La guerra in Ucraina ha ridisegnato l’ordine geopolitico mondiale, con conseguenze che determineranno le relazioni internazionali di un futuro non troppo lontano

Fonte Immagine: www.europeanaffairs

Pochi eventi hanno avuto la forza di trasformare il mondo come l’invasione russa dell’Ucraina, la quale ha segnato un punto di svolta nelle dinamiche geopolitiche mondiali. 

Se tra qualche anno gli Stati Uniti e la Cina si affronteranno a viso aperto nella regione dell’Asia-Pacifico, l’India sarà una potenza mondiale, Giappone e Germania diventeranno potenze militari e la Corea del Sud possederà armi nucleari sarà in parte per via della guerra in Ucraina. Inoltre, il conflitto ha inevitabilmente dimostrato il grande limite della globalizzazione, non riuscendo la interdipendenza economica tra i paesi convolti nel conflitto, né la minaccia, poi realizzata, di sanzioni occidentali, a impedire che la Russia invada l’Ucraina. 

Dal 24 febbraio 2022, giorno dell’invasione Russa dell’Ucraina, gli Stati hanno preso consapevolezza che la minaccia, fino ad allora anacronistica, di un’invasione territoriale nei paesi industrializzati sia ancora possibile ai giorni nostri, vedendo nella deterrenza militare un’arma potente per proteggere le frontiere. L’Unione Europea, ad esempio, dopo aver inviato aiuti militari all’Ucraina, ha riscontrato la necessità di aumentare la capacità di produzione di munizioni da parte dei paesi membri. Per questo motivo, paesi come la Germania, la Francia e l’Italia stanno aumentando il budget destinato alla difesa e stime attuali prevedono che nel 2024 la Germania, nonostante i tentennamenti del governo di Scholz, si imporrà come terzo paese al mondo per spesa militare, dietro solamente a Stati Uniti e Cina. 

Il Giappone, preoccupato per la presenza militare russa nelle acque limitrofe, ha cambiato la sua tradizionale postura prudente nei confronti di Mosca, rinunciando alle aspettative di un accordo cercato dal lontano 1945 per risolvere il contenzioso territoriale riguardante le isole Curili del Sud, occupate dalle forze sovietiche alla fine della seconda guerra mondiale e reclamate dal Giappone. Oltretutto, la mancanza di progressi negli otto anni del governo di Shinzō Abe ha disilluso le aspettative dei più, ed ora in Giappone pochi credono che sia possibile raggiungere un accordo concreto. Inoltre, Tokio considera il tentativo di Mosca di cambiare lo status quo con la forza come un precedente pericoloso che potrebbe avere conseguenze pericolose se l’Occidente non dovesse rispondere con la giusta forza. La Cina, infatti, potrebbe approfittare dell’assenza di una eventuale risposta occidentale ad un atto di forza per occupare, ad esempio, le isole Senkaku – Diaoyu, sotto autorità giapponese ma reclamate da Pechino, o Taiwan. Per queste ragioni, nel dicembre dello scorso anno il primo ministro Giapponese Fumio Kishida ha annunciato il suo piano per rafforzare le capacità difensive del Giappone, segnando un punto di svolta nella tradizionale politica pacifista di Tokio. 

Anche la Corea del Sud ha imparato la lezione dall’invasione russa dell’Ucraina fino ad annunciare che se dovesse crescere la minaccia nucleare della Corea del Nord, Seoul provvederà a procurarsi essa stessa delle armi nucleari. L’Ucraina, infatti, dopo il collasso dell’Unione Sovietica, rinunciò alle armi nucleari che aveva ereditato dall’URSS con il Memorandum di Budapest del 1994, lasciando che la propria sicurezza fosse garantita dalla Russia e da altre grandi potenze. Ovviamente, il documento non ha protetto Kiev dall’invasione della stessa Russia, diversamente da come invece l’avrebbe potuta proteggere la deterrenza nucleare. Dunque, considerando che le possibilità che il regime nordcoreano abbandoni l’arma atomica sono molto basse, se non nulle, sempre per la stessa dinamica di deterrenza nucleare come garanzia di sicurezza da un attacco esterno, a Seoul si è acceso il dibattito sul fidarsi o meno dell’ombrello statunitense che protegge il paese dal 1953. 

