Uso della forza: un intervento per fermare la guerra in Medio Oriente?

A United Nations flag flies in the back of one of the armored vehicles of the UN Interim Force in Lebanon (UNIFIL) during a patrol around Marjayoun in south Lebanon on October 8, 2024. AFP photo

Il presidente turco Erdogan propone misure coercitive per fermare Israele. Quali sono le reali prospettive di un intervento internazionale?

Durante la 79esima sessione dell’Assemblea delle Nazioni Unite, il 24 settembre scorso, il presidente della Turchia Erdogan ha dichiarato che Netanyahu e il suo governo dovrebbero essere fermati ricorrendo al potere dell’Assemblea Generale di raccomandare l’uso della forza, come è stato per la risoluzione “Uniting for Peace” del 1950.

Questa risoluzione aveva permesso agli stati dell’Assemblea Generale di evadere il veto della Russia all’interno del Consiglio di sicurezza (CdS) durante la Guerra di Corea. Gli Stati Membri avevano votato per i due terzi a favore di un intervento per assicurare la pace e la sicurezza internazionale, laddove il Consiglio di Sicurezza aveva fallito. Questo primo episodio ha originato la Sessione Speciale di Emergenza dell’Assemblea, entro cui possono essere prese decisioni riguardo a una situazione emergenziale senza considerare il veto del CdS, le quali possono prevedere anche l’uso della forza.

Cosa prevede il diritto internazionale umanitario

Secondo il diritto internazionale umanitario (DIU), che regola la conduzione delle ostilità all’interno del diritto internazionale, “tutti i Membri si astengono nelle loro relazioni internazionali dalla minaccia o dall’uso della forza, sia contro l’integrità territoriale o l’indipendenza politica di qualsiasi Stato, sia in qualunque altro modo incompatibile con gli scopi delle Nazioni Unite” (art. 2.4 della Carta ONU).

Tuttavia, esistono due eccezioni. La Carta riconosce l’uso della forza per legittima difesa da un attacco armato (art. 51) o per azioni militari intraprese dal Consiglio di Sicurezza, seguendo tre scenari contenuti nell’art. 39 (art. 42). Le ipotesi per il CdS sono quelle di una minaccia per la pace, una violazione della pace, o un atto di aggressione.

Nella pratica esistono altre circostanze in cui l’uso della forza è sostenuto, per esempio le operazioni di peace-keeping.

In più, il Consiglio di Sicurezza è un organo profondamente in crisi da anni, per via della sua poca legittimità e della sua esclusività – infatti è composto da soli 15 membri a rotazione, di cui 5 permanenti con diritto di veto – e il caso dello Uniting for Peace nel 1950 è un esempio di come sia stato raggirato.

La proposta dell’uso della forza contro Israele

La proposta di Erdogan non è estranea alle possibilità reali della comunità internazionale, laddove si decidesse di aggirare il CdS e di agire tramite una coalizione di stati per fermare l’escalation in Medio Oriente.

È evidente come la posizione della Turchia sia tendenzialmente anti-israeliana in questo confronto. Tuttavia, la sua visione non è isolata: la reazione di Israele alle minacce di attacchi da parte dell’”asse della resistenza” iraniano è considerata sproporzionata da molti. Infatti, Netanyahu e il suo entourage hanno iniziato un ampliamento degli attacchi – in Libano, Siria e Yemen – mostrando metodi (sia pratici che propagandistici) che vanno oltre alla semplice difesa dal terrorismo arabo.

Dunque, data l’apparente impossibilità di raggiungere un cessate il fuoco, evacuare adeguatamente i civili e coordinare le diverse forze in gioco, sarebbe il momento di intervenire con la forza?

Rischi dell’uso della forza

L’uso della forza da parte di una colazione internazionale è un argomento delicato e controverso.

Sul piano pratico i rischi sono principalmente due.

Primo, tale intervento provocherebbe, in ogni caso, vittime civili e sfollamenti, alimentando disagi e distruzione in aree già duramente colpire dal conflitto.

Secondo, dovrebbero crearsi delle alleanze a livello globale e regionale che costringerebbero gli stati a prendere posizione a favore di una parte o dell’altra. Tuttavia, gli orientamenti degli stati sono diffusamente ambigui.

Lo scoglio principale sarebbe quello della probabile opposizione degli USA ad un progetto a sfavore dello Stato di Israele: la scia di stati occidentali ad essi alleati dovrebbe decidere se seguire la linea americana o no. È vero che molto potrebbe cambiare con le presidenziali americane perché i due candidati hanno proposto visioni diverse.

