Il ritorno alla multipolarità nel Mediterraneo: l’importanza geopolitica e securitaria

Fonte Immagine: IAI

Pur non essendo più il centro della politica mondiale, il Mediterraneo rimane un crocevia marittimo cruciale tra l’Atlantico e l’Indiano, conteso da molteplici attori globali. In questo spazio frammentato e instabile si riflettono le moderne sfide di sicurezza e comprendere la sua multipolarità risulta fondamentale per analizzare le dinamiche geopolitiche e securitarie globali.

Nel 1995, la Dichiarazione di Barcellona definì gli obiettivi dell’Unione Europea per il partenariato euromediterraneo:“Establishing a common area of peace and stability […] Building a zone of shared prosperity” ; tuttavia, a quasi trent’anni di distanza, l’UE non solo ha mancato questi obiettivi, ma ha perso il proprio ruolo di potenza dominante nella regione, incapace di agire come attore unitario.

Il declino dell’influenza europea, associato al riequilibrio strategico degli Stati Uniti verso altre aree, al consolidamento di regimi autoritari nel Nord Africa e all’ascesa di Cina, Russia e Turchia, ha trasformato il Mediterraneo in uno spazio multipolare e instabile; la regione è oggi teatro di interazioni complesse tra numerosi attori, rendendo più complicata la lettura delle sue dinamiche. Questa analisi mira a identificare i principali attori e le dinamiche di sicurezza nel Mediterraneo, delineando possibili sviluppi futuri e sfide geopolitiche che ne derivano.

L’evoluzione della regione e la sua ridefinizione: Mediterraneo Allargato e “Medioceano”

Originariamente considerato come mare chiuso, il Mediterraneo ha visto mutare la propria funzione strategica con l’apertura del Canale di Suez nel 1869, divenendo il collegamento marittimo più rapido tra l’Oceano Atlantico e l’Indiano. Ciò ha elevato il bacino mediterraneo da un “semplice” specchio d’acqua regionale a un cruciale snodo delle rotte marittime globali, trasformandolo in “Medioceano”, ovvero corridoio strategico tra oceani e culture.

Questa nuova centralità ha attirato l’interesse delle grandi potenze, interessate a sfruttare il Mediterraneo non come fine strategico, ma come strumento funzionale al loro più ampio disegno geopolitico. Il bacino, inteso come un grande choke point globale, non può però essere controllato da un singolo attore, rivelandosi piuttosto un campo di competizione tra potenze esterne.

L’idea che il Mediterraneo possa essere definito esclusivamente dai paesi europei che vi si affacciano è ormai superata e limitante, soprattutto in assenza di una politica comune europea capace di esprimere una strategia coesa per la regione. Come osserva Calleya, “the countries of the Mediterranean do not perceive themselves as sharing common strategic goals or even a collective identity”[1], sottolineando la persistente frammentazione interna della regione.

In mancanza di un’identità condivisa e di obiettivi strategici comuni, il Mediterraneo si riduce inevitabilmente a una funzione di collegamento, un territorio sfruttato da potenze come Stati Uniti, Cina e Russia. La sua stabilità e rilevanza geopolitica dipendono pertanto dalle fragilità e dagli interessi esterni, piuttosto che dalla capacità della regione di agire come un attore unitario. 

Alla luce di queste considerazioni, la definizione geopolitica del Mediterraneo risulta dinamica e  mutevole, estendendosi oltre i confini puramente geografici. Dunque, risulta più appropriato adottare il concetto di Mediterraneo Allargato, come delineato dall’Ammiraglio Domini[2], che include il bacino mediterraneo, ma anche il Mar Rosso, il Mar Nero, il Golfo Persico e porzioni dell’Oceano Indiano e Atlantico.