Quanto concerne gli Stati Uniti, come Tokio, anche Washington teme che una timida risposta nei confronti della Russia possa spronare la Cina a fare lo stesso nella regione dell’Asia- Pacifico, dove gli Stati Uniti estendono storicamente la propria influenza. Nel 1989, quando la economia mondiale era in fase di sviluppo, venne creato il gruppo di Cooperazione economica Asia- Pacifico con 21 stati membri tra cui Stati Uniti, Giappone, Australia e, successivamente, Russia e Cina. Quest’ultima all’epoca era ancora lontana dall’essere la grande potenza che è diventata oggi, lasciando quindi spazio agli Stati Uniti come attore principale dell’area, ma minandone la superiorità con sempre più numerosi accordi commerciali e di sicurezza con diverse nazioni insulari del Pacifico, essendo oltretutto una di loro. Il riconoscimento diplomatico della Repubblica Popolare Cinese piuttosto che di Taiwan annunciato dal nuovo governo delle isole Salomone, soprattutto dopo il quinquennale accordo di sicurezza firmato lo scorso anno con Pechino, è un esempio di come si stanno evolvendo le dinamiche in questa regione. 

Allarmato per le incursioni cinesi nell’Asia- Pacifico, Joe Biden ha promosso il QUAD, alleanza militare composta da Stati Uniti, Australia, Giappone e India, da summit ministeriale a summit dei capi di governo con cadenza regolare a partire dal 2021 ed ha sottoscritto l’AUKUS, un nuovo patto di sicurezza trilaterale tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti. Inoltre, dal punto di vista economico, durante la visita del presidente statunitense in Asia orientale lo scorso 23 maggio venne presentato l’Indo-Pacific Economic Framework for Prosperity (Ipef), con l’obiettivo di colmare le lacune del ritiro di Washington dal Trans-Pacific Partnership (Tpp), accordo commerciale regionale firmato nel 2016 con dodici paesi del Pacifico (Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malesia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore, Vietnam e Stati Uniti) e dell’assenza dell’alleato a stelle e strisce da due nuovi accordi commerciali regionali: la Comprehensive and Progressive Trans Pacific Partnership (Cptpp) e la Regional Comprehensive Economic Partnership (Rcep)

Quest’ultimo, entrato in vigore nel 2022 con l’obiettivo di migliorare l’integrazione economica della regione con una riduzione graduale dei dazi entro il 2030, è caratterizzato dalla contemporanea presenza per la prima volta di Cina, Giappone e Corea del Sud. Per questo motivo con l’Ipef, Joe Biden mira a contrastare la crescente influenza cinese nella regione, seppur la maggior parte delle quindici economie che vi hanno aderito abbiamo firmato anche l’accordo commerciale regionale Rcep con la Cina. Per di più, dopo anni di una postura di “ambiguità strategica” sull’eventualità di un intervento a difesa di Taiwan in caso di attacco cinese, nelle ultime dichiarazioni a riguardo Joe Biden è sembrato propenso ad un intervento militare diretto, riscaldando gli animi delle autorità cinesi. È evidente che il pericolo di uno scontro tra Cina e Stati Uniti in Asia- Pacifico è concreto e purtroppo sempre più imminente. 

In questo scenario di conflitto tra super-potenze sono tornati sullo scenario internazionale, anche se in forma diversa, i paesi non allineati. La guerra in Ucraina ha determinato lo schieramento dell’Occidente, unito contro l’aggressione di Mosca ed i regimi autocratici, ma anche rivelato la presenza di paesi che non hanno intenzione, né tantomeno interesse, di prendere parte a questo conflitto. Ben diverso dal Movimento dei non allineati che nacque negli anni ’50 e si sviluppò nella decada successiva, il nuovo gruppo di paesi non allineati sono oggi paesi emergenti, hanno abbandonato qualsiasi referenza ideologica anticapitalistica e soprattutto non sono organizzati come movimento. 

Tuttavia, sono un gruppo di paesi che sta cercando di restare fuori dalle dinamiche del conflitto in Ucraina, evitando di prendere posizioni anche in seno all’Assemblea generale dell’ONU. Se l’India decidesse di far valere le sue ambizioni di diventare un attore di importanza proporzionata alla sua estensione geografica, potrebbe fare del Nuovo Movimento di non allineati un importante costruttore di dialogo e nuovo polo geopolitico capace di agire nello scenario internazionale. 

Infine, l’invasione Russa dell’Ucraina ha dimostrato come l’interdipendenza economica, figlia della globalizzazione, non abbia impedito un’azione di forza condannata dalla maggior parte della comunità internazionale. Neanche le sanzioni economiche hanno fatto desistere la Russia dallo sferrare i continui attacchi sul territorio ucraino, finendo per dare l’impressione di pregiudicare quasi unicamente i paesi occidentali. Per questo motivo, lo stesso Segretario Generale della NATO ha recentemente raccomandato ai paesi membri di non diventare dipendenti da paesi con i quali manchi una stretta relazione politica. 

Se è vero che la guerra in Ucraina ha ridisegnato l’ordine geopolitico mondiale, non vi è dubbio che molte sono le lezioni che è possibile apprendere per non commettere gli stessi errori in un futuro purtroppo non troppo lontano.  

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