Contrassegnati dalla disfatta elettorale di verdi e liberali, incapaci di eleggere almeno un rappresentante al Parlamento Europeo in ben dieci Paesi dell’UE (Bulgaria, Cipro, Estonia, Grecia, Irlanda, Malta, Polonia, Portogallo, Slovacchia e Ungheria), e dalla contemporanea affermazione di conservatori ed estrema destra, i risultati delle elezioni europee 2024 si appresta ad indurre cambiamenti e ripercussioni importanti sugli equilibri istituzionali e politici dell’UE. A tal proposito, l’ambito che potrebbe essere maggiormente ridimensionato è quello delle politiche ambientali, corollario della campagna elettorale d’opposizione di vari partiti euroscettici e al centro di contestazioni da parte di alcuni gruppi sociale quali gli agricoltori.
Contrasto al cambiamento climatico e riduzione delle emissioni
Al fine di combattere il fenomeno del cambiamento climatico e garantire un futuro più sostenibile, l’Unione Europea ha varato numerose iniziative volte a raggiungere la neutralità climatica entro il 2050, obiettivo primario del Green Deal europeo lanciato nel 2019 dalla Commissione guidata da Von der Leyen. Per trasformare l’Europa nel primo continente ad impatto climatico zero, l’UE ha elaborato tra gli altri l’ambizioso pacchetto di riforme legislative Fit for 55 che definisce il traguardo intermedio di riduzione delle emissioni del 55% rispetto ai livelli del 1990, da conseguire entro il 2030.
Il Fit for 55 include misure relative al miglioramento dell’efficienza energetica, all’ampliamento delle quote di energia rinnovabili e alla revisione delle imposte sui prodotti energetici, al supporto alla mobilità e all’incremento delle infrastrutture sostenibili, oltre che all’elaborazione di una serie di misure specifiche per la riduzione delle emissioni inquinanti. A tal riguardo, i principali strumenti identificabili sono il sistema di scambio di quote di emissione all’interno dell’UE (Emission trading System – ETS) ed il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (Carbon Border Adjustment Mechanism – CBAM).
In particolare, quest’ultima misura adottata per evitare la delocalizzazione delle emissioni in Paesi terzi con politiche climatiche meno ambiziose e, in tal modo, vanificare gli sforzi comunitari in materia ambientale, è stata oggetto di numerose critiche e perplessità a causa dei suoi effetti distorsivi nei confronti di molti partner commerciali dell’UE.
Sistema ETS e CBAM:
Stabilito tramite la Direttiva 2003/87/EC ed entrato in vigore nel 2005, il sistema ETS europeo punta a limitare il quantitativo delle emissioni ed incrementare il costo delle attività inquinanti, in modo da incentivare la transizione verso attività più sostenibili. Tale meccanismo funziona in base al principio “cap & trade”, ovvero imponendo un tetto massimo di emissioni, ridotto di anno in anno, e monitorato tramite permessi (caps) che le imprese europee acquistano e vendono (trade) in base all’impatto della propria produzione rispetto alla soglia inquinante decretata. Inoltre, per determinati settori, il rischio di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio viene gestito mediante la concessione di quote gratuite e compensazioni per l’aumento dei costi dell’energia elettrica, anch’essi sottoposti tuttavia a progressive diminuzioni annuali.
Dal 2013, l’ETS ha generato entrate per oltre 152 miliardi di euro ed è stato integrato proprio con il pacchetto Fit for 55. In aggiunta, dal 2027 l’UE prevede l’attuazione di un ulteriore sistema (ETS2), andando a coprire anche quei settori come la piccola industria, l’edilizia o i trasporti stradali che attualmente non rientrano nel sistema ETS.
L’altro grande strumento in ambito di riduzione delle emissioni di gas serra che ha programmato l’UE è invece il CBAM, entrato in vigore nel 2023 ed attualmente in una fase transitoria fino al 31 dicembre 2025. Concernente l’importazione di prodotti esteri, tale meccanismo mira ad evitare che la riduzione delle emissioni sul territorio europeo implichi un aumento di esse al di fuori dell’UE tramite, ad esempio, il trasferimento delle imprese verso legislazioni ambientali meno stringenti, oltre a sostenere l’industria europea e tutelare i suoi produttori.
Il meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere si applica attualmente solo ad alcune categorie di prodotti ad alta intensità di carbonio quali cemento, alluminio, prodotti siderurgici, fertilizzanti, energia elettrica ed idrogeno. Nel caso di importazione di tali beni, i produttori devono comprare dei certificati CBAM, ciascuno equivalente a una tonnellata di emissioni incorporate, ed il cui prezzo è calcolato in base al prezzo medio d’asta settimanale delle quote ETS. Successivamente, alla fine di ogni anno l’importatore deve compilare una dichiarazione CBAM attestante la quantità di merce importata, le emissioni incorporate nella produzione ed il numero totale di certificati acquisiti. Se gli importatori dimostrano che un prezzo del carbonio è già stato pagato durante la produzione dei beni tramite misure attuate nel Paese di origine, la somma corrispondente può essere dedotta.
Criticità e punti di forza
La strutturazione del meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere è stata fin da subito al centro di critiche e perplessità circa il suo reale fine, tanto da mettere in dubbio la sua conformità con il diritto commerciale internazionale.
Innanzitutto, la prima criticità concerne il fatto che durante il periodo di transizione gli effetti restrittivi del meccanismo incidano solo su alcuni partner commerciali, le cui importazioni di prodotti rientrano sotto il regime del CBAM; è il caso della Cina, la quale ha intimato di portare la questione in sede all’Organizzazione Mondiale del Commercio, anche se alcuni studi riadattano al ribasso gli effetti distorsivi sulle importazioni cinesi.
In aggiunta, è stato evidenziato come tale sistema CBAM rischi di ripercuotersi maggiormente sui Paesi in via di sviluppo (es. il Mozambico esporta più del 90% di tutto il suo alluminio nell’UE) ed economicamente e tecnologicamente meno avanzati. A tal proposito, durante i negoziati, l’ipotesi iniziale era quella di supportare tali attori tramite il re-investimento delle entrate provenienti da tale meccanismo nella loro transizione ecologica; tuttavia, tale specifica non è poi stata appositamente regolamentata, lasciando esposte le economie meno sviluppate.
Detto ciò, è importante anche sottolineare come il CBAM europeo stia favorendo l’implementazione di ulteriori meccanismi di controllo del carbonio alle frontiere (è il caso dell’India e della Gran Bretagna), attraverso una sorta di effetto persuasivo che favorisce la crescita di iniziative climatiche in tale contesto. Inoltre, entro la fine del periodo transitorio del CBAM, la Commissione europea si è impegnata a pubblicare due report indicativamente importanti sulle categorie di beni maggiormente suscettibili di rilocalizzazione delle emissioni di carbonio e sui potenziali sviluppi del meccanismo stesso (es. focus maggiore su prodotti chimici organici e polimeri).
Infine, dal punto di vista interno, sempre la Commissione europea ha stimato che il gettito annuale proveniente dal CBAM sarà di 9,1 miliardi di euro entro il 2030, cifra che potrebbe essere impiegata per rimborsare i prestiti contratti nell’ambito del NextGenerationEU, il pacchetto di rilancio del Covid 2020 dell’UE, e ridare slancio all’economia del continente.
ConclusioniLe criticità del panorama internazionale, accompagnate dall’affermazione di discorsi elusivi sulla transizione ecologica e dallo spostamento verso destra della sfera politica, mette a repentaglio l’azione climatica del vecchio continente ed il suo ruolo di primaria importanza. Inoltre, l’adozione di misure unilaterali fortemente restrittive come il meccanismo CBAM può ritorcersi negativamente sulla cooperazione multilaterale decisiva per affrontare un fenomeno globale come il cambiamento climatico. Da qui la necessità di garantire l’equità ed efficienza, sostenendo attivamente i Paesi meno avanzati ed agendo per non compromettere il ruolo geopolitico dell’UE, già fortemente ridimensionato in molti aspetti, e limitare gli indubbi benefici dell’azione climatica su economia, salute, costo della vita, riduzione della povertà energetica e delle ineguaglianze sociali.
