Perché proprio il 7 ottobre? Retroscena dell’attacco di Hamas ad Israele

Fonte: https://www.google.it/url?sa=i&url=https%3A%2F%2Fwww.inss.org.il%2Fpublication%2Fusa-saudi-arabia-israel%2F&psig=AOvVaw2IeUyj4nRLVqdOgW1HD7zi&ust=1722596210194000&source=images&cd=vfe&opi=89978449&ved=0CBQQjhxqFwoTCMjn9YvR04cDFQAAAAAdAAAAABAE

Il 7 ottobre 2023, a seguito dell’attacco di Hamas contro Israele, il mondo intero si è interrogato sulle ragioni e sulla tempistica di tale azione.

La stessa Hamas ha fornito la propria versione in un documento rilasciato il 21 gennaio 2024, intitolato “La nostra narrazione: Operazione Alluvione Al-Aqsa”. Secondo questa narrazione, il popolo palestinese è stato oppresso per 105 anni (30 anni di colonizzazione britannica e 75 di occupazione sionista) e dal 1948, anno di fondazione dello Stato di Israele, non vede più riconosciuto il proprio diritto all’autodeterminazione ed è vittima di una pulizia etnica. Hamas accusa gli Stati Uniti e i loro alleati non solo di aver ignorato le sofferenze del popolo palestinese, documentate da diverse organizzazioni internazionali, ma anche di aver coperto e sostenuto l’aggressione israeliana. Per questo motivo, e per aver ignorato le oltre 900 risoluzioni ONU che chiedevano una conclusione pacifica del conflitto israelo-palestinese, Israele viene definito uno stato “sopra la legge”. Il documento di Hamas elenca le motivazioni che hanno spinto l’organizzazione a compiere il più grande attacco nella storia di Israele:

  • i piani di “giudaidizzazione” della moschea di Al-Aqsa, considerato il terzo luogo più sacro per la religione islamica dopo La Mecca e Medina; 
  • le pratiche degli estremisti e del governo israeliano per annettere l’intera Cisgiordania e Gerusalemme, che si sommano a piani per espellere i palestinesi da quelle aree; 
  • le condizioni disumane in cui sono detenuti i prigionieri palestinesi nelle carceri israeliane, confermate da un report dell’ONU;
  • il blocco terrestre, aereo e marittimo imposto da Israele ed Egitto alla striscia di Gaza sin dal 2007 dopo la vittoria elettorale di Hamas; 
  • l’espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania e le violenze giornaliere perpetrate dai coloni contro i palestinesi e le loro proprietà; 
  • le condizioni estreme in cui 7 milioni di palestinesi sono costretti a vivere in campi profughi, i quali non hanno un diritto di ritorno; 
  • il fallimento della comunità internazionale nella costruzione di uno stato palestinese.

La chiave di volta: il tempismo dell’attacco per comprenderne le motivazioni più profonde

Sebbene l’attacco di Hamas sia descritto come un’azione difensiva piuttosto che offensiva, come una reazione a decenni di oppressioni piuttosto che un’azione con obiettivi strategici definiti, interrogarsi sul tempismo dell’attacco può aiutare a fare chiarezza su questi ultimi. Sin dal 2019, infatti, il Medio Oriente vive un nuovo periodo di distensione e dialogo, denominato da molti studiosi un “détente regionale”. In particolare, nel 2020, gli Accordi di Abramo hanno normalizzato i rapporti tra Israele e Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Marocco e Sudan segnando una svolta importante. Gli unici accordi di pace tra Israele e due paesi della regione, Egitto e Giordania, risalivano rispettivamente al 1979 e 1994. Negli anni, il processo di pace tra Israele e Palestina, mediato dagli USA, ha seguito due approcci: negoziati diretti tra le parti e negoziati regionali.

Gli Accordi di Abramo, firmati nel 2020, appartengono a quest’ultima categoria. A differenza dell’approccio bilaterale che richiedeva concessioni significative da parte di Israele, questo nuovo approccio imponeva i termini dell’accordo ai palestinesi, consentendo ad Israele di mantenere il controllo su gran parte della Cisgiordania con il sostegno degli Stati Uniti. Il fattore vincente che aveva permesso all’amministrazione Trump di mediare gli Accordi di Abramo, e solidificare così il détente regionale, era stata proprio la marginalizzazione della questione palestinese. Come riportato dal professore Fawaz Gerges: “la questione palestinese è un problema minore, una distrazione, negli accordi di normalizzazione firmati tra Israele e gli stati del Golfo”.

Nel suo discorso davanti l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 22 settembre 2023, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu confermava che il sostanziale diritto di veto palestinese sui trattati di pace tra Israele e gli stati arabi era stato superato con gli Accordi di Abramo e che lo stesso successo si sarebbe potuto ripetere con l’Arabia Saudita. Riyadh ha sempre cercato di mantenere un equilibrio tra i suoi obblighi verso il mondo arabo e islamico, cruciali per la sua immagine e legittimità, e i suoi interessi di sicurezza, garantiti dai partner occidentali. Questo equilibrio diventa ancora più complicato da mantenere quando applicato ad Israele, in quanto esso si basa su una relazione trilaterale con gli Stati Uniti.

Ciò significa che un accordo di pace tra Arabia Saudita ed Israele avrebbe richiesto il completamento anche di un accordo di sicurezza tra Arabia Saudita e Stati Uniti. Nonostante il principe ereditario Mohammed bin Salman sostenesse la causa palestinese a parole, una delle ipotesi di partenza per l’accordo tra Israele, Arabia Saudita e Stati Uniti era proprio la possibilità di marginalizzare la questione dello stato palestinese. In cambio, Riyadh riceveva l’approvazione americana per il suo programma nucleare pacifico, l’acquisizione di armamenti avanzati americani e, soprattutto, un patto di difesa che avrebbe richiesto agli USA di proteggere l’Arabia Saudita da attacchi esterni, come quelli che sarebbero potuti arrivare dall’Iran. L’accordo avrebbe garantito a Washington l’accesso al territorio e allo spazio aereo saudita per proteggere gli interessi americani e quelli dei partner regionali. Per di più, un tale accordo avrebbe proibito alla Cina di costruire basi militari in territorio saudita o di cercare una cooperazione di sicurezza più stretta con Riyadh, una prospettiva che spaventava gli americani. Forgiando un’alleanza tra Arabia Saudita ed Israele gli Stati Uniti riempivano quel vuoto creato dal loro graduale disimpegno dalla regione. 

Conclusion: iLa firma di un accordo di pace tra Israele e Arabia Saudita avrebbe dunque rafforzato il clima di distensione regionale, che si sorreggeva anche sulla marginalizzazione definitiva della questione palestinese. Per impedire la cementificazione di questa nuova realtà, Hamas ha deciso di intervenire il 7 ottobre 2023. Già il 21 ottobre il presidente Biden dichiarava che l’attacco di Hamas mirava a interrompere i negoziati tra Arabia Saudita ed Israele. Allo stesso modo in cui gli Accordi di Abramo non hanno migliorato le relazioni israelo-palestinesi, un accordo di normalizzazione USA-Israele-Arabia Saudita potrebbe ulteriormente complicare la risoluzione del con

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