Gli attori e i conflitti di potere

Durante la Guerra Fredda, gli Stati Uniti garantirono una relativa coesione nel Mediterraneo, mantenendo il fianco sud della NATO unito contro l’influenza sovietica. Tuttavia, a partire dalla seconda amministrazione Obama, Washington ha iniziato un processo di riequilibrio globale, il cosiddetto Pivot to Asia, spostando l’attenzione verso la competizione in Asia orientale e nel Pacifico. Ciò ha lasciato un vuoto nel Mediterraneo, aprendo la regione alla competizione di altre potenze.

Il controllo della sicurezza nel Mediterraneo non è più esclusivamente statunitense, con Washington che spinge per una maggiore responsabilità da parte degli alleati europei; questa transizione si è tuttavia concentrata principalmente all’interno della NATO, dove gli Stati Uniti mantengono una posizione  egemone. L’Unione Europea, pur riconoscendo la necessità di un’azione unitaria, fatica a emergere come attore geopolitico coeso, ostacolata da divisioni interne, burocrazia complessa e mancanza di una visione strategica comune.

In tal senso, un rinnovato partenariato mediterraneo richiederebbe un’efficace integrazione tra priorità securitarie, energetiche ed economiche: il Piano Mattei, promosso dall’Italia, potrebbe rappresentare una base concreta per rilanciare il ruolo europeo nel Mediterraneo Allargato, rafforzando la posizione dell’Italia come ponte tra Europa e Nord Africa. Tuttavia, il piano si trova ancora in una fase embrionale e la sua capacità di influenzare in maniera significativa la politica europea nella regione resta limitata.

Il parziale disimpegno degli Stati Uniti e la frammentazione dell’azione europea hanno pertanto creato uno spazio per l’attivismo di attori come Russia e Turchia, i cui interessi si sovrappongono in aree strategiche quali la Libia, la Siria e il Mediterraneo orientale. A questi si aggiunge la crescente influenza economica della Cina, che tramite la Belt and Road Initiative mira a trasformare i porti del Mediterraneo in snodi cruciali per le proprie rotte commerciali globali, consolidando così la sua proiezione nell’area.

Fin dalla Guerra di Crimea (1853-1856), il controllo sull’accesso al Mediterraneo è stato un obiettivo strategico della politica estera della Russia. Oggi, questo obiettivo è ancora più rilevante e il controllo del Mar Nero rappresenta una delle chiavi per consolidare la presenza russa nella regione. Sebbene la guerra in Ucraina risponda a diverse motivazioni geopolitiche, essa riflette anche l’intenzione di Mosca di rafforzare la propria proiezione nel Mediterraneo, utilizzando il Mar Nero come via d’accesso per estendere la propria influenza.

La Turchia, da parte sua, persegue una strategia volta a consolidarsi come potenza regionale. Ankara adotta un approccio sempre più assertivo nel Mediterraneo sud-orientale, sfruttando il proprio ruolo nelle dispute territoriali ed energetiche, in particolare sui giacimenti di gas offshore. Tale strategia la pone in competizione con Grecia e Cipro, alimentando tensioni che si riverberano non solo sulla stabilità regionale, ma anche sull’intera architettura di sicurezza europea e mediterranea.

Le principali sfide securitarie

Delineati gli attori, analizziamo ora le fragilità e le principali sfide securitarie della regione. Uno dei principali rischi riguarda i cavi sottomarini che attraversano il Mediterraneo, fondamentali per le comunicazioni globali, per il funzionamento dei mercati finanziari e delle operazioni militari. Questi cavi, responsabili di quasi il 99% delle comunicazioni internazionali, sono vulnerabili a sabotaggi e attacchi cibernetici.

Fonte: Researchgate

La crescente attività navale russa dal 2014 e il conflitto in Ucraina hanno accresciuto le preoccupazioni riguardo alla protezione di queste infrastrutture, rendendola una priorità strategica per i paesi rivieraschi e le potenze globali. Tuttavia, la loro gestione, spesso in mano a privati, complica il coordinamento delle difese, richiedendo ingenti investimenti e una forte cooperazione internazionale. Senza tali misure, un eventuale sabotaggio potrebbe avere ripercussioni devastanti sull’economia digitale e sulla sicurezza militare globale.

