Nuovi orizzonti per Ankara? La possibile fine del PKK e la lotta per l’egemonia 

Fonte: AP

L’annuncio dello scioglimento del PKK potrebbe segnare una svolta storica per la Turchia, offrendo ad Ankara l’opportunità di rafforzare la stabilità interna e di espandere la propria influenza in Medio Oriente, Nord Africa e Asia centrale.

Giovedì 27 febbraio, Abdullah Öcalan, leader del Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK), ha ordinato al gruppo da lui fondato di sciogliersi e di deporre le armi. 

Se questo annuncio venisse effettivamente concretizzato, potrebbe rappresentare una svolta storica per la Turchia, ponendo potenzialmente fine a un conflitto che ha segnato il Paese per oltre quarant’anni.

Breve storia del conflitto

Il PKK, fondato nel 1978, diede vita a un’insurrezione armata nel 1984 con l’obiettivo iniziale di creare uno Stato indipendente per il popolo curdo, che costituisce circa il 20% della popolazione turca. 

Negli anni ‘90, il gruppo attraversò una fase di indebolimento che lo portò nel 1995 a rinunciare alla richiesta di indipendenza e a cambiare le sue rivendicazioni limitandosi a chiedere maggiore autonomia politica e culturale per i curdi che vivono in Turchia. 

Nel 1998 Öcalan presentò poi il suo primo piano di pace e nel 1999 il PKK annunciò un cessate il fuoco che durò fino al 2004, anno in cui il gruppo riprese la guerriglia.

Ci furono altri tentativi di pace e conseguente cessate il fuoco tra il 2009 e il 2011 e tra il 2013 e il 2015. Dopo l’ultimo fallimento, tuttavia, Erdogan avviò una politica di dura repressione.

Tra il 2015 e il 2017, la violenza si concentrò nelle città del sud-est della Turchia, a maggioranza curda, ed episodi di terrorismo colpirono anche Ankara e Istanbul. 

Dal 2017 in poi, i combattimenti si spostarono anche oltre i confini nazionali, coinvolgendo il nord dell’Iraq e della Siria.

Il PKK è ad oggi designato come organizzazione terroristica non solo dalla Turchia, ma anche da Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea e i suoi leader sono da anni nascosti nelle montagne di Qandil, una regione al confine tra Iraq e Iran, mentre Öcalan è stato arrestato nel 1999 ed è da allora imprigionato sull’isola di Imrali. 

Negli ultimi anni, l’organizzazione ha subito un indebolimento significativo all’interno della Turchia, dove le operazioni militari hanno ridotto la sua capacità di condurre attacchi su larga scala. 

Tuttavia, la questione curda resta irrisolta, soprattutto in relazione ai gruppi affiliati che operano in Iraq e in Siria.

Possibili prospettive

Come detto, un problema per la Turchia potrebbe essere il persistere di gruppi curdi nei Paesi ad essa limitrofi.

Un esempio emblematico è rappresentato dalle Forze Democratiche Siriane (SDF), un’alleanza militare espressione della popolazione curda del Rojava e dominata dalle Unità di Protezione Popolare (YPG), considerate da Ankara un’estensione del PKK. 

Sebbene l’appello di Öcalan sia stato giudicato positivamente dal gruppo, le SDF hanno chiarito di non sentirsi vincolate da esso, poiché si considerano entità autonome. 

La persistenza di gruppi curdi armati nei Paesi confinanti rappresenta una minaccia per la Turchia in quanto eventuali successi di questi gruppi potrebbero riaccendere le aspirazioni autonomiste tra i curdi turchi, alimentando nuove tensioni interne.

Ad ogni modo, lo scioglimento del PKK potrebbe rappresentare un’opportunità per il governo turco tanto a livello interno, per pacificare il Paese e migliorare la propria situazione economica e sociale, quanto a livello esterno, per permettere ad Ankara di concentrare risorse ed energie sulla sua politica estera e sulle ambizioni di espansione regionale e internazionale.

Negli ultimi anni, infatti, la Turchia ha perseguito con determinazione una strategia di proiezione di potenza, cercando di riaffermare la sua identità imperiale in diverse aree strategiche. 

In Medio Oriente, Ankara ha sostenuto i gruppi ribelli in Siria che hanno portato alla caduta del regime assadiano, con l’obiettivo di creare una zona cuscinetto lungo il confine, contenere le forze curde e favorire l’ascesa al potere di fazioni alleate e vicine ai propri interessi. Al contempo, ha avviato un processo di normalizzazione delle relazioni con Paesi come Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Iraq, con l’obiettivo di contrastare l’influenza iraniana nella regione. 

In Nord Africa, la Turchia ha rafforzato la propria presenza in Libia, dove ha sostenuto il Governo di Accordo Nazionale (GNA) nella guerra civile, ottenendo in cambio vantaggi economici e strategici nel Mediterraneo orientale. Una scelta volta a contenere la presenza delle potenze europee nell’area e a ottenere maggiore influenza nel bacino del Mediterraneo.

Anche nell’Africa subsahariana, la Turchia ha esteso la propria influenza attraverso accordi di cooperazione militare con Paesi come Nigeria, Ruanda, Senegal, Congo, Mali e Somalia, consolidando in tal modo la sua presenza sia nel continente africano in generale, che nel Corno d’Africa, una regione chiave per il commercio marittimo globale.

Infine, per contrastare l’influenza russa, Ankara sta rafforzando i legami sia con gli Stati dell’Asia centrale, noti come “Stans” (Uzbekistan, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan e Turkmenistan), Paesi strategicamente rilevanti per le loro risorse naturali e come corridoi commerciali, sia con i Balcani, che rappresentano un importante collegamento geografico con l’Europa e rivestono un valore simbolico nella storia turca. La presenza turca in Asia centrale è ulteriormente rafforzata dal legame privilegiato con l’Azerbaijan, che Ankara ha sostenuto in modo determinante nel conflitto del Nagorno-Karabakh contro l’Armenia, appoggiata invece da Russia e Iran.

Va sottolineato che l’intento della Turchia di contenere l’influenza russa e iraniana non deriva necessariamente da rapporti conflittuali con questi attori (sebbene altalenanti), ma piuttosto dalla volontà di riaffermare la propria identità imperiale e di recuperare un ruolo di potenza regionale e globale.

Conclusioni

La fine del PKK segnerebbe un momento cruciale per la Turchia, con potenziali benefici interni ed esterni. 

Sul piano interno, un cessate il fuoco definitivo potrebbe attenuare le tensioni etniche e migliorare la stabilità economica e politica. Sul piano esterno, Ankara potrebbe consolidare ulteriormente la sua posizione come potenza principale in diverse regioni, rafforzando la propria influenza in Medio Oriente, Nord Africa, Asia centrale e nei Balcani, e contendendo lo spazio strategico di Russia, Iran e delle potenze occiden

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