L’unione Europea è pronta all’economia di guerra?

Fonte: Euractiv

L’UE ha dichiarato di voler investire maggiori risorse nella difesa, ma la sua strategia va incontro a diversi ostacoli 

Negli ultimi trent’anni, a partire dalla caduta dell’Unione Sovietica e dall’imporsi a livello globalizzato del paradigma del libero scambio, caratterizzato dalla caduta delle barriere doganali e dalla soppressione dei controlli sui movimenti di capitale, i paesi europei hanno goduto di un periodo di pace ed integrazione economica che si pensava destinato a perdurare. Malgrado questi decenni abbiano visto la partecipazione dei paesi membri dell’UE a conflitti europei ed extra-europei (si vedano i casi dell’ex Jugoslavia, dell’Iraq, dell’Afganistan e dei paesi africani), il senso generale di sicurezza, derivante dalla fiducia nei benefici del libero commercio e dell’interdipendenza economica, e dall’alleanza con gli Stati Uniti tramite la NATO, ha portato i paesi europei a trascurare il settore della difesa e il proprio apparato industriale, varando verso un’economia basata sui settori.

L’invasione russa dell’Ucraina ha rovesciato questo paradigma, risvegliando il senso di insicurezza all’interno dell’UE, e costringendo i suoi membri a riconsiderare il loro approccio alla sicurezza nazionale. D’altro canto, la dipendenza europea dalle catene globali del valore, in particolare dal settore manifatturiero cinese e dagli idrocarburi provenienti da paesi extra-EU rappresenta un fattore di ulteriore instabilità per i paesi europei, che dovranno riadattare necessariamente le proprie economie per stare al passo di queste nuove sfide.

Le priorità dell’economia di guerra 

Come affermano i due strateghi cinesi Qiao Liang e Wang Xiangsui nel saggio “Guerra senza limiti”[1], i conflitti contemporanei sono caratterizzati da diversi elementi e terreni di scontro, che vanno oltre il tradizionale campo di battaglia. Tra questi ci sono senza dubbio le guerre commerciali e le sanzioni, il cui scopo è colpire l’apparato produttivo del nemico, difendendo al contempo quello nazionale. I due maggiori player globali, Stati Uniti e Cina, hanno inaugurato una guerra commerciale quasi dieci anni fa, imponendosi dazi a vicenda e costruendo una strategia volta a rendersi più indipendenti nei rispettivi settori strategici. L’Inflation Reduction Act e il Made in China 2025, adottate rispettivamente da Washington e Pechino, hanno riportato il focus sull’importanza della produzione e in particolare della politica industriale, rafforzando la regionalizzazione dell’economia globale. 

La centralità della produzione, o dell’offerta, a discapito della domanda è sicuramente l’elemento caratterizzante del passaggio da un’economia di pace ad una di guerra, in quanto permette sia di ridurre la propria dipendenza dall’estero, che di concentrare le risorse e gli sforzi verso un obiettivo ben definito. L’esempio attuale più calzante di un’economia di guerra è la Russia, che in un paio d’anni ha riconvertito quasi tutto il suo apparato produttivo allo sforzo bellico, sacrificando la crescita dei consumi e le spese legate all’educazione e alla sanità, in favore di un budget per la difesa di tre volte superiore a quello del 2021. La Cina, a sua volta, ha in parte modificato la struttura della sua economia, abbandonando il focus sul settore immobiliare e rinunciando a far crescere i consumi interni, in continua diminuzione dal 2019. In compenso, il Dragone si è concentrato nel massimizzare lo sviluppo dell’high tech e di altri settori all’avanguardia, rafforzando la sua propensione alle esportazioni e centralizzazione dell’economia, sempre più sotto il controllo del potere politico. 

L’economia di guerra, in definitiva, è un concetto che va oltre il semplice aumento delle spese militari e della quota che il budget per la difesa occupa rispetto al PIL; consiste piuttosto nella riorganizzazione dell’intero apparato produttivo (e sociale) in funzione del clima di tensione ed insicurezza che i paesi si trovano ad affrontare.

La strategia dell’UE

Il focus della strategia adottata dalla Commissione Europea, che mira principalmente a far fronte alla minaccia russa e a sostenere lo sforzo bellico dell’Ucraina, consiste nel produrre e commerciare più armi all’interno dell’Unione. Infatti, il principale deficit strategico dei paesi europei è la dipendenza dagli Stati Uniti e dall’ombrello NATO, che si traduce nell’acquisto e nell’utilizzo di tecnologie militari made in USA. Nel periodo 2019-2023, le importazioni di materiale bellico dagli Stati Uniti hanno rappresentato il 55% del totale, il 20% in più rispetto al 2014-2018, rafforzando così il ruolo degli USA come maggior esportatore del settore. Questo si è tradotto in un exploit dei ricavi delle industrie della difesa americane, si vedano i casi di Lockheed MartinGeneral Dynamics e Northrop Grumman.

Facendo seguito ai primi tentativi di rafforzare le capacità produttive dell’UE, principalmente lo European Defence Industy Reinforcement through common Procurement Act (EDIRPA) e l’Act in Support of Ammunition Production (ASAP), la Commissione ha lanciato la European Defence Industrial Strategy (EDIS), il cui obiettivo è ottenere che il 50% del budget dei paesi UE vada a produttori interni e che il 40% degli acquisti totali avvenga in maniera collaborativa tra gli stati membri. Tramite la firma diretta di accordi tra l’Unione e i singoli paesi per il commercio di materiali bellici, la Commissione intende finanziare lo stoccaggio di riserve critiche per la difesa, creare un catalogo di equipaggiamenti made in UE, e semplificare i regolamenti per i contratti di vendita e acquisto di materiale militare, ivi inclusi gli strumenti e i device elettronici. Nello stesso framework di EDIS, la Commissione ha proposto il regolamento EDIP (European Defence Industry Programme), che coniugherebbe un supporto economico dal budget dell’UE di 1.5 miliardi di euro per il periodo 2025-27 con la cooperazione economico-militare con l’Ucraina.

I limiti al piano della Commissione

La strategia europea, seppur ambiziosa, va incontro a diversi ostacoli, principalmente legati all’interesse economico e strategico dei diversi paesi, e alla struttura generale delle economie europee. In particolare:

  • Mancanza di un settore produttivo forte e capace di rispondere alle nuove esigenze: a seguito di scelte politiche rivelatesi incaute sul lungo periodo, come la corsa alla decarbonizzazione, accompagnata dalle delocalizzazioni in paesi dal costo del lavoro più basso, e di shock esterni che negli ultimi anni hanno danneggiato le catene globali del valore, i paesi europei sono andati incontro ad un processo di deindustrializzazione. L’esempio più eclatante è sicuramente quello della Germania, i cui giorni da “superpotenza manifatturiera” sono finiti, secondo Bloomberg. La crisi industriale europea è osservabile dai livelli di domanda di elettricità, che risultano in costante e permanente declino[2].
  • Inefficienza energetica: le scelte politiche a livello energetico, orientate a ottenere in tempi troppo stretti la decarbonizzazione tramite l’adozione di fonti alternative, hanno portato i paesi europei a sopportare prezzi per l’elettricità superiori rispetto ai suoi principali concorrenti a livello globale. Questo ha avuto naturalmente effetti negativi sulla produzione industriale e sulla crescita economica in senso lato.
  • Dipendenza dalle forniture straniere: diretta conseguenza dei due punti precedenti è la questione della dipendenza, a livello manifatturiero dalla Cina, a livello militare dagli Stati Uniti, e a livello energetico da paesi diplomaticamente non allineati all’UE, come nel caso della Russia prima e, successivamente, di Algeria e Azerbaijan.
  • Coordinazione comunitaria: trattandosi di una strategia che riguarda sia questioni di politica estera e di sicurezza comune, che di finanze UE, sarebbe necessario ottenere l’unanimità entro i membri del Consiglio europeo, che raramente sono riusciti a concordare in tempi brevi su tali questioni. Alcuni paesi potrebbero opporsi al rinunciare ai rifornimenti militari “tradizionali”, in favore di fornitori intra-UE, e altri potrebbero vedere in questo progetto un’ulteriore limitazione alla sovranità nazionale. Infine, la questione budgetaria potrebbe portare stati con interessi e priorità differenti a ricorrere a veti, paralizzando quindi la proposta.

Conclusioni

Il progetto della Commissione per rafforzare le capacità dell’industria militare europea rappresenta una presa di coscienza del clima di insicurezza internazionale da parte dell’UE e un primo passo per cercare di adattarsi alle nuove esigenze geopolitiche. Tuttavia, il declino industriale dei paesi membri rispetto al resto del mondo, la dipendenza da attori esterni, e la difficoltà a trovare un terreno comune per sviluppare una strategia condivisa rimangono limiti difficili da superare.

Entrare in uno stato di economia di guerra danneggerebbe inoltre lo stile di vita al quale sono abituati i cittadini europei, che vedrebbero i loro consumi diminuire, per favorire un’economia trainata dall’offerta, caratterizzata da meno servizi, prezzi maggiorati, e tasse più alte. Al momento, gli strumenti più efficaci di cui l’UE può fare uso, nel framework di una guerra ibrida, sono quelli commerciali, che possono essere utilizzati per influenzare le scelte degli altri attori globali senza innescare un confronto diretto. Anche la loro efficacia, tuttavia, rimane limitata a causa della dipendenza dei paesi europei dalle catene globali del valore, e da un grado di controllo sull’economia globale inferiore a quello degli USA, che possono contare sulla natura del dollaro come moneta internazionale per imporre sanzioni unilaterali. L’effettiva realizzazione di un’economia capace di sostenere uno stato di guerra richiederà ancora anni, e dovrà confrontarsi con problematiche quali il contrasto tra diversi interessi nazionali, il trade off tra transizione energetica e sostenibilità economica, e la mancanza di un’autonomia strategica.


[1] Qiao, L., Wang, X., & Mini, F. (2019). Guerra Senza limiti: L’arte della guerra asimmetrica fra terrorismo e globalizzazione. LEG. 

[2] International Energy Agency, Electricity 2024 – analysis and forecast to 2026, pp. 21-27. Available at: https://iea.blob.core.windows.net/assets/ddd078a8-422b-44a9-a668-52355f24133b/Electricity2024-Analysisandforecastto2026.pdf (Accessed: 25 July 2024). 

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