Le tensioni nel nord del Kosovo, abitato prevalentemente da kosovari di etnia serba, potrebbero portare il Kosovo e la Serbia di nuovo in guerra
Le origini della rivalità tra Kosovo e Serbia
Senza tornare indietro fino alla battaglia del Kosovo del 1389, è possibile affermare che le attuali tensioni tra Serbia e Kosovo hanno origine nelle politiche jugoslave a cavallo tra le due guerre mondiali, le quali «cercarono di cambiare la composizione etnica del Kosovo attraverso un programma di colonizzazione. Durante gli anni Venti e Trenta del Novecento le terre di proprietà albanese vennero confiscate. L’obiettivo era distruggere il dominio albanese all’interno del Kosovo».[1] Lo stesso obiettivo venne perseguito da Milošević, garantendo possedimenti terrieri ai serbi che si stabilivano nel paese e sostituendo i lavoratori albanesi con quelli di etnia serba.[2]
Le proteste pacifiche di Rugova non riuscirono a fermare gli abusi di diritti umani e, per difendersi, i kosovari albanesi si organizzarono in un sistema statale parallelo. È in questo momento, nel 1990, che le componenti serbe e albanesi della società impareranno a vivere completamente separate all’interno del Kosovo.[3] Mentre negli anni Novanta era la componente albanese a vivere isolata all’interno del proprio sistema parallelo, sin dal 1999 è la comunità serba a vivere questa realtà.
La città di Mitrovica è oggi il simbolo di questa divisione, con il fiume Ibar che separa nettamente la parte sud della città, a maggioranza albanese, da quella a nord, abitata principalmente da kosovari di etnia serba. La comunità internazionale rimarrà sorda davanti alle richieste di aiuto provenienti dagli albanesi del Kosovo, fino a quando Milošević arriverà a commettere una pulizia etnica che si concluderà solo dopo 78 giorni di bombardamenti NATO nel 1999. La Risoluzione 1244/1999, istituendo l’amministrazione internazionale delle Nazioni Unite (UNMIK), rimaneva ambigua riguardo la questione dello status internazionale.
La mancanza di un accordo portò il Kosovo a dichiarare unilateralmente l’indipendenza il 17 febbraio 2008, non riscuotendo però i consensi previsti. Ancora oggi il paese non è riconosciuto unanimemente né a livello internazionale (99 stati ONU su 193 lo riconoscono) né a livello europeo, dato che Spagna, Grecia, Cipro, Slovacchia e Romania continuano a opporsi a causa di possibili tensioni con le loro minoranze nazionali.
La rivalità tra Kosovo e Serbia oggi
Oggi la minoranza serba in Kosovo, che conta circa l’8% della popolazione, è concentrata geograficamente nel nord del paese, in particolare nelle quattro municipalità di Zvecan, Mitrovica nord, Leposoviq, and Zubin Potok. Queste municipalità, soprattutto grazie al supporto della Serbia, non sono mai state sotto il controllo del governo di Pristina. «Questa inabilità a controllare il territorio del Kosovo ha portato alla creazione di un sistema duale in quasi ogni aspetto della vita politica ed economica. Nelle aree che controlla, Belgrado detta i curricoli scolastici, dirige il sistema sanitario e fa valere leggi passate in Serbia».[4]
Le tensioni, sempre presenti, si sono riaccese significativamente alla fine de 2022, quando i kosovari di etnia serba hanno protestato contro l’imposizione del governo centrale di rendere illegali le targhe automobilistiche emesse in Serbia, molto comuni nelle municipalità al confine. La contesa questione delle targhe ha portato i lavoratori pubblici di etnia serba residenti nelle municipalità del nord a licenziarsi in massa e boicottare le elezioni indette ad aprile 2023 proprio per riempire il vuoto da essi creato. Nonostante la scarsissima partecipazione alle urne, addirittura sotto al 4%, il governo del Kosovo decise di procedere con l’insediamento dei quattro sindaci eletti, ovviamente di etnia albanese.
Come era prevedibile, le tensioni crebbero notevolmente, richiedendo addirittura l’intervento della Kosovo Force (KFOR), il convoglio militare internazionale a guida NATO operativo sin dal 1999. L’altissima tensione ha causato scontri violenti tra la polizia del Kosovo e le forze NATO da una parte, e la popolazione serba dall’altra. Contestualmente, sia la Serbia che la NATO hanno incrementato il numero di truppe al confine.
La tensione ha raggiunto il suo picco il 24 settembre 2023quando 30 aggressori serbi mascherati si sono scontrati con la polizia kosovara nella piccola cittadina al confine di Banjska, portando alla morte di un poliziotto di etnia albanese e di quattro aggressori. Secondo alcune ipotesi, l’attacco potrebbe essere stato organizzato con l’intenzione di accendere un conflitto nel nord del Kosovo, offrendo l’opportunità a Belgrado di mandare le sue truppe per proteggere i residenti di etnia serba.
Prospettive future
Una prospettiva pacifica appare poco probabile in questo contesto, in quanto nessuno dei due leader sembra davvero intenzionato a mettere in pratica gli accordi presi. Infatti, seppure la tensione paia essersi abbassata, con la Serbia che ha ceduto sulla questione delle targhe, le posture dei due leader nazionalisti non sembrano andare verso una prospettiva di pacificazione. Per quanto entrambi dichiarino pubblicamente di impegnarsi per un processo di normalizzazione, sanno che un compromesso non li ripagherebbe politicamente davanti alla loro base elettorale.
