L’Armenia gioca contro il tempo

Fonte immagine: Pashinián y Aliyev reafirman su compromiso con los acuerdos de alto el fuego para Nagorno Karabaj

Erevan continua a segnalare la sua insofferenza verso Mosca cercando di diversificare le proprie relazioni ma su chi può (effettivamente) contare oggi?

L’Armenia è in cerca di sponde

La Repubblica di Armenia è da diversi mesi impegnata in un’altalenante, complicata, attività di diversificazione delle proprie relazioni diplomatiche resasi necessaria dai recenti stravolgimenti che hanno travolto il Paese. Nel settembre del 2023 l’evento spartiacque; allora la Repubblica d’Azerbaigian attraverso una decisa, quanto fulminea, vittoria militare, pose definitivamente sotto il suo controllo il Nagorno Karabakh.

I precedenti accordi di tregua, su tutti il cessate-il-fuoco del 2020, non solo non si sono rivelati in grado di porre fine alle cause delle sistematiche criticità tra Erevan e Baku ma hanno anche contribuito nel tempo a esacerbarne le tensioni. Nonostante la Federazione Russa fosse la forza mediatrice e de facto garante di questi accordi – Mosca, infatti, tramite contingenti dislocati in Armenia presidiava i confini con l’Azerbaigian – l’incapacità o la riluttanza del Cremlino a intervenire ha condotto alla successiva soppressione dell’autoproclamata repubblica dell’Artsakh e alla conseguente perdita di fiducia del satellite armeno nelle garanzie securitarie dello storico protettore.  

Fonte immagine: Nagorno-Karabakh conflict: How Azerbaijan forced Armenia to back down

Il mancato intervento di Mosca ha condotto le relazioni russo-armene a un punto di crisi. Sebbene debba essere iscritto a una mancanza di capacità più che di volontà la sostanza non cambia, non per l’Armenia. La guerra in Ucraina ha assorbito progressivamente le risorse e le attenzioni della Federazione Russa al punto tale da costringerla a distogliere lo sguardo da quadranti ritenuti sì rilevanti ma sacrificabili, per informazioni chiedere al deposto presidente siriano Basar al-Asad. L’amara presa d’atto da parte armena della sfavorevole congiuntura si è tradotta in una spasmodica ricerca di attori pronti a colmare (l’apparente) vuoto lasciato da Mosca.   

 Non disponendo di un’industria bellica significativa Erevan ha da sempre fatto affidamento su fornitori esterni per accrescere le proprie capacità militari ed espandere i propri arsenali. Tale ruolo, storicamente, è stato svolto proprio dalla Federazione Russa, conscia che attraverso suddetta attività potesse garantirsi un elevato grado di influenza nel Paese caucasico. Tra il 2010 e il 2020, per dare idea, Mosca ha coperto la (quasi) totalità delle importazioni armene di armi, il 94%. Per invertire la tendenza l’Armenia ha cominciato a rivolgersi ad altri attori. È in questo contesto che vanno inseriti i tentativi soprattutto francesi, in secondo piano indiani, di assurgere a principali rifornitori di armamenti di Erevan.

La Francia, in particolare, inserendosi nella questione armena ha colto la possibilità di compiere azioni di disturbo e di bilanciamento nei confronti dei proprio rivali (Russia, Turchia e Azerbaigian). Lungi dal muoversi per questioni umanitarie – all’interno dei confini dell’Esagono si trova una delle diaspore armene più numerose – Parigi intende sostenere lo sviluppo della propria industria bellica occupando quote di mercato che Mosca oggi non può occupare. Basti osservare l’ultimo rapporto del SIPRI in merito alla tendenza sui trasferimenti internazionali di armi per accorgersi di come negli ultimi quattro anni la Federazione Russa abbia eroso la sua tradizionale posizione. Se dal 2014 al 2019 il Cremlino occupava il 21 % delle quote mondiali di questo vitale mercato, dal 2020 al 2024 tale valore è crollato al 7.8%.  In sintesi: oggi Parigi esporta più armi di Mosca e intende consolidare il vantaggio acquisito.

Mentre sul piano securitario e politico la Repubblica di Armenia ha cercato un’alternativa, sul piano economico si è assistito a una sorta di paradosso: più si inasprivano le tensioni tra Erevan e Mosca, più cresceva l’interscambio bilaterale fra i due. Nonostante il Paese caucasico abbia sospeso tutte le attività, compresa la quota di finanziamentoannuale all’interno della cornice della CSTO, la NATO russa, e segnali di voler intraprendere financo il tortuoso percorso di adesione all’Unione Europea, non ha aderito all’impianto sanzionatorio ordito nei confronti della Federazione Russa, tutt’altro. L’Armenia costituisce uno dei principali canali “alternativi” per le esportazioni di beni e materiali russi soggetti a sanzione. Se nel 2022 le importazioni armene dalla Russia toccavano i 2.63 miliardi di dollarinel 2024 hanno raggiunto i 9.24 miliardi. L’appartenenza all’Unione Economica Eurasiatica, sommata all’astensione dalle sanzioni, ha permesso in questo frangente a Erevan di riassestare, momentaneamente, la propria bilancia commerciale. Il settore energetico è quello dove l’impronta russa è più pervasiva e difficilmente sostituibile. Nel 2024 l’88% del gas naturale utilizzato per la produzione di energia è gentilmente fornito da Mosca, in aggiunta è in controllo per mezzo di Rosatom di Metsamor, l’unica centrale nucleare in Armenia. 

Insomma: Mosca è tuttora il primo socio commerciale di Erevan, rimane un importante fornitore di armi sebbene non goda della precedente posizione di monopolio e ,infine, mantiene ancora proprie truppe dislocate a quelle latitudini. Se l’Armenia sta seriamente cercando di diversificare le proprie relazioni sta, per il momento, fallendo. 

Il 13 marzo scorso il ministro degli esteri armeno, Ararat Mirzoyan, ha rilasciato una dichiarazione sul sito del ministero nella quale comunicava l’accettazione di Erevan della bozza di accordo raggiunta con Baku ed esortava la controparte a incontrarsi per siglare le proprie firme. La risposta azera, anch’essa via comunicato dal sito del ministro degli esteri, Jeyhun Bayramov, esprimeva sì soddisfazione per la conclusione dei negoziati sul testo dell’accordo di pace, al tempo stesso, però, ribadiva come per l’effettiva normalizzazione delle relazioni fra i due Paesi l’Armenia dovesse ancora soddisfare due condizioni preliminari. Per Baku Erevan deve, necessariamente, emendare la sua costituzione e non rinnovare il mandato del gruppo di Minsk dell’OSCE. 

Mentre per quanto riguarda la soppressione del gruppo formato nel 1992 da Russia, Stati Uniti e Francia con il compito, evidentemente fallimentare, di trovare una soluzione alle conflittualità fra Armenia e Azerbaigian la strada sembra segnata, per la costituzione armena permangono seri dubbi. Al centro delle discussioni vi è la dichiarazione di indipendenza, dove nel preambolo della costituzione essa contiene direttamente le rivendicazioni di Erevan sul Nagorno Karabakh

Il primo ministro armeno, Nikol Pashinyan, ha confermato lo scorso febbraio l’intenzione di procedere all’adozione di una nuova costituzione attraverso un referendum per riscrivere il contratto sociale tra le istituzioni dello Stato e il popolo armeno. Nonostante non siano state indicate le date di tale iniziativa popolare, la dichiarazione è stata sufficiente per alimentare i malumori dell’opposizione interna. Durante una recente discussione all’Assemblea Nazionale, Seyran Ohanyan, il leader dell’opposizione al governo Pashnyan, ha fortemente criticato il primo ministro nella conduzione e nella postura nei negoziati esortandolo a nominare “almeno una singola concessione fatta dall’Azerbaigian durante le trattative.” La sensazione è che gli apparati securitari armeni abbiano legato l’eventuale processo di revisione costituzionale all’esito delle trattative russo-americane per il conflitto in Ucraina. Per il momento Erevan è alla finestra, prende tempo e attende segnali da Kiev. 

L’Armenia è, quindi, realmente impegnata in un’attività di sostituzione della Federazione Russa quale perno di riferimento securitario ed economico o si tratta di iniziative momentanee volte a sopperire il mancato supporto russo? E l’accordo di pace con l’Azerbaigian verrà, effettivamente, siglato o costituirà un ulteriore elemento di frizione fra Erevan e Baku?

Prospettive future

Il destino della Repubblica d’Armenia è strettamente legato all’esito del conflitto russo ucraino. Qualora le trattative fra russi e americani portassero a un congelamento del conflitto, per Erevan assecondare le richieste dell’Azerbaigian diventerebbe sempre più complicato. La Federazione Russa, sgravata dalle fatiche nel bassopiano sarmatico, avrebbe così la possibilità e le volontà di rientrare in un quadrante, per lei, di assoluta rilevanza. Erevan e Mosca sarebbero così in grado di ristabilire un sistema di deterrenza efficace nei confronti della Turchia e dell’Azerbaigian in nome di una nuova convergenza di interessi. Nel momento in cui in Ucraina fosse raggiunto un accordo è possibile immaginare un graduale allentamento delle sanzioni e un conseguente rientro delle risorse energetiche russe nel mercato europeo. L’Azerbaigian in tale scenario perderebbe parte del capitale politico acquisito negli ultimi anni presso diverse cancellerie del Vecchio Continente. Baku e Ankara, e non solo, hanno tutto l’interesse affinché Mosca rimanga impegnata nel conflitto. Un ulteriore fattore potrebbe giovare alla causa armena: le crescenti tensioni fra Turchia e Israele, i principali attori a supporto dell’Azerbaigian, potrebbero mettere in difficoltà Baku. Soffiare sul fuoco delle contraddizioni presenti nel triangolo Azerbaigian-Turchia-Israele potrebbe rilevarsi la carta vincente per prendere tempo.

Nell’ipotesi in cui, invece, le trattative tra russi e americani si arenassero definitivamente, lo scenario per l’Armenia sarebbe più cupo. È in questo frangente che l’Azerbaigian potrebbe, prima chiedere ulteriori modifiche all’accordo di pace, e poi imbastire una nuova offensiva. Le mire turco-azere sul distretto amministrativo di Syunik, il lembo di terra che connette l’exclave di Nakhichevan all’Azerbaigian, sono arcinote e l’isolamento più la vulnerabilità di Erevan potrebbero essere sfruttate. La perdita di ulteriori territori, e del confine con l’Iran, per mano del rivale causerebbe la caduta del governo Pashnyan e possibili disordini interni. Una presa del potere da parte degli apparati militari sarebbe l’unica soluzione in grado di garantire l’integrità territoriale e la sovranità del Paese. Una giunta militare punterebbe a quel punto a coinvolgere maggiormente la Francia o gli Stati Uniti. Nonostante l’amministrazione americana appaia restia ad assumersi nuovi oneri, tale scenario potrebbe convincere gli apparati washingtoniani ad entrare in Armenia in chiave antipersiana oggi, antiturca domani.

Conclusioni

L’Armenia non sta uscendo dall’orbita della Federazione Russa. Il riorientamento diplomatico messo in moto dal governo Pashyan è un’attività necessaria tesa a sopperire alla momentanea assenza dello storico garante alla sicurezza dell’Armenia, non è uno strappo. Erevan, oggi, nonostante sia delusa per il mancato sostegno, non ha i mezzi né le capacità per districarsi da Mosca. Il destino della Repubblica di Armenia è legato allo sviluppo del conflitto russo-ucraino. Solamente con una mancata cessazione delle ostilità in Ucraina l’Armenia si troverebbe costretta a rompere definitivamente con la Federazione Russa e ad assecondare le richieste dell’Azerbaigian. 

Latest from RUSSIA E SPAZIO POST SOVIETICO