Prospettive levantine 

Fonte: https://www.capitalspectator.com/syrias-regime-change-reorders-geopolitical-risk-for-middle-east/

La recente caduta di Assad ha lasciato la Siria in uno stato di precarietà e frammentazione che saranno sfruttate dai protagonisti regionali. 

La fine del governo alawita degli Assad del dicembre 2024 ha rappresentato la conclusione, e la conseguenza, di un anno geopoliticamente complesso e denso di avvenimenti. Ma soprattutto ha rivoluzionato gli equilibri, nonché i rapporti di forza, tra gli attori regionali. Il governo siriano era l’unico superstite, grazie a una convergenza strategica russo-iraniana, tra quelli coinvolti nelle “primavere arabe”. Ma il lungo periodo di congelamento ha cominciato a scricchiolare negli ultimi tre anni. Prima con lo scoppio della guerra in Ucraina, che ha visto lo spostamento degli sforzi del Cremlino alle porte di casa, poi dallo scontro parzialmente indiretto tra Israele e Iran, che ha comportato la distruzione di una parte dei proxy iraniani, Hezbollah su tutti. La fine di Assad può quindi dirsi cominciata fuori dal territorio siriano. L’eccessiva dipendenza del Paese dall’esterno ha avuto conseguenze anche sulle forze armate, già fortemente provate da più di un decennio di guerra, cha hanno opposto poca resistenza alle forze ribelli, lasciando solo i servizi segreti come ultimo baluardo del regime. Queste hanno condotto una serie di errori di valutazione, non riuscendo a mappare correttamente i movimenti dei ribelli, che, appoggiati da un coordinamento esterno, non hanno avuto difficoltà a prendere Damasco. 

Ad avere il controllo del governo è ora il gruppo Hay’at Tahrir al-Sham (HTS, Organizzazione per la liberazione del Levante), campeggiato da Aḥmad Ḥusayn al-Shara, noto anche come al-Golani. Cittadino siriano nato in Arabia Saudita, dopo una lunga carriera in vari gruppi jihadisti, tra cui al-Qaeda, durante la guerra ha già avuto modo di testare il proprio governo nella roccaforte ribelle di Idlib, distinguendosi per una severa applicazione della sharia. Tuttavia, ora ha il controllo di un paese distrutto e composto sia da una maggioranza sunnita che da diverse fazioni e minoranze, tra le quali curdi, cristiani e sciiti alawiti. Questo gli ha imposto di presentarsi come forza moderata, nonché propensa ad un governo di coalizione e ricostruzione. Durante la presa di Aleppo, all’inizio dell’offensiva finale, le chiese non sono state ne chiuse ne saccheggiate, come gesto di tolleranza. Allo stesso tempo è stata espressa la volontà di sciogliere le milizie a favore di un nuovo esercito nazionale, di lavorare al rientro dei rifugiati siriani, e soprattutto di formare nuovo personale negli enti governativi.  Inoltre, i numerosi incontri internazionali che si sono susseguiti negli ultimi due mesi sono indicativi della volontà di legittimarsi davanti ai governi stranieri. Come riconoscimento, il nuovo governo siriano si aspetta  di partecipare a pieno titolo alla Lega Araba.

Fonte: https://www.wsj.com/world/middle-east/syrian-secret-police-documents-final-days-cced594a?mod=Searchresults_pos12&page=1

Cercando di sfruttare il nuovo scenario, diversi paesi si sono affrettati a spedire a Damasco i propri rappresentanti nel tentativo di guadagnare posizioni presso il nuovo governo. La Francia, dopo il proprio indebolimento in Africa, cerca di recuperare posizioni nel Levante, ringalluzzita dalla recente elezione in Libano di un presidente a lei considerato vicino. La Giordania, invece, è rimasta scioccata di assistere al ritorno di un’influenza turca su Damasco, città simbolo della cultura araba e capitale del breve Regno Hascemita di Siria, primo tentativo di governo arabo post ottomano. E, allo stesso tempo, si ritrova pressata dal piano di Trump per Gaza e dal possibile spostamento della popolazione palestinese nel proprio territorio. Temendo per la propria stabilità interna, Amman potrebbe giocare un maggior ruolo nel nuovo scenario siriano, nel tentativo di guadagnare profondità strategica e difensiva. 