La Serbia insiste sulla creazione di un’associazione delle municipalità a maggioranza serba ma il primo ministro kosovaro, Albin Kurti, ha sottolineato a più riprese come non sia intenzionato a garantire loro maggiore autonomia, seppur un accordo in tal senso sia stato già accettato dal Kosovo con il Piano Ahtisaari e successivamente con l’Accordo del 2013. In quest’ultimo accordo il Kosovo si impegnava a garantire l’istituzione dell’associazione delle municipalità a maggioranza serba come pegno per la loro accettazione del governo centrale di Pristina, ma essa non è mai stata implementata.
Il Kosovo preme invece sulla questione del riconoscimento internazionale, che la Serbia non ha mai accettato. In seguito al fallimento dell’Accordo del 2013 Belgrado ha iniziato una campagna di de-riconoscimento del Kosovo. L’Accordo europeo di maggio 2023 ha tentato di trovare una soluzione di compromesso, proponendo alla Serbia un riconoscimento del Kosovo come stato de facto (ma non de jure), che avrebbe concesso a quest’ultimo la tanto desiderata partecipazione alle organizzazioni internazionali, in cambio della creazione dell’associazione delle municipalità a maggioranza serba. Ancora una volta, l’accordo è stato firmato ma non implementato.
Viste le possibili elezioni anticipate in Kosovo nel corso del 2024 e la situazione tesa in Serbia a seguito delle controverse elezioni di dicembre 2023, il momento propizio per i compromessi sembra oramai superato, e con esso anche lo scenario di soluzione pacifica nel breve termine.
Quello che sembra invece più probabile è che i due leader continuino ad alimentare la prospettiva di un’escalation. È possibile che Belgrado – con il sostegno, anche se indiretto, della Russia – scateni un nuovo conflitto con il Kosovo in modo da recuperare le contese municipalità del nord, seguendo il disegno di una “grande Serbia” che racchiuda al suo interno tutti i cittadini di etnia serba presenti nei Balcani occidentali. L’obiettivo dichiarato sarebbe quello di proteggere la minoranza serba dalle politiche, ritenute repressive, del governo di Pristina.
Proprio in questo momento in Serbia si parla di reintrodurre il servizio di leva obbligatorio, ufficialmente a causa delle tensioni crescenti nei Balcani e in Europa, anche se il tempismo dell’annuncio fa sospettare che la Serbia stia preparando un’avanzata in Kosovo. Per quanto riguarda il fattore temporale, questo potrebbe essere dettato dalla guerra in Ucraina: se la Russia dovesse emergere più forte alla fine del conflitto, come è probabile che avvenga, Belgrado, alleata russa, potrebbe usare i residenti di etnia serba nel nord del Kosovo per intervenire militarmente.
Un ipotetico conflitto in Kosovo avrebbe un effetto domino nella regione dei Balcani occidentali, sicuramente soffierebbe sulle ceneri ancora calde in Republika Srpska, la componente serba della Bosnia Erzegovina, che cerca di separarsi dal resto del paese con il supporto russo. Se la questione dei kosovari di etnia serba esplodesse, lo stesso accadrebbe con la questione dei serbi bosniaci. L’unico modo per prevenire tale scenario sarebbe persuadere il governo kosovaro a cedere sul fronte dell’autonomia per la minoranza serba e l’Unione Europea, coinvolta nei negoziati sin dal 2011, sarebbe il mediatore più idoneo.
Tuttavia, con l’ascesa di Kurti al potere, l’influenza europea sembra essere diventata meno rilevante. Nonostante il parere negativo dell’UE, il 31 gennaio 2024 Kurti ha imposto l’uso dell’euro, la moneta ufficiale adottata dal Kosovo nel 2002, in tutto il territorio nazionale, comprese le municipalità settentrionali in cui è sempre stato utilizzato il dinaro serbo.
Secondo le autorità, la decisione sarebbe motivata dalla lotta alla corruzione e al riciclaggio di denaro ma la conseguenza immediata di questa decisione è quella di mettere pressione sui residenti di etnia serba, che non possono più ricevere i loro stipendi e sussidi in dinari serbi, per smantellare il sistema parallelo sostenuto da Belgrado. Sin dall’elezione del primo ministro Kurti nel 2021, il governo ha perseguito un modello di centralizzazione ignorando i diritti della minoranza serba nel paese, sostenuti a più riprese da UE e Stati Uniti.
È proprio questo scollamento dalle pressioni occidentali che contribuisce ad alimentare lo spettro di un nuovo conflitto. Gli Stati Uniti godono certamente di una maggiore reputazione in Kosovo, ma il Kosovo non è più in cima all’agenda geopolitica statunitense, che lo considera un problema europeo. Kurti sta perseguendo le sue politiche di centralizzazione, esplorando fino a che punto può spingersi prima di suscitare una reazione violenta da parte di Belgrado. Questo approccio di Pristina, non sostenuto dai suoi principali alleati, invece di unificare il paese rischia di gettarlo nuovamente in guerra, facendo riemergere tensioni latenti nella regione dei Balcani occidentali.
[1] Lazar Nikolić (2003) Ethnic Prejudices and Discrimination: The Case of Kosovo. In: Florian Bieber & Zidas Daskalovski, ed. Understanding the War in Kosovo. London: Taylor & Francis Group, p. 55.
[2] Independent International Commission on Kosovo (2003) The Kosovo Report: Conflict, International Response, Lessons Learned. Oxford: Oxford University Press, p. 41-42.
[3] Enika Abazi (2004) The Role of International Community in Conflict Situation. Which Way Forwards? The Case of the Kosovo/a Conflict, Balkannogie (8)1, p. 13-15.
[4] Mehmet Öcal & Ayşe A. Çelenk (2010) Making of a New State in the Balkans: Kosovo, Insight Turkey 12(4), p. 173
