso Simion ha più volte ribadito l’importanza della NATO come unico argine credibile alla crisi con epicentro in Ucraina.
Se da un lato accoglie la protezione americana — testimoniata dagli investimenti crescenti in ambito militare — dall’altro il suo elettorato manifesta un timore crescente per un’escalation con Mosca, che potrebbe degenerare in un conflitto aperto. Simion si proponeva quindi come interlocutore privilegiato della visione trumpiana, volto a contenere le spinte più interventiste dei “volenterosi” europei e mantenere gli Stati Uniti nel ruolo di garante esterno e stabilizzatore.
La Romania, per la sua posizione strategica, rappresenta oggi il fulcro della postura difensiva della NATO sul fianco orientale, sotto crescente osservazione da parte dei propri stessi apparati. In questo contesto, i magheggi delle istituzioni (Corte costituzionale e dei servizi di intelligence) volti ad annullare i risultati del primo turno delle presidenziali del novembre 2024, possono essere interpretate come un tentativo di preservare la coesione interna e assicurare la continuità dell’allineamento euro-atlantico.
L’ascesa di figure come Simion o Calin Georgescu non equivale necessariamente a una deriva filorussa. In un’intervista rilasciata a Shawn Ryan, ex Navy SEAL e conduttore statunitense, Georgescu ha dichiarato:
«Non abbiamo bisogno della guerra! Se la Romania viene usata come porta d’accesso al conflitto, cosa accadrà dopo?».
Secondo Georgescu, gli Stati Uniti non colgono appieno la complessità interna della Romania, e la crescente espansione della base NATO di Mihail Kogălniceanu sarebbe vissuta come una provocazione strategica imposta dall’esterno, non condivisa dalla società romena.
In realtà, la Romania non rifiuta l’Occidente ma teme di essere ridotta a zona cuscinetto, sacrificabile in un conflitto percepito come “altrui”. Questo è il nodo emotivo profondo, frainteso, che anima una parte rilevante della società.
I sondaggi lo confermano: l’87,5% dei cittadini ritiene che la Romania debba orientarsi verso l’Occidente (in aumento rispetto al 77% del 2022), mentre solo il 4,1% preferirebbe un’integrazione con Russia o Cina (in calo dal 10,4% del 2022). Inoltre, l’80,4% ha una percezione positiva di UE e USA (rispetto al 61,8% del 2021), mentre solo il 9% esprime giudizi positivi su Mosca e Pechino (contro il 16,5% del 2021).
La traiettoria della Romania rimarrà ancorata al campo occidentale, saldamente inserita nei circuiti euro-atlantici. Tuttavia, all’interno del tessuto sociale nazionale potrebbe maturare una disillusione crescente verso Bruxelles, qualora l’Unione Europea mostrasse incapacità — o mancanza di volontà — nel contenere l’escalation con Mosca. In uno scenario di tensione prolungata, un’opinione pubblica già attraversata da sentimenti ambivalenti potrebbe radicalizzarsi, alimentando l’idea che l’integrazione europea comporti un trascinamento passivo in una spirale bellica che rischia di precipitare l’intero continente (di nuovo) in un conflitto senza soluzione.
[1] Ion Rotaru, Cuvintele bătrâne românești, Editura Minerva, Bucarest, 1981, pp. 62–65.
[2] Marius Sala et alii (a cura di), Vocabularul reprezentativ al limbilor romanice, Bucarest, Editura Științifică și Enciclopedică, 1988, pp. 19–79.