L’Iran è uscito dal 2024 come un grande sconfitto: a Damasco ha perso un partner di lunga data, cosa che ha provocato l’interruzione del proprio “corridoio sciita” verso il Mediterraneo, allo stesso tempo ha visto l’indebolimento e la decimazione degli altri alleati, Hezbollah su tutti. Tuttavia, mantiene ancora una forte presa sulla società irachena, che rappresenta agli occhi di Teheran un’ultima barriera difensiva prima del proprio territorio nazionale, nonché sugli Houthi, fondamentali per mantenere sotto pressione il traffico marittimo nel Mar Rosso. Negli scorsi giorni sono trapelate notizie riguardanti un raduno segreto nella città irachena di Najaf (sacra per lo sciismo) di alcuni elementi appartenuti al vecchio regime siriano con alcuni membri delle guardie rivoluzionarie iraniane, riunione che avrebbe avuto il compito di pianificare un possibile golpe a Damasco. La Repubblica Islamica proverà quindi a recuperare terreno, specie di fronte allo scenario peggiore: un eventuale allargamento degli Accordi di Abramo e l’aumento dell’isolamento regionale; soprattutto se, nel corso delle trattative sull’Ucraina, la Russia decidesse di partecipare indirettamente a questo contenimento. Proprio Mosca è sembrata la seconda grande sconfitta nello scenario siriano, seppur in condizioni meno gravi. L’eccessiva dispersione di risorse tra Ucraina e Africa le ha impedito un efficace soccorso ad Assad e replicare quanto successo nel 2015. Dalla caduta di Damasco si è assistiti ad un’intensa attività navale russa nel Mediterraneo volta a trasferire materiali e uomini dalle basi siriane a quelle libiche, non ancora complete ma più sicure, fondamentali per la propria proiezione nel Sahel. Il Cremlino ha tentato comunque di intavolare una trattativa riguardo la possibile permanenza delle proprie postazioni levantine. Il nuovo governo siriano, dopo una dura posizione iniziale, all’inizio del mese si è detto disponibile a rinegoziare la presenza russa sul proprio territorio, in cambio di un risarcimento economico. Damasco potrebbe non voler rompere definitivamente con Mosca per evitare di finire sotto un solo egemone e mantenere un possibile alleato tattico in ambito negoziale, specie davanti a possibili piani espansivi di altri attori. 

Israele sembra essere uscito come un indiretto vincitore della partita siriana. Oltre ad aver debellato il corridoio sciita, impedendo a Teheran di circondarla tramite i propri alleati, ha anche guadagnato posizioni sul Golan siriano, per la prima volta dal 1973. Ma da ora si porrà un difficile quesito per Tel Aviv, che non può permettersi una Siria governata da possibili islamisti ma neanche un paese frammentato in totale anarchia. In questo caso le scelte potrebbero essere due: supportare la causa curda in coordinamento con Washington e aprendo una fase di scontro con la Turchia, oppure coordinarsi proprio con Ankara arrivando ad una spartizione de facto del territorio siriano.  Ma le ambizioni di entrambe potrebbero rendere fragile quest’ultimo equilibrio. La Turchia è appunto la seconda apparente vincitrice del conflitto. Il supporto ad HTS si è rivelato essenziale per far guadagnare la vittoria ai ribelli realizzando, dopo quasi quindici anni, l’obiettivo di cacciare il regime siriano e allargare la propria influenza su Damasco. Oltra a una dinamica storica e nostalgica, che vuole come parti della Siria e dell’Iraq debbano tornare a essere turchi, il territorio siriano serve per avere una duplice proiezione: sul Mediterraneo e, allo stesso tempo, come base per iniziare ad influenzare l’Iraq, con l’obiettivo finale di avere accesso la Golfo Persico. Nel medio periodo potremmo assistere dunque alle promozioni di comitati a favore della “liberazione irachena”, tentando di aumentare la propria influenza anche su Baghdad. Per Ankara sarà comunque essenziale ridimensionare la presenza curda in entrambi i paesi, rischiando tuttavia di inimicarsi altri attori. Erdogan, che non vede bene la scelta di Stati Uniti e Russia di incontrarsi a Riyad, per evitare l’isolamento dovrà perseguire una politica di riavvicinamento ai paesi del Golfo, anche in Siria. 

Proprio il vertice in Arabia Saudita avrà conseguenze significative non solo per l’Ucraina ma per tutto il globo, quindi anche nell’area Mena. Una possibile convergenza tra Usa e Russia sul dossier mediorientale potrebbe portare ad un significativo cambio di equilibrio strategico. Se Riyad riuscisse a sfruttare l’intesa composta da USA e Russia, il suo dominio economico e politico nella regione aumenterebbe, fino alla possibilità di farsene garante. Potrebbe isolare Iran e Turchia, cercando al contempo di contenere la guerra arabo-israeliana, rendendo la propria adesione agli accordi di Abramo la base di questa politica. Nell’ambito interno alla Siria non tutte le milizie potrebbero voler rinunciare alla propria autonomia armata, soprattutto considerando il passato di al-Shara. I Curdi in particolare, che controllano il nord est del Paese, vedono il nuovo governo come una probabile quinta colonna della Turchia; quindi, difficilmente rinunceranno alla propria autonomia tanto duramente guadagnata nella lotta allo Stato Islamico. Poi, la questione della vecchia classe dirigente alawita. Questo si collega direttamente al problema delle amministrazioni ministeriali. I portavoce del nuovo governo hanno infatti smentito la possibilità di un armistizio per gli elementi compromessi con Assad; pertanto, è probabile che gran parte di questi subiranno processi e saranno estromessi da ogni carica amministrativa. Il rischio in questo caso è che gli esclusi finiscano per andare ad alimentare eventuali movimenti estremisti, trasformandosi in attori insurrezionali, un copione già visto in seguito alla caduta di Saddam nel 2003. Dal momento che il conflitto siriano può essere definito uno dei più internazionalizzati del XXI secolo, si verificherà la liberazione e/o il ritorno di molti combattenti stranieri verso i propri paesi, con ripercussioni in termini di stabilità interna. Ad esempio la Tunisia, paese celebre per “l’esportazione” di elementi definiti foreign fighterse che ha dovuto affrontare diversi casi di instabilità provocati da combattenti di ritorno da scenari bellici. L’Osservatorio nazionale per la difesa dello Stato civile in Tunisia ha messo in guardia sulle conseguenze del possibile rientro di circa mille combattenti presenti in Siria dal 2012. Ma questo riguarda anche militari dell’ex esercito siriano, che potrebbero reinventarsi come signori della guerra. È il caso di Maher Assad, fratello del deposto presidente ed ex comandante della quarta divisioni corazzata che, secondo fonti non ufficiali, sarebbe stato trasferito al confine tra la Libia e il Ciad, in particolare nella zona di Matan al-Sarra, dove i russi starebbero ingrandendo la propria base militare per controbilanciare l’eventuale perdita della Siria. È quindi lecito aspettarsi un suo ruolo logistico o organizzativo in quanto competente in ambito di esperienza bellica. Il nuovo governo siriano si troverà quindi affrontare decisioni che possono portare a una ricostruzione pacifica dopo oltre un decennio di guerra civile, oppure ad una nuova fase dello stesso, alimentato da nuovi attori esterni e protagonisti, con effetti su numerosi scenari. 

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY