Gli incontri a livello militare e politico lanciano alcuni segnali importanti per il complesso scenario politico indopacifico. Ma siamo davvero davanti a un cambio di passo?
Dopo anni di relazioni difficili sembra prepararsi il terreno per una distensione tra Tokyo e Pechino. Il nuovo premier Shigeru Ishiba, nonostante l’ipotesi della “NATO asiatica” lanciata da ben prima del suo avvento al governo del Paese, ha però sempre sostenuto l’importanza del dialogo nei rapporti con Pechino, a differenza della leader della fazione dei “falchi” Takaichi Sanae, fautrice di una linea dura verso la Cina, sconfitta alle elezioni interne del PLD a settembre 2024.
Tra le tante iniziative in corso, particolare importanza riveste la visita di una delegazione militare cinese, pianificata per questi giorni. La delegazione, proveniente dal comando di teatro orientale dell’Esercito Popolare di Liberazione, incontrerà la propria controparte giapponese, visiterà il Ministero della Difesa giapponese e lo Stato maggiore delle Forze di Autodifesa, con l’obiettivo di migliorare la reciproca comprensione e rafforzare il rapporto tra i due Paesi non solo sul piano politico, ma anche su quello militare. L’ultimo incontro di questo livello si era svolto cinque anni fa, ma già negli ultimi mesi sono riprese le attività di scambio tra le forze armate dei due Paesi. Un altro segnale chiaro del cambiamento in corso si era avuto già a settembre, quando il governo di Pechino ha annunciato che avrebbe gradualmente rimosso il divieto di importazione di prodotti ittici dal Giappone, stabilito a seguito del rilascio in mare delle acque di raffreddamento del reattore di Fukushima. Contestualmente, Tokyo si è impegnata a mantenere gli standard stabiliti dall’Agenzia internazionale per l’energia atomica, che monitora le operazioni di scarico.
Il divieto di importazione di prodotti ittici è stato al centro di un’altra importante visita, svoltasi il 14 gennaio. Liu Jianchao, capo della diplomazia del PCC, ha infatti incontrato Moriyama Hiroshi, segretario del Partito liberal-democratico al governo di Tokyo. L’incontro si è svolto in un clima positivo, a segnalare la volontà delle parti di ricucire gli strappi, anche se Moriyama non ha mancato di sottolineare i dossier ancora aperti, tra cui la disputa territoriale intorno alle isole Senkaku/Diaoyu e la rimozione del divieto di importazione dei prodotti ittici, che secondo Moriyama procede troppo lentamente. Liu ha enfatizzato l’importanza del dialogo ad alti livelli, ma non è entrato nei dettagli, senza specificare se e come la Cina intenda accogliere le domande giapponesi. A questa visita dovrebbe poi seguire la visita di Wang Yi, Ministro degli esteri, a Tokyo, con l’obiettivo di preparare la strada a una visita ufficiale di Xi Jinping. Il leader cinese infatti non visita il Giappone dal 2019, anno in cui a Osaka si svolse il summit del G20.
Il miglioramento dei rapporti tra Cina e Giappone è di per sé un fattore stabilizzante nel complesso quadro indopacifico ed entrambi i Paesi hanno buoni motivi per puntare alla distensione, soprattutto in vista delle relative incognite rappresentate dal ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. La Cina del post Covid-19 vive un periodo economicamente complesso, con tassi di disoccupazione giovanile allarmanti e consumi interni che non decollano, seppur continui a presentare tassi di crescita annuali intorno al 5% del PIL. Una maggiore stabilità regionale permetterebbe a Pechino di proteggere il proprio flusso commerciale verso l’estero, riducendo l’effetto dei contraccolpi generati dalla promessa politica dei dazi di Trump. Il Giappone è potenzialmente anch’esso a rischio per quanto riguarda il tema dei dazi, ma i principali dubbi risiedono nella volontà della nuova amministrazione statunitense di continuare ad impegnarsi nella difesa dei propri alleati. Le proposte di Trump fatte all’Europa potrebbero avere un effetto anche sull’architettura della strategia statunitense nel Pacifico, anche se è più probabile che si tratti di un bluffvolto a ribilanciare il peso dell’impegno economico più verso i Paesi alleati che verso Washington.
Allo stesso tempo, e per le stesse ragioni, Cina e Giappone non possono fare passi indietro sui temi più caldi, da cui dipende il mantenimento dello status quo o la nascita di un nuovo ordine regionale (se non globale): la Cina ha necessità di stabilità, ma deve al tempo stesso dimostrare fermezza sui temi vitali della propria politica estera, come Taiwan e il Mar Cinese Meridionale. Al netto delle promesse sui dazi, non ci sono recenti dichiarazioni di Trump che lascino presagire un cambio di passo nella politica di contenimento statunitense nei confronti della Cina, con quest’ultima che probabilmente vede comunque concrete possibilità di negoziazione con Trump. Il Giappone, dal canto suo, può dare segnali di una possibile minore collaborazione in caso di un minore contributo economico statunitense alla difesa, ma al tempo stesso la presenza statunitense è vitale per la sicurezza nazionale, considerando non solo i rischi derivanti dall’ascesa cinese, ma anche le concrete minacce della Corea del Nord. La distensione tra Cina e Giappone avrà quindi degli effetti limitati sullo scenario indopacifico, senza intaccare una contrapposizione che è destinata a perdurare, legata a doppio filo alla competizione tra Pechino e Washington, favorendo però un clima di dialogo tra le parti volto a una gestione delle probabili tensioni future.
