L’aumento della tensione nel Mar Cinese meridionale riflette la crescita dell’influenza di Pechino e il rafforzamento della Marina militare dell’EPL.
Dopo la conclusione delle elezioni sull’isola di Taiwan, le tensioni nel Mar Cinese orientale e meridionale non si sono allentate. Non vi è stata alcuna reazione di tipo militare alla vittoria, seppur relativa, di Lai Qingde, e sembra improbabile che un attacco possa avvenire nell’immediato futuro. Tuttavia, rimane impossibile escludere con totale sicurezza una tale presa di posizione da parte di Pechino. L’equilibrio fra le potenze in quest’area geografica è sottoposto a continue dimostrazioni di forza da parte di diversi attori, fra i quali emergono Cina e Stati Uniti.
A partire dal 29 gennaio, una serie di esercitazioni militari hanno coinvolto Stati Uniti e Giappone proprio all’interno di questa zona critica. Fino al primo febbraio, le Forze di autodifesa giapponesi e la Marina statunitense hanno svolto delle operazioni di esercizio che hanno visto dispiegare ben due portaerei, la USS Carl Vinson e la USS Theodore Roosevelt. L’area interessata era il Mar delle Filippine, a poca distanza da Taiwan. Oltre ad essere un segnale per la Cina, questa azione ha come conseguenza la presenza di ben tre delle undici portaerei statunitensi nella regione dell’Asia-Pacifico (la USS Ronald Regan è ormeggiata in Giappone). A partire dal primo febbraio, si sono poi svolte le simulazioni Keen Edge 24, e un’altra esercitazione nel Mar Cinese meridionale. L’Australia ha partecipato attivamente in entrambi i casi.
Le esercitazioni Keen Edge e Keen Sword si svolgono ciclicamente, quest’anno, però, una notizia diffusa da una testata giornalistica giapponese ha determinato un aumento della tensione nell’area. Questo dato non è stato confermato dal Ministro della Difesa giapponese né dal portavoce americano del Pentagono. Tuttavia, se quanto riportato fosse vero, per la prima volta, il nemico ipotetico contro il quale si sono rivolte le simulazioni computerizzate sarebbe stato identificato con la Cina, e le mappe utilizzate sarebbero state quelle dell’isola di Taiwan.
Sulla base di questi recenti avvenimenti, è opportuno avanzare delle riflessioni relative alla futura situazione del Mar Cinese meridionale e allo sviluppo delle forze armate cinesi. In primo luogo, risulta evidente che l’Asia orientale sia fondamentale dal punto di vista strategico per gli Stati Uniti. Washington è impegnata direttamente o indirettamente in diversi conflitti (fornisce, ad esempio, notevoli risorse per aiutare militarmente l’Ucraina e cerca di contrastare la minaccia degli Houthi in Yemen), ma non ha per questo ridotto la sua presenza in quest’area. La presidenza Biden volge ormai al termine ma, chiunque dovesse essere il futuro inquilino della Casa Bianca, è improbabile che le forze attualmente dispiegate in Asia orientale vengano ritirate. Trump, dal canto suo, ha fatto delle dichiarazioni sulla sua futura strategia economica nei confronti di Pechino, che lasciano presagire un incremento dei malumori, almeno a livello economico, qualora fosse eletto.
Oltre all’isola di Taiwan, a preoccupare Washington è anche la Corea del Nord. Le dichiarazioni ostili del leader supremo Kim Jong-un nei confronti della Corea del Sud minacciano Seoul, e indeboliscono inevitabilmente la partnership trilaterale siglata con la dichiarazione congiunta di Camp David. Se le esercitazioni militari condotte di recente sono un monito sia per Pechino sia per Pyongyang, non sono comunque sufficienti ad assicurare agli Stati Uniti la piena sicurezza che in caso di conflitto potrebbero contare appieno anche su Seoul.
Oltre alle motivazioni di tipo storico che ostacolano il dialogo con il Giappone, infatti, la Corea del Sud rischia di non poter fare a meno della Cina per scongiurare uno scontro con il nord. Il 6 febbraio, il Ministro degli esteri Cho Tae-yul ha fatto una telefonata ufficiale al corrispettivo cinese Wang Yi, toccando proprio questo tema. Durante la chiamata, Wang Yi ha colto ancora l’occasione per ricordare il principio di “una sola Cina”, rendendo di fatto impossibile al governo di Seoul la decisione di schierarsi, in un eventuale futuro, a favore dell’indipendenza taiwanese.
Per quanto riguarda la risposta di Pechino alla presenza militare americana nel Mar Cinese orientale e meridionale da un punto di vista più pratico, invece, è utile ricordare l’evoluzione dell’Esercito Popolare di Liberazione (EPL) nell’ultimo decennio. Dopo il 2015, sotto la presidenza Xi Jinping (che è anche a capo della Commissione militare centrale) la struttura dell’EPL è stata modernizzata, ed è più adatta ad affrontare scontri non solo terrestri, ma anche marittimi.
Inoltre, i numeri relativi alla flotta cinese crescono a dismisura: la Marina militare conta oggi più di 370 navi e sottomarini e questo dato, come riporta Reuters, sarà ancora più impressionante nei prossimi anni. Il fiore all’occhiello dell’EPL sono le portaerei. Oltre alla Liaoning, nave sovietica acquistata dalla RPC, la Shandong e la Fujian sono state costruite in Cina, grande orgoglio di Pechino. In particolare, la Fujian, inaugurata già nel 2022, sta completando i test di ormeggio ed è dotata del sistema elettromagnetico per il lancio di aeromobili (EMALS),fino ad ora presente solo sulle portaerei americane.
L’operatività della Fujian, se il sistema EMALS non alimentato da energia nucleare dovesse davvero funzionare come per le portaerei americane che invece ne fanno uso, potrebbe cambiare completamente le carte in gioco nel contesto del Mar Cinese meridionale. Grazie a questa nave, infatti, la Cina potrebbe imporre il suo controllo assoluto su alcuni tratti di mare, ad esempio lo stretto di Taiwan, anche se è difficile che una decisione così drastica venga presa, perché determinerebbe una reazione violenta da parte degli altri attori presenti in questo contesto.
La Fujian sarà anche in grado di spostarsi in mari lontani dalla Cina, per esempio raggiungendo il Mar Rosso o anche il porto di Gwadar, in Pakistan. Si tratterebbe di una prima significativa espansione della marina militare cinese al di fuori del contesto locale, e sarebbe una cruciale rimessa in discussione dell’egemonia marittima statunitense. L’inaugurazione e la diffusione di immagini della Fujian, nel frattempo, hanno un ruolo di deterrente e monito verso possibili avversari, e anche verso eventuali spinte indipendentiste da parte dell’isola di Taiwan.
