Regime-change in Siria: scacco matto alla Russia e all’ Iran

Fonte immagine - https://i2.res.24o.it/images2010/S24/Documenti/2024/12/01/Immagini/Ritagli/AFP_36NT6DV-U43531205640Vsa-1440x752@IlSole24Ore-Web.jpg?r=650x341

A seguito della tregua tra Israele e Hezbollah il Medio Oriente continua ad essere teatro di guerra con l’offensiva di alcuni ribelli siriani contro il regime di Bashar al-Assad

Guerra civile siriana

Dal 2011 si è svolta in Siria una guerra civile che ha visto contrapposti da una parte il governo dittatoriale sciita di Bashar al-Assad, sostenuto dalla Russia e dall’ Iran, e dall’altra una folta opposizione sunnita in parte jihadista, formata tra gli altri dall’ Esercito libero della Siria (ELS), Hayat Tahrir al Sham (HTS), e l’Unità di Protezione Popolare curda (YPG), sostenuta dagli Usa, Israele, Turchia, Francia, Inghilterra ed Arabia Saudita. La guerra ha causato centinaia di migliaia di morti, milioni di sfollati e rifugiati oltre che l’impossibilità per la popolazione di accedere ai servizi basici essenziali, a partire dal cibo. Dal 2019 il conflitto era divenuto a bassa intensità a seguito della dissoluzione dell’Isis a cui era seguito l’anno successivo l’accordo per il cessate il fuoco tra Russia e Turchia nella regione dell’Idlib. Tuttavia, l’attività dei ribelli ha ripreso propulsione dallo scorso 27 novembre, giorno dal quale è iniziata, con la complicità di alcune potenze straniere, una rapida offensiva che ha portato alla caduta del regime.

Cause del conflitto

Il conflitto siriano è stato innanzitutto un effetto degli accordi Sykes-Picosottoscritti da Inghilterra e Francia durante la Prima guerra mondiale. La sconfitta dell’Impero Ottomano era stata possibile, infatti, con il supporto decisivo delle popolazioni arabe che vivevano al suo interno e ai quali gli inglesi avevano promesso in cambio e in caso di vittoria la costituzione di un’unica nazione solo per loro: una grande Arabia che riunisse sotto un’unica dinastia locale i territori della Siria, Mesopotamia e penisola arabica. 

Fonte immagine – https://timemaps.com/wp-content/uploads/2016/08/NewMiddleEast_AD1914.jpg
Fonte immagine – https://preview.redd.it/vo1rey4hvvs81.jpg?  width=1080&crop=smart&auto=webp&s=a96ff064453050132376dfa7fdab3ea1abfde675

             

Tuttavia, la promessa non fu mantenuta in quanto nel 1916 gli anglo-francesi avevano segretamente siglato gli accordi di Sykes-Picot spartendosi preventivamente i territori medio-orientali e stabilendo la costituzione di protettorati su di essi. Così al termine della guerra gli ex territori dell’Impero Ottomano furono divisi in piccoli stati i cui confini erano stati determinati artificialmente dagli alleati senza tener conto delle varie etnie presenti in ciascuno. Furono quindi creati i moderni stati della Siria, Libano, Giordania, Palestina ed Iraq. Mentre i primi due divennero protettorati francesi, gli altri ricaddero sotto l’influenza di Londra.

Fonte immagine  https://www.ansa.it/webimages/news_base/2016/5/14/5eab97dbe28f2e441f1bd8e625554cc8.jpg

Il risultato è stata l’unione di diversi gruppi etnici e religiosi che avevano ben poco in comune e che erano abituati a vivere separati gli uni dagli altri. Perfetto esempio è proprio la Siria dove si è provocata una convivenza forzata tra sunniti, sciiti, curdi ed armeni cristiani che impedisce la formazione di una cultura nazionale e determina piuttosto una rivalità tra gli stessi per ottenere il governo del territorio. In Siria gli sciiti pur rappresentando una minoranza finora disponevano del potere governativo e militare ma tutto ciò era mal tollerato dalla maggioranza sunnita e dagli altri gruppi etnici determinando un contesto sociale instabile.

Una seconda causa della guerra è stata l’ideologia baathista affermatasi nel Paese e poi diffusasi in tutto il mondo arabo a partire dagli anni ‘60 del secolo scorso. Essa mescola il sogno di un’unica nazione araba con idee socialiste ponendosi in aperto contrasto rispetto agli interessi occidentali in Medio Oriente, ricco di petrolio. Il governo siriano nel 1965 emise, per l’appunto, il decreto con cui nazionalizzava il petrolio consentendo solo a società siriane di poter procedere alla sua estrazione e vendita, ed escludendo di conseguenza da tale fruttuoso mercato le multinazionali petrolifere anglo-americane, che dal 1933 godevano di un monopolio sulla base di una concessione francese. 

Questa politica di sfida ed affrancamento verso Washington ha fatto sì che questi iniziasse, con il supporto dei suoi alleati, a destabilizzare il regime di Damasco, sostenendo politiche di regime-change e armando le milizie rivoluzionarie così da garantirsi il godimento dell’oro nero siriano e il mantenimento della sfera d’influenza sulla regione. La sponda perfetta per attuare queste politiche è stata fornita dalle Primavere Arabe, un moto di protesta popolare iniziato nel 2011 e finalizzato ad ottenere la democratizzazione degli Stati musulmani. In Siria Assad nel 2013 represse il dissenso brutalmente ricorrendo all’ uso di armi chimiche contro la popolazione e determinando l’isolamento internazionale del suo paese e pesanti sanzioni economiche.

        Fonte immagine – https://idsb.tmgrup.com.tr/2015/06/28/1435565408740.jpg

Il supporto russo-iraniano e gli altri attori coinvolti

Nonostante l’operazione Timber Sycamore, Assad era riuscito finora a restare al potere grazie al sostegno della Russia e dell’Iran. Mosca aveva dato una grande e fondamentale mano al dittatore siriano nel reprimere le rivolte, bombardando massicciamente con la forza aerea le milizie di opposizione nel biennio 2015-16, e permettendo il recupero di Aleppo e di Palmira, città che erano finite sotto il controllo dei ribelli jihadisti. Da allora il regime siriano aveva goduto della protezione russa rendendo di fatto il Paese un satellite di Mosca in Medio-Oriente.

Il supporto del Cremlino era motivato, oltre che per le ambizioni di Putin di ottenere una certa influenza nella regione in opposizione a quella americana, anche dal fatto di poter usufruire della base aerea di Latakia e del porto di Tartus, punto quest’ultimo strategico per l’accesso diretto al Mediterraneo, oltre che necessario in quanto la Russia non dispone di porti d’acqua calda apparte Sebastopoli in Crimea[1].

Fonte immagine – https://www.researchgate.net/profile/Fateh-Toumi/publication/264508366/figure/fig1/AS:295871502667782@1447552671832/Map-of-Syria-showing-Lattakia-and-Tartus-areas-for-root-knot-nematodes.png

L’altro attore che aveva sostenuto Assad era stato l’Iran fornendo ampio supporto militare e di intelligence per garantirne la continuità al potere. La Siria era un alleato fondamentale di Khamenei poiché da un lato era l’unico punto di passaggio sicuro per far arrivare le armi ad Hezbollah, dall’altro poiché era uno dei pochi altri Stati (assieme a Libano ed Iraq) a guida sciita della regione, essendo dunque fondamentale per consentire a Teheran di contro-bilanciare i governi sunniti e continuare ad esercitare un’influenza rilevante nel mondo arabo, anche e soprattutto in chiave anti-israeliana.

In Siria ha giocato un ruolo rilevante anche la Turchia al fine di contrastare il PKK, il partito dei lavoratori del Kurdistan, che rivendicando il diritto di autodeterminazione dei curdi, una minoranza che vive prevalentemente nel sud-est turco, reclama l’indipendenza di alcuni territori tra Turchia, Iraq, Siria, Iran ed Armenia al fine di formare un nuovo stato: il Kurdistan

Fonte immagine – https://c7.alamy.com/compit/kah8ec/il-kurdistan-regione-mappa-politico-curdo-aree-abitate-in-medio-oriente-settentrionale-occidentale-e-orientale-sud-del-kurdistan-in-turchia-siria-iraq-e-iran-kah8ec.jpg

Ankara, pur cooperando con gli alleati occidentali in chiave anti-Assad, sostenendo alcune milizie ribelli, ha al contempo assunto una posizione ostile e bellicosa verso quella curda (YPG) al fine di evitare che questa possa ottenere il controllo assoluto del nord della Siria, consolidando una posizione politica e militare tramite la formazione di una regione autonoma che metterebbe in pericolo il mantenimento del sud-est turco sotto il governo di Erdogan. In particolare, sono state distrutte postazioni curde nella parte settentrionale del paese al fine di creare delle zone cuscinetto così da tutelare i confini turchi da possibili atti terroristici degli indipendentisti curdi e contenerne l’ascesa.

Infine, in Siria sono presenti numerose basi militari americane nella parte nord-orientale, che è anche quella occupata dalle milizie curde e dove si trova la gran parte dei giacimenti petroliferi. Tra l’altro Trump, durante la sua prima presidenza, aveva dichiarato che le truppe americane in Siria servono solo a garantire gli interessi petroliferi statunitensi. 

Fonte Immagine –https://jusoor.co/en/details/map-of-foreign-forces-in-syria-mid-2024

Scenario futuro

L’offensiva lanciata dai ribelli del HTS, partita dalla provincia dell’Idlib sotto il controllo turco, è riuscita in appena dieci giorni a detronizzare Assad ottenendo il controllo di buona parte del nord e del sud del Paese,  oltre che della capitale Damasco, avendo come obiettivo principale proprio la caduta del dittatore siriano.

Fonte Immagine – https://www.aljazeera.com/wp-content/uploads/2024/12/INTERACTIVE-Opposition-fighters-take-Syrian-capital-1733636180.png?w=770&resize=770%2C963&quality=80

É molto probabile che dietro le forze di opposizione vi sia, oltre che il dichiarato appoggio turco, il piano israelo-americano di indebolire al contempo sia l’Iran che la Russia, sfruttando la debolezza militare ed economica di un partner chiave di entrambi. La rapidità ed organizzazione dei ribelli fa presumere infatti una formazione e pianificazione dettagliata dell’offensiva da parte di forze militari e di intelligence occidentali. Questo peraltro non sarebbe una novità visto che gli americani avevano già adottato la stessa tattica con l’operazione Timber Sycamore. Rispetto al 2012 sono però cambiate molte cose.

Infatti, in primo luogo Siria, Russia ed Iran hanno tutti subito sanzioni internazionali molto dure con ripercussioni rilevanti sulla loro economia e quindi anche sulla loro capacità di sostenere guerre su più fronti e/o per medio-lunghi periodi di tempo. In secondo luogo, gli Stati protettori della Siria al momento hanno altre priorità: la Russia è impegnata dalla guerra in Ucraina dove pur godendo di un netto vantaggio deve far fronte ad attacchi con missili Atacms. Inoltre, tale guerra ha ridotto sensibilmente il suo arsenale militare[2]. A sua volta l’Iran ha in corso una guerra indiretta contro Israele, che continua a provocare Teheran al fine di ottenere un pretesto per bombardare i suoi siti nucleari.

L’operazione si è rivelata un successo strategico dell’Occidente e un’umiliazione per Russia ed Iran che, colti di sorpresa, hanno battuto in ritirata, dimostrandosi incapaci di tutelare un loro alleato. Di conseguenza si avrà un ridimensionamento della loro percezione globale oltre che delle loro ambizioni. La Russia in particolare ha palesato di non essere in grado di proiettarsi come potenza al di là dei suoi confini più prossimi e di intrattenere conflitti su più fronti. Una debolezza che le si potrebbe ritorcere contro durante le trattative di pace per il conflitto in Ucraina, dando a quest’ultima più forza negoziale. L’Iran invece ne esce fortemente indebolito, sia rispetto alla sua influenza nel mondo arabo, sia rispetto alla rivalità con Israele in quanto perde un alleato chiave sciita e si ritrova impossibilitato a rifornire militarmente Hezbollah.

Presumibilmente Assad sarà succeduto da un governo di milizie armate non ostile agli interessi occidentali, seguendo l’esempio di quanto avvenuto in Libia. In ogni caso una pace duratura in Siria è possibile solo se sarà raggiunto un accordo tra le grandi potenze coinvolte, con quelle occidentali che ne detteranno le condizioni dato che ora controllano la maggior parte del territorio. Una possibile soluzione potrebbe vedere un governo filo-turco in controllo della gran parte della regione centro-settentrionale, la presenza americana nell’area nord-orientale ed Israele che estende dal Golan il suo controllo nella zona meridionale al fine di perseguire il progetto di un “grande Israele”. 

La questione più spinosa riguarderà il destino dei curdi, i quali sono stati protetti finora dagli Usa poiché funzionali ai loro interessi nella regione. Con Trump questo supporto potrebbe venire meno lasciandoli in balia di Ankara, anche al fine di permettere ad Erdogan di digerire meglio una estesa presenza israeliana nel sud. Quanto alla Russia è assai improbabile che riesca a riottenere un’influenza nel paese. Pertanto, anche se riuscirà ad ottenere gli oblast ucraini lo farà, tra le altre cose, a spese di un porto di acqua calda e di un accesso diretto al Mediterraneo.

Una mossa che rilancia la leadership globale occidentale dando una palese prova di forza ai rivali orientali e che si pone all’ interno di una più ampia strategia volta a dimostrare come sia troppo presto parlare di multipolarità. 


[1] Tim Marshall, “Prisoners of Geography” (Elliot and Thompson Limited, 2016)

[2] Dmitri Alperovitch, Garrett Graff, “World on the Brink: How America Can Beat China in the Race for the Twenty-First Century” (Public Affairs, 2024)

Latest from MEDIO ORIENTE DAILY