La presente analisi esaminerà il settore delle energie rinnovabili in Russia e il possibile ruolo della Cina dopo il ritiro delle aziende europee.
Energie rinnovabili in Russia: un settore promettente ma non ancora maturo
Nonostante la competitività delle risorse rinnovabili (Irena.org) e le condizioni favorevoli del territorio russo (ampi spazi e varietà climatica, Ermolenko, 2017), il mercato delle energie rinnovabili in Russia[1] è, rispetto ad altre potenze, in uno stato di profonda arretratezza.
Secondo l’ultimo rapporto (giugno 2024) dell’Associazione Russa per lo Sviluppo delle Energie Rinnovabili (ASER), la capacità totale di energia verde installata nel territorio russo è pari a 6,18 GW (contro 46,5 GW in Francia e 46,32 GW in Italia). Il fotovoltaico e l’eolico rappresentano appena lo 0,80% dell’energia prodotta e l’1,12% dell’energia consumata (vedomosti.ru). Per fare un confronto, queste due fonti di energia arrivano a costituire il 65,8% della produzione energetica della sola Danimarca.
Nonostante l’obiettivo della Russia di raggiungere il 3% di energie rinnovabili nel proprio mix energetico entro il 2035, la realtà non sembra così rosea. Secondo Elena Jushkova, esponente del gruppo finanziario FINAM, “[…] nella maggior parte del territorio russo, lo sviluppo dell’energia rinnovabile non è economicamente proficuo. […] è improbabile che la missione di costruire impianti eolici e fotovoltaici di piccola capacità sarà realizzata nei prossimi 3-5 anni, poiché tali progetti necessitano del sostegno dello Stato. […]”.
Effettivamente, la dipendenza del settore dagli aiuti statali costituisce un ingente costo per il budget russo, già in deficit. A undici anni dal primo programma di incentivi allo sviluppo e alla costruzione di progetti rinnovabili (Decreto N. 449 del 28 maggio 2013), il settore non è ancora sufficientemente maturo da permettere un sistema di finanziamenti esclusivamente privati (Energy Policy). Il meccanismo attualmente in vigore (DPM), basato su una procedura di gara, è stato quindi eccezionalmente rinnovato per il periodo 2025-2035 (rbc.ru).
Il cambio di rotta postbellico
In questo contesto, i quattordici pacchetti di sanzioni adottati dall’UE tra febbraio 2022 e giugno 2024 hanno profondamente scosso il mercato russo. Il Regolamento (UE) 2022/428, che modifica il Regolamento (UE) n. 833/2014 adottato in seguito all’annessione della Crimea, contiene infatti misure sanzionatorie dirette contro il settore energetico, che comprende ormai “la costruzione di strutture o l’installazione di apparecchiature per la generazione di energia o la produzione di elettricità, o la prestazione di servizi e la fornitura di apparecchiature o tecnologie per attività connesse alla generazione di energia o alla produzione di elettricità” (art. 1, u), iii)). Fra l’altro, il Regolamento impone il divieto assoluto di “vendere, fornire, trasferire o esportare, direttamente o indirettamente” beni a duplice uso (fra cui hardware e sistemi di controllo industriale) destinati al settore energetico (art. 2 & 2.7.iii). L’articolo 3 bis, a sua volta, vieta l’acquisizione o l’aumento di partecipazioni in persone giuridiche operanti nel settore delle energie in Russia, nonché la concessione di nuovi finanziamenti a tali enti. Anche l’importazione di numerosi prodotti siderurgici (essenziali per gli impianti eolici) provenienti dalla Russia è vietata. Va inoltre ricordato, all’articolo 5 bis bis, il divieto di realizzare operazioni finanziarie con importanti istituti creditizi (fra cui la Banca centrale russa e la Banca di sviluppo regionale russa) e con una serie di società “proibite” (allegato XIX), quali Rosneft e Gazprom, le cui filiali sono le maggiori aziende operanti nel settore delle rinnovabili. La limitazione della disponibilità di banconote in euro e l’esclusione dal sistema SWIFT delle principali banche russe completano il quadro generale delle sanzioni più deleterie per il settore delle rinnovabili.
A seguito di queste pesanti misure, investitori quali la finlandese Fortum e l’italiana Enel, ma anche fornitori e installatori, come la danese Vestas, si sono ritirati dal mercato causando una forte disorganizzazione del settore.
Secondo una stima dell’ARVE, il costo dei progetti rinnovabili in Russia ha subìto un aumento compreso fra il 25 e il 35% a causa delle sanzioni. La messa in servizio delle centrali è stata rallentata e la capacità installata ogni anno è dimezzata fra i periodi 2020-21 e 2022-23. Inoltre, in mancanza di investimenti esteri, il DPM è rimasto l’unico sostegno finanziario ai progetti di energie rinnovabili.
Dopo questa battuta d’arresto iniziale, il 2024 ha visto una ripresa del settore e una riorganizzazione delle aziende russe. Secondo l’ASER, il mercato ritornerà ai livelli di installazione prebellici nei prossimi due anni. Il vuoto lasciato dalle imprese europee è però stato solo parzialmente colmato dagli operatori russi, il che lascia spazio a nuovi partner, esterni al blocco occidentale e non vincolati dalle sanzioni UE, in primis la Cina.
È significativo che, durante il 6° Business Forum sull’Energia Cina-Russia, tenutosi a Mosca a luglio 2024, il Vicepremier cinese Ding Xuexiang abbia confermato l’intenzione della Cina di rafforzare la cooperazione energetica strategica con la Russia (www.gov.cn). Resta da vedere se e in che misura questa retorica si tradurrà in progetti concreti nel settore delle rinnovabili.
In effetti, in parte per ragioni politiche, in parte per ragioni economiche, la Cina non è entrata a gamba tesa in questo settore, preferendo la Russia come fornitore a basso costo di gas e petrolio, piuttosto che come terreno di investimento. Il gas e il petrolio russi serviranno infatti per soddisfare buona parte del fabbisogno energetico nazionale durante il periodo di transizione a un mix total green. I casi di cooperazione in materia di rinnovabili esistono, per esempio per la costruzione di una centrale eolica nella regione di Amur, ma restano rari.
Prospettive di sviluppo: nuovi sbocchi o bottleneck?
Ci si può chiedere se e come la situazione evolverà nel medio-lungo periodo.
La ripresa di relazioni economiche “normali” fra Russia ed Europa sembra infatti improbabile nel breve-medio termine. Anche se le sanzioni cessassero a breve, le aziende europee dovrebbero riconquistare una quota di mercato, ricostruire o riavviare fabbriche, e navigare un mercato al cui sviluppo esse non avranno partecipato. La presenza in un settore in formazione implica infatti la possibilità di imporre condizioni commerciali, pratiche di mercato e standard tecnici e normativi. Basti pensare, per esempio, al sistema dei certificati di origine dell’elettricità, che in Russia è improntato al modello cinese.
In caso di sanzioni prolungate, la Cina si ritroverebbe quindi la strada spianata per assumere il ruolo di partner preferenziale della Russia nelle energie rinnovabili. In tal caso, la competitività delle aziende europee (visti i maggiori costi a parità di performance) sarebbe tutt’altro che assicurata, alla stregua di quanto già accade in altri mercati extra-europei.
Tuttavia, tutto lascia pensare che la cooperazione sino-russa in ambito energetico si concentrerà sull’esportazione di gas e petrolio russi (dialogue.earth) o, nel caso dell’Artico, sul GNL, il che la renderà sempre più asimmetrica a favore della Cina. La dipendenza tecnologica e finanziaria del settore delle rinnovabili potrebbe infatti relegare la Russia al ruolo di “stato fantoccio” economicamente dipendente dalla Cina, diventata ormai il primo acquirente di gas russo (SCEEUS).
Nel frattempo, per investire nelle rinnovabili la Cina sta puntando su altri paesi eurasiatici aventi un ruolo inferiore nelle esportazioni di gas e petrolio. Kazakhstan e Uzbekistan (alleati e partner commerciali storici della Russia) beneficiano per esempio dal 2018 di ingenti investimenti cinesi in progetti di energie rinnovabili, con tanto di accordi bilaterali di cooperazione in materia. Ciò avrà l’effetto di privare la Russia di potenziali sbocchi esteri nel settore (per esempio in Kirgizistan) e di ridurre la dipendenza energetica di questi Paesi dalla Russia, ridimensionando così l’influenza regionale, ma anche globale, di quest’ultima. La perdita della leva energetica renderà, infatti, la Russia politicamente ed economicamente più vulnerabile ad un potenziale riavvicinamento diplomatico ed economico sino-occidentale.
Per contrastare questa tendenza, la Russia potrebbe agire contemporaneamente su più fronti: smussando le proprie relazioni diplomatiche con l’Occidente, migliorando l’attrattività del mercato delle rinnovabili per gli investimenti cinesi e rafforzando la filiera di energie rinnovabili nazionale.
Un inasprimento delle relazioni diplomatiche russo-occidentali, infatti, potrebbe mettere la Cina nella posizione di dover scegliere fra Russia e Occidente, scelta dall’esito tutt’altro che scontato. Lo dimostra, per esempio, la sospensione delle operazioni presenti e future in Russia da parte dell’azienda cinese Wison New Energies a giugno 2024 (Reuters), a seguito dell’adozione del 14° pacchetto di sanzioni UE.
Se, allo stato attuale, il settore Oil and Gas è il fondamento dell’alleanza diplomatica sino-russa, esso potrebbe trasformarsi in una potente leva geopolitica per la Cina. L’isolamento diplomatico della Russia potrebbe obbligare quest’ultima ad adattarsi alla domanda energetica del suo principale cliente e a focalizzarsi sulle energie tradizionali, tralasciando il settore delle rinnovabili nel medio termine. Spostare sin da subito il focus sulle nuove energie potrebbe evitare che questo accada, permettendo alla Russia di non distaccarsi dai Paesi eurasiatici e preparando anche il mercato russo a una potenziale distensione con i Paesi occidentali. A tal fine, la Russia sta già sfruttando le nuove possibilità offerte dalla North Sea Route, utilizzata soprattutto per il trasporto di GNL (che, ricordiamo, per ora resta una fonte fossile colpita dalle sanzioni).
Per aumentare l’appetibilità delle energie rinnovabili per gli investitori cinesi, è imperativo che la Russia rafforzi il proprio mercato interno. Colmare il gap tecnologico attuale e, soprattutto, stimolare i finanziamenti privati sono i punti di partenza che permetteranno di emancipare il settore dagli aiuti statali e di aumentarne la redditività, compensando così il rischio geopolitico. Sul piano normativo, l’istituzione di un quadro legislativo snello e ispirato al sistema cinese costituirebbe un’ulteriore facilitazione agli investimenti.
Conclusione
Lo stato di isolamento diplomatico della Federazione a seguito della guerra in Ucraina non è certo un incentivo per investimenti di lungo termine in un settore che oltretutto stenta a decollare. Corruzione, problemi logistici, mancanza di iniziativa privata e l’assenza di un quadro normativo efficace restano ostacoli importanti allo sviluppo della filiera delle rinnovabili. Inoltre, la specializzazione della Russia nella fornitura di gas e petrolio sembra diminuire ulteriormente la sua attrattività come esportatore di energia pulita, sia in Europa che in Cina. I vari scenari discussi portano tutti a concludere che, in queste condizioni, la Russia avrà un ruolo relativamente marginale nell’energia verde, con una conseguente riduzione della sua influenza regionale e globale.
[1] Ai fini della presente analisi, per “energie rinnovabili” si intendono le centrali fotovoltaiche, eoliche e le piccole centrali idroelettriche, che meglio rappresentano le statistiche studiate ed utilizzate per questa analisi. Sono quindi escluse le grandi centrali idroelettriche, biomassa e le centrali nucleari.