Parallelamente, le risorse energetiche del Mediterraneo orientale, come i giacimenti di gas Leviathan e Zohr, alimentano tensioni geopolitiche, specialmente tra Grecia, Turchia e Cipro. Le rivendicazioni territoriali legate allo sfruttamento delle risorse sottomarine intensificano le dispute, con Ankara sempre più assertiva nel Mediterraneo: queste tensioni non solo minacciano la stabilità regionale, ma anche la sicurezza energetica europea e globale.

Infatti, il Mediterraneo orientale rappresenta per l’Unione Europea una risorsa strategica per diversificare le forniture energetiche, riducendo la dipendenza dal gas russo. Tuttavia, la crescente militarizzazione della regione e le rivendicazioni sovrapposte sulle zone economiche esclusive (ZEE) rendono complesso sviluppare una gestione condivisa delle risorse.

Un ulteriore elemento di fragilità è rappresentato dal Canale di Suez, attraverso cui transita circa il 12% del commercio globale. L’incidente della nave Ever Given nel 2021, che bloccò il traffico per sei giorni, ha evidenziato la vulnerabilità del canale, confermata anche dai recenti attacchi dei ribelli Houthi nella regione. La sicurezza del canale, essenziale per le rotte commerciali mondiali, è costantemente minacciata da crisi politiche e militari ed eventuali nuove interruzioni del traffico potrebbero causare crisi economiche globali, rendendo evidente la necessità di investimenti e misure di protezione costanti.

Infine, le migrazioni continuano a rappresentare una delle principali sfide securitarie, con il Mediterraneo centrale che rappresenta una delle vie d’accesso principali per migranti e rifugiati diretti in Europa. La crisi migratoria del 2015 ha rivelato l’incapacità dell’UE di gestire efficacemente i flussi, creando divisioni interne e alimentando movimenti populisti. A questo si aggiungono le crescenti pressioni legate ai cambiamenti climatici e all’instabilità dei regimi in Nord Africa, che aggraveranno ulteriormente la situazione. È dunque cruciale che l’Europa elabori un piano comune efficace per affrontare queste sfide in modo coordinato e sostenibile.

Una regione incerta: futura polveriera?

Il Mediterraneo si trova oggi a un crocevia critico, dove le incertezze interne si sovrappongono agli interessi globali. Le dinamiche del Mediterraneo allargato, influenzate da conflitti come la guerra israelo-palestinese e dall’instabilità del Nord Africa, rendono la regione sempre più fragile. La competizione tra attori esterni come Cina, Russia e Turchia acuisce le tensioni, soprattutto nel settore energetico e nelle rotte commerciali.

La mancanza di un’azione coordinata da parte dell’Unione Europea e della NATO impedisce una gestione efficace delle sfide, lasciando la regione esposta alle interferenze e rendendo probabile una spirale di instabilità. Gli eventi internazionali e le tensioni regionali si intrecciano, rendendo il Mediterraneo vulnerabile a esplosioni di conflitti più ampi, come dimostrato dalle crisi politiche e militari in Ucraina e in Medio Oriente.

In questo scenario multipolare, senza una governance efficace, il Mediterraneo rischia di trasformarsi in una potenziale polveriera geopolitica, dove conflitti locali e globali si intersecano. Solo un’azione congiunta, fondata su una strategia unitaria e inclusiva, potrà evitare che la regione diventi permanentemente instabile, mettendo in pericolo l’equilibrio politico-strategico internazionale.


[1] Calleya, Stephen C. (2005) Evaluating Euro-Mediterranean Relations, London/New York, Routledge.

[2] Domini, R. (2022) Quaderni strategici 3: Mediterraneo Allargato e sue implicazioni economiche e geopolitiche per l’Italia, CESMAR, p 11.

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