Inoltre, gli USA tentano di mantenere alleanze strategiche anche con altri paesi arabi, mettendoli in difficoltà nello schierarsi chiaramente.

L’invocazione dello Uniting for Peace in questo campo potrebbe facilmente rimandare all’intervento umanitario o alla Responsability to Protect. Ma, in questo caso, l’Assemblea non prevede indicazioni a favore dell’uso della forza senza l’approvazione del CdS. Questo dovrebbe dare origine a interventi autonomi sui generis di alcuni stati che sarebbero giustificati sulla base dell’evitamento di una catastrofe umanitaria, ma che esisterebbero in un quadro legale grigio. Questo darebbe il via ad interventi deregolati e che svuoterebbero il diritto internazionale stesso. In ogni caso, il problema di alleanze citato nel paragrafo precedente sarebbe il medesimo.

Dal punto di vista della percezione inoltre, in caso di un intervento internazionale non promosso dal Consiglio di Sicurezza emergerebbe la sua scarsa legittimità. Di fatto, in un anno di conflitto la comunità internazionale è stata incapace di imporsi per porre fine, anche temporaneamente, alle tensioni. L’utilizzo di un mezzo come una misura di emergenza dell’Assemblea Generale non farebbe che accentuare e confermare l’inefficienza e l’inadeguatezza del CdS prima, e delle stesse Nazioni Unite poi, nell’ambito del mantenimento della pace.

Quali sono le probabilità di un intervento internazionale

Allo stato dei fatti, si può considerare improbabile che si verifichi un intervento che preveda l’uso della forza, sia tramite la Sessione Speciale di Emergenza dell’Assemblea, sia tramite un intervento indipendente di un’alleanza di stati. Questo al di là della delegittimazione delle organizzazioni internazionali e del CdS, già storicamente deteriorata, e che inevitabilmente verrà accentuata da questo conflitto.

Prima di tutto per il rischio di aumentare le vittime civili e di finire in un circolo vizioso di violenza, ma anche per la reale impossibilità di creare un’alleanza di stati influente sufficientemente robusta per fronteggiare lo sforzo politico e militare necessario. È vero che la Cina e la Russia sono tendenzialmente alleate dell’Iran – e potrebbero dunque intervenire a favore degli stati arabi coinvolti – ma l’uso della forza sarebbe comunque l’ultima scelta. Prima di questa, per esempio, l’armamento o la pressione politica come deterrente, sarebbero strade da percorrere – anche perché al momento non ci sono state dichiarazioni di sostegno forti né russe né cinesi.

Possibili contro-misure e conclusioni

In ogni caso, si possono individuare delle soluzioni alternative che potrebbero minimizzare i rischi o evitarli: soluzioni che siano una via di mezzo tra la mediazione diplomatica e giudiziaria, che da un lato ha fallito e dall’altra è troppo lenta, e l’uso della forza vero e proprio.

Per esempio, si potrebbero adottare delle sanzioni nei confronti di Israele, in modo da rendere più difficile la sua attività – parliamo di embarghi di armi o commerciali. Ovviamente ci sono molti problemi già a questo livello, a partire dall’industria bellica che si arricchisce e dal consenso politico di cui gode Netanyahu. In generale, questa opzione richiederebbe uno schieramento a monte, che, come detto prima, è difficile da determinare. Inoltre, questa soluzione sarebbe economicamente dannosa per alcuni settori, come quello militare.  

Oppure, si potrebbe organizzare un contingente internazionale da porre sui confini, per esempio del Libano, in modo che funga da deterrente. Anche in questo caso non sarebbe efficacie dato che, entrando a sud del Libano, Israele ha già attaccato un territorio sede di una missione ONU (UNIFIL), che era stata istituita per alleviare le tensioni tra Libano e Israele dopo il 2006. Questo dimostra come la comunità internazionale e le sue forze militari non abbiano alcuna forza deterrente sui progetti di Israele.

Dunque è improbabile un intervento internazionale di alcun tipo in favore dei territori palestinesi e degli altri stati coinvolti in questo conflitto. Sicuramente altre proposte a riguardo potranno essere avanzate, anche data l’impossibilità di agire altrimenti, ma raccogliere alti consensi è, per ora, difficile. Nel caso in cui ci fossero delle forti prese di posizione tra i grandi poteri in gioco – come USA, Russia, Stati del Golfo, Unione Europea – allora sarà necessario aggiornare il quadro.

Latest from LAW & RIGHTS