Elemento fondamentale per la propria proiezione strategica, la componente aeronavale cinese è in espansione.
La Cina prosegue lungo il proprio cammino di rafforzamento del proprio strumento militare marittimo. Nei piani di Pechino, la Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione sembra puntare ad avere in servizio sei portaerei entro il 2035, consolidando così le proprie ambizioni di dotarsi di una blue water navy con una vera proiezione oceanica.
Alcuni rilievi satellitari mostrano ciò che potrebbe essere una sezione del ponte della quarta unità in costruzione a Dalian. Le autorità cinesi hanno confermato che lo sviluppo della quarta unità procede senza intoppi tecnici e la tipologia di propulsione sarà resa pubblica in seguito. Non è chiaro se Pechino desideri, proprio in questo momento, investire le ingenti risorse necessarie per la costruzione di una portaerei a propulsione nucleare, considerando che lo scenario strategico di impiego sarebbe comunque relativamente vicino alle proprie coste. Da questo punto di vista, la costruzione di unità a propulsione convenzionale adatte allo scopo è più rapida e più economica, ma non vanno esclusi il prestigio e l’effetto deterrente di un’unità dotata di propulsione nucleare. Tuttavia, in assenza di ulteriori elementi o di dichiarazioni delle autorità, le sole foto satellitari diffuse recentemente non costituiscono prove certe. Come suggerito dall’Amm. Michele Cosentino, il modulo presenta due scassi che suggerirebbero la presenza di due catapulte sul ponte angolato e due a prua, ma gli elementi a disposizione non sono sufficienti per valutazioni tecniche approfondite.
È però molto probabile che l’unità disporrà di catapulte elettromagnetiche, al pari del Type 003 Fujian. La tecnologia di lancio elettromagnetica comporta diversi vantaggi, ma al tempo stesso la sua implementazione può presentare diversi problemi, come avvenuto sulla USS Ford, l’unica altra classe di portaerei a essere dotata al momento di tecnologia analoga. Il dispositivo sulla Fujian è stato già testato con successo, ma ci vorranno ancora diversi anni prima che la Fujian possa essere pronta al dispiegamento in teatro operativo.
La traiettoria tracciata da Pechino per il suo sviluppo navale rispecchia una strategia di ampio respiro, volta a consentire alla Cina di poter sfruttare il dominio marittimo per proiettare forza e influenza a supporto della propria politica estera, in linea con uno status di superpotenza. Le effettive capacità di proiezione della futura marina cinese sono ancora tutte da valutare, essendo queste basate non solo sui dati tecnici delle unità, ma anche sull’efficacia operativa e sulla rete politica a sostegno della proiezione: quest’ultima richiede anche un notevole sforzo logistico che può essere attutito da partnership strategiche volte, se non alla costruzione di basi, all’utilizzo di infrastrutture di Paesi amici. Al momento la Cina non dispone ancora di solide alleanze adatte allo scopo, ma sta intessendo da tempo la sua tela, soprattutto attraverso gli investimenti infrastrutturali della Belt and Road Initiative.
Resta inoltre da capire quali saranno le scelte della nuova amministrazione americana per rallentare lo sviluppo navale cinese. La partita che si gioca sul Pacifico è quella decisiva per gli Statu Uniti e, una volta chiusi i dossier sul Medio Oriente e sull’Ucraina, Washington potrà dedicare le proprie risorse al contenimento della Cina. Il dominio tecnologico (oltre a quello militare) sembra essere quello nel quale gli Stati Uniti dispongano ancora di un chiaro vantaggio e in questo senso le leve a disposizione per impedire a Pechino di entrare in possesso di tecnologie cruciali sono numerose, sempre che non avvengano salti tecnologici simili a quanto accaduto con Deepseek: la possibilità che Pechino accorci ulteriormente le distanze anche in questo dominio non sono per nulla remote